Intervista al curatore italiano Eugenio Viola appena licenziato dalla direzione del museo Mambo di Bogotà: “Avvisato via mail”

Il professionista di Napoli era dal 2019 alla guida del Museo de Arte Moderno della capitale boliviana, ma il Consiglio di Amministrazione ha scelto di interrompere bruscamente il mandato. Cosa sta succedendo al Mambo?

Si chiude proprio in questi giorni, in Guatemala, la XXIV edizione della Bienal de Arte Paiz, curata da Eugenio Viola. Il critico d’arte e curatore napoletano, classe 1975, ha sviluppato per l’evento artistico più importante dell’America Centrale, un progetto corale e inclusivo – El Arbol del Mundo – sul tema della coesistenza, coinvolgendo 46 artisti da tutto il mondo per stimolare un confronto dialettico con il sistema dell’arte mesoamericano.

Eugenio Viola e i 7 anni alla guida del Mambo di Bogotà

Un sistema che Viola – già curatore del Padiglione italiano alla 59a Biennale Arte di Venezia (2022) e con esperienze pregresse al PICA – The Perth Institute of Contemporary Arts di Perth, in Australia, come senior curator, e al MADRE di Napoli (dal 2009 al 2016) – conosce molto bene. A Bogotà, dove vive, è da quasi otto anni direttore artistico del Mambo, Museo de Arte Moderno della capitale colombiana. Un percorso avviato nel 2019 volto a consolidare il profilo internazionale del museo, anche attraverso una ricca programmazione di mostre (oltre 50). Lo scorso 6 febbraio, però, il consiglio di amministrazione del Mambo ha comunicato la volontà di interrompere anzitempo il rapporto con Viola, con una nota stringata che lo ringrazia per “la sua visione avanguardista” e per il contributo essenziale dato al consolidamento del museo come riferimento nella ricerca sull’arte contemporanea in America Latina.

Il licenziamento di Eugenio Viola dalla direzione del Mambo

Ma, prosegue la nota, come effetto della “revisione completa e continua del nostro museo, e sempre con l’obiettivo di garantire le migliori pratiche di gestione dell’istituzione, il Consiglio ha deciso di porre fine al rapporto con Eugenio Viola, che sarà con noi al museo fino a maggio 2026”. Si specifica, inoltre, che la procedura per la selezione di un nuovo direttore artistico è già stata avviata, e sarà condotta da esperti del settore. Con l’obiettivo di riaffermare “il nostro impegno a essere uno spazio multiculturale e dinamico che ricerca, comunica ed espone il suo patrimonio culturale e le diverse espressioni dell’arte moderna e contemporanea a beneficio della trasformazione sociale”.
Un fulmine a ciel sereno, anche per il diretto interessato, avvisato (via email) solo a giochi già fatti dell’interruzione del mandato. E per motivi che sembrano ben più complessi rispetto a quel poco che si è voluto far emergere da parte del Mambo, che, nel febbraio 2024 ha anche visto avvicendarsi l’attuale direttrice Martha Ortiz Gómez a Claudia Hakim, responsabile della gestione del museo negli otto anni precedenti. Da allora non sono mancate tensioni e tagli di personale che starebbero fiaccando la missione culturale dell’istituto colombiano. Di tutto questo parliamo con Eugenio Viola.

Eugenio Viola
Eugenio Viola

Intervista a Eugenio Viola

Possiamo parlare di un licenziamento a tutti gli effetti? Fino a quando avrebbe dovuto protrarsi l’incarico?
Qui al Mambo sono al terzo mandato da direttore artistico, che sarebbe terminato a febbraio 2027. Il contratto prevedeva la possibilità di terminare il rapporto anticipatamente, con preavviso di tre mesi. E così sarà: a maggio 2026, quando ormai avrò girato la boa degli otto anni al museo, si interromperà la collaborazione, come comunicato dal board di amministrazione.

Perché è andata così? Quando ha iniziato a incrinarsi qualcosa?
A preoccuparmi non è tanto la terminazione anticipata del contratto in sé: questo è l’ultimo atto di un processo iniziato a fine settembre, quando feci presente al board direttivo che le condizioni lavorative all’interno della struttura si stavano deteriorando, così come avevano già segnalato diversi dipartimenti. Il mio compito è innanzitutto occuparmi del benessere del mio staff, avevo raccolto diverse doglianze, passai la comunicazione con tutta una serie di racconti circoscritti alla direzione, d’accordo con chi lavorava con me. Speravo che il mio ruolo fosse riconosciuto, e invece non è stata fatta alcuna verifica. Dunque ho posto la mia condizione: se le cose non migliorano, io non mi sento più rappresentato dall’istituzione e me ne vado.

Speravi in una risposta diversa?
Mi conoscono da sette anni, ho portato risultati riconosciuti dal sistema dell’arte latinoamericano; nel 2025 la mostra di Mapuche Seba Calfuque è stata inserita nella top ten di Art Forum, e il mio nome è nella top 100 di ArtReview. Ma a fronte di un profondo cambio di visione nella gestione del Mambo tutto questo non è servito. Io avevo lanciato un allarme, sono andate via 19 persone, e la vera ricchezza di questo museo sono sempre state le persone. C’è una crisi in atto che impone una riflessione più ampia, al di là di me e del mio ruolo.

La crisi del Mambo di Bogotà

Di cosa parliamo esattamente?
Quando si decide di amministrare un’istituzione museale come se fosse un’impresa, le cose non funzionano. Sempre guardando alla sostenibilità economica bisogna rispettare canoni e obiettivi culturali fondamentali. Io negli anni ho sempre cercato di intercettare bandi e alimentato un sistema di borse per sostenere una programmazione di un certo livello. Attualmente, invece, il museo è in grande crisi: alcuni dipartimenti sono completamente sguarniti. Prima avevo uno staff di 45 persone, che ora si è più che dimezzato: questo mette fortemente a rischio l’operatività di un museo. Inoltre, è come se le mostre non fossero più l’obiettivo principale di un museo: si preferisce promuovere eventi, senza considerare che gli sponsor sono attratti da una programmazione di qualità.

Dunque siamo di fronte a una strategia mirata a sanare una fragilità economica?
La fragilità economica contraddistingue tutte le istituzioni culturali latinoamericane, a meno che non si tratti di istituzioni private. Il Mambo è l’istituzione culturale più importante della Colombia, ma questo cambio di governance non so dove porterà: ognuno si assumerà le sue responsabilità. Io me ne vado a testa alta, ho sempre difeso eticamente l’istituzione come un luogo di crescita collettiva e individuale, partendo dall’interno e dal benessere di chi ci lavora. Sono stato chiamato per rilanciare il museo, l’obiettivo è stato raggiunto, anche se negli ultimi tempi le cose sono peggiorate. Non avrei mai immaginato di concludere così.

Il sistema dell’arte locale non è rimasto indifferente alla notizia.
La dinamica non è stata piacevole. Basti pensare che i commenti social sotto il comunicato del museo sono stati chiusi: che un’istituzione che ha sempre promosso lo scambio e la libertà di pensiero ricorra alla censura ne mette in dubbio la serietà. Era normale che questa decisione avesse anche una ricaduta mediatica. Da parte mia, ho ricevuto messaggi di stima da molti colleghi: il sistema dell’arte locale mi ha abbracciato, testimonianza che ho fatto un buon lavoro. Certo, avrei voluto che fosse un’eredità, e non un testamento.

Ora che succederà?
Ora terminerò l’ultimo ciclo espositivo, le ultime 3 mostre tra cui il progetto di Elisa Giardina Papa vincitore dell’Italian Council. Si tratta del secondo capitolo di una trilogia il cui primo atto fu presentato alla Biennale di Venezia di Cecilia Alemani; questo è dedicato alla storia dell’Isola Ferdinandea formatasi tra la Sicilia e la Tunisia nel 1831: dopo sei mesi scomparve, ponendo fine alle dispute internazionali per rivendicarne la sovranità. Lascio al mio successore le mostre già programmate fino all’inizio del 2027. Io, invece, sento la necessità di cambiare, perché c’è sempre bisogno di rinnovarsi.

Dunque si torna in Italia?
Sì, sono dieci anni che non torno. Ho lavorato tantissimo in questi ultimi anni, ora è un momento di chiusure. Sono in Guatemala per il finissage della Bienal de Arte Paiz, probabilmente una delle esperienze più impegnative della mia carriera: 46 artisti, 10 sedi a cavallo di due città in un Paese ancestrale, intenso. Non è facile lavorare a queste latitudini, ma l’esperienza maturata al Mambo è stata fondamentale. E questa Biennale è stato il riconoscimento a livello regionale del percorso che ho fatto qui. Sarò sempre legato all’America Latina, la vita è un viaggio, ma è bello tornare a casa. Tornerò a Napoli perché ho sempre vissuto al Sud: il pensiero meridiano è quasi una vocazione. Per quali progetti? Si vedrà…

Livia Montagnoli

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