Artista e boscaiolo, l’outsider toscano che finì agli Uffizi e al MoMA (ora in mostra a Siena)
Una mostra ai Magazzini del Sale di Siena è occasione per ripercorrere la vicenda umana e artistica di un outsider artist poco noto al grande pubblico, ma baciato dal successo mentre era in vita. In un video inedito le immagini dell'esposizione
Questa è una storia di incontri felici, di percorsi che si incrociano a sorpresa e che cambiano destini, tra il presente e un’insospettabile linea del futuro. Ed è anche una storia di solitudini, di vite ruvide e di fatiche quotidiane, in cui l’arte s’inserisce per caso e per incanto, ma senza deviare troppo il corso delle cose, apparentemente.
Un boscaiolo semianalfabeta, nato a fine Ottocento in un piccolo comune toscano, Sovicille, in provincia di Siena; un’esistenza semplice scandita dal lavoro, dalla povertà, dalle regole mute dei campi e della natura; la leva militare nel 1915 e la guerra che irrompe subito, a macellare corpi, sogni, legami. Nel 1917, appena ventenne, Alberto Sani si ritrova in trincea, spedito (come il giovane tenente socialista Sandro Pertini) nel fuoco dell’undicesima battaglia sull’Isonzo. Viene ferito ma sopravvive a quella carneficina estiva sul confine italo-austriaco, finendo in una compagnia militare incaricata di sorvegliare la galleria del Sempione, strategica per il trasporto di merci, feriti, milizie.

Quando Alberto Sani scoprì la scultura
È in questi anni di stenti e di paure, mentre presta servizio in quei luoghi, che scopre una via di fuga, una passione, qualcosa che simbolicamente lo porti altrove, per far correre più velocemente il tempo, per impegnare la mente, per cercare un baricentro. Alberto Sani inizia ad intagliare il legno, sbozza forme seguendo l’istinto, senza sapere perché, per quanto, come: sono prevalentemente incisioni e bastoni finemente decorati, purtroppo andati perduti. Così nasceva la sua ossessione buona, l’invincibile febbre della scultura. Nel 1924 passerà alla pietra arenaria, materiale con cui scoprirà di avere affinità: anche in questo caso una tecnica inventata e non appresa, nessuno stile di riferimento e il mondo intorno a fare da ispirazione. Non avrebbe smesso più, fino alla fine dei suoi giorni.
Una mostra a Siena ricorda l’arte di Sani
La vicenda di Albero Sani, scultore autodidatta, rimasto sempre all’asciutto di nozioni artistiche, eppure spinto da quell’urgenza intima che accomuna tutti gli artisti outsider, è oggi al centro di una mostra allestita ai Magazzini del Sale, spazio espositivo ricavato all’interno del Palazzo Pubblico di Siena. Alberto Sani. Quando la scultura diventa poesia è diretta dalla responsabile scientifica del Museo Civico, Michela Eremita, in accordo con il comitato promotore (Paolo Neri, Renzo Traballesi e la curatrice Margherita Anselmi Zondadari). Un progetto che riporta all’attenzione del pubblico questa stramba biografia piena di contraddizioni e di colpi si scena: una storia da romanzo, di cui oggi restano, fortunatamente, testimonianze scritte, documenti e un ampio corpus di opere.
La vita agreste nelle opere di Siani
E sono 50 le sculture esposte a Siena, che lui aveva l’abitudine di definire “quadri”, così come preferiva al termine “scolpire” il più prossimo “lavorare”. Due dettagli che raccontano qualcosa di questa sua attività senza pretese, senza ambizioni, concreta come il sacrificio legato al mestiere; una pratica che procedeva per cumuli di immagini, quasi fossero pitture: non era il rapporto dell’oggetto con lo spazio a interessarlo, quanto la finalità narrativa e mimetica, la possibilità di tradurre il racconto in rappresentazione. E si tratta in effetti, quasi sempre, di bassorilievi, teatrini aggettanti con cui descrivere minuziosamente la vita contadina conosciuta da vicino: la semina, la vendemmia, l’aratura, la trebbiatura, il raccolto, la coglitura delle olive, la mondatura delle castagne (opera acquisita per l’occasione dal Museo civico di Siena). Il lavoro resta spunto prediletto, in una pratica quasi antropologica di osservazione e ricostruzione, ma non mancano i “ritratti” di animali selvatici, isolati dai contesti umani – come l’istrice e la volpe – o ancora un’allegoria delle quattro stagioni, qualche soggetto sacro (genere poco frequentato), fino a scene di vita sociale amena, come l’affresco lapideo dedicato alla festa di paese: tutte fotografie tridimensionali in cui oggetti, gesti, abiti, figure sono restituiti con cura e precisione, riuscendo a tirarne fuori una poesia sottile, antica, fatta d’innocenza. Al centro, un commosso sentimento di comunità.
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L’incontro con Dario Neri, fondatore di Electa
L’inizio del lavoro con la pietra coincise con il momento della svolta. A consigliargli di scolpire l’arenaria fu infatti Dario Neri, pittore, incisore, uomo di cultura, che nel ’23 – anno in cui Sani convolava a nozze con Severina Casini – lo incrocia per caso mentre si dedica ai suoi intagli. Venendone colpito gli offre un lavoro da giardiniere nella sua tenuta a Campriano: da qui passavano sovente amici di famiglia, esponenti del mondo della cultura di caratura internazionale, dal grande storico dell’arte Bernard Berenson all’insegne archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, da scrittori come Gadda ad altri storici dell’arte come Enzo Carli. Un crocevia di stimoli e intelligenze, in cui Sani si trova catapultato. Neri – che nel ’44 avrebbe fondato la casa editrice Electa – ne incoraggia il talento, capisce le potenzialità di quelle mani esperte e genuine, e diventa di fatto il suo mecenate.

Dalle prime mostre alle collezioni degli Uffizi
È l’avvio di una inaspettata carriera: nel 1932 partecipa alla mostra organizzata dal Sindacato fascista alla Camera di Commercio di Siena e l’anno successivo alla Prima Mostra del Sindacato Nazionale Fascista di Belle Arti al Palazzo del Parterre di San Gallo (FI). Nel 1934 accade qualcosa si straordinario: gli Uffizi acquistano il suo ciclo dedicato ai “Dodici mesi”, un calendario agricolo presentato lo stesso anno alla VII Mostra d’Arte Toscana di Firenze (oggi esposto nella sua interezza ai Magazzini del Sale). Nulla però cambia per Sani, rimasto un uomo semplice, affezionato ai suoi boschi, mentre intorno tutto sembra cambiare rapidamente.
Potrebbe averle scritte per lui, Carlo Emilio Gadda, queste parole dedicate in realtà allo stesso Neri, di cui ammirava la pittura e il rapporto viscerale con la terra d’origine: “Noi siamo consegnati alla terra, alle acque, all’arena, alla casa, agli strumenti, agli amici nostri, alle reminiscenze e ai fantasmi che promanano e direi vaporano dal paese, dalle torri, dai tetti, dai muri, dagli alberi… La nostra anima non è se non un groppo di relazioni e di vincoli che ci avvincono all’universo”. Pare di vederlo riflesso tra le righe, Alberto Sani, con gli strumenti per scolpire che si era costruito da solo, con l’attaccamento agli alberi, alla natura, al respiro antico dei luoghi conosciuti e interpretati. Una stessa corrente emotiva, evidentemente, nelle diversità di ceto, di vita, di cultura, generava tra questi uomini straordinarie forme di affinità elettiva.
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L’incontro con Berenson e i successi internazionali
Altre figure determinati saranno quelle di Albert Frédéric Lassueur, artista svizzero trapiantato in Italia, uomo colto e sensibile, che gli fu amico fino alla fine e con cui si trovò a esporre nel ’56 al Kunstsalon Wolfsberg di Zurigo, ma soprattutto Bernard Berenson, autorevole studioso del Rinascimento, tra le voci più influenti del panorama artistico statunitense ed europeo. Fortemente caldeggiato da Neri, l’incontro fu fonte di grande stupore per lo studioso, che nello scultore armato di un “rustico scalpellino” rintracciò l’inconsapevole eredità della “scultura funeraria e politica della tarda antichità”, quasi reincarnatasi nei minuziosi rilievi in tufo: “Analogo l’uso dello spazio, eguali le proporzioni delle figure, pressoché identica l’insistenza nell’indicare tensione e distensione dei muscoli, piglio delle mani”, e poi la resa degli arbusti, i chiaroscuri, il fogliame stilizzato, i corpi tozzi, gli spazi saturi.
Berenson nel 1950 pubblicherà con Electa un’importante monografia a lui dedicata, mentre sulla rivista fiorentina “Commentari” comparirà nello stesso anno un suo testo sul misterioso outsider artist senese, figlio di un passato sepolto e sconosciuto, eppure introiettato per qualche imperscrutabile ragione: gli artisti, scriveva, sembrano a volte “risvegliarsi in un mondo che non è il loro (…) Molti sono forse egiziani, assiri, greci, ostrogoti, sarmati, bulgari o ‘tardi romani’, come credo che sia Alberto Sani… Non frequentando scuole, e indifferente alle convenzioni stantie quanto a quelle che stanno nascendo ora, rimane un fenomeno affascinante, un artista, un vero artista fuori dal suo tempo“.

La maturità: Alberti Sani, scultore cieco
L’attenzione di Berenson sarà determinante per il successo internazionale di Sani, che tra l’11 febbraio e il 15 marzo 1950 si ritroverà al MoMA di New York, inserito nella mostra sulle nuove acquisizioni del museo. Tra queste il suo rilievo in pietra dal titolo “Macellazione dei maiali”. Eccezionale la lista dei 31 artisti, americani ed europei, giovani e maestri: da Giacometti a Fernard Léger, da Lucian Freud a Jackson Pollock, da Henry Moore a Pablo Picasso e Brancusi. Gli italiani presenti, oltre a lui, sono Pericle Fazzini, Antonio Music, Armando Pizzinato, Trancredi.
Alberto Sani, all’epoca, era già quasi cieco. Dagli anni ’40 aveva iniziato a soffrire di una patologia agli occhi, che però non gli aveva impedito di lavorare. Fino all’ultimo non smetterà di scolpire e non si rifiuterà di promuovere il suo lavoro, nonostante la distanza culturale e psicologica da un sistema dell’arte che prepotentemente ne subiva il fascino. Nel 1949 espone a Palazzo Strozzi, in coppia con Carlotta De Jurco, nel 1952 partecipa alla VI Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma e vince il Premio Provincia di Roma per la scultura con la Madonna dell’Uva, donata a Papa Pio XII; nel 1958 viene selezionato per la Biennale d’arte sacra di Bologna; intanto diverse gallerie private, tra Roma, Milano, Bologna, accolgono i suoi lavori.

conservata presso la la Fondazione Berenson, Villa I Tatti (FI)
Il ricordo di Sani su una pellicola dell’Istituto Luce
Con parole perfette lo descrisse un servizio del cinegiornale dell’Istituto Luce, trasmesso il 5 aprile del 1950. Giunto in casa sua, l’autore ne osservava l’arte, la routine, documentando fortunatamente anche una delle sue ultime creazioni: un teatrino semovente in legno composto da una banda di suonatori, macchina scenica piena di magia, purtroppo oggi dispersa. Così veniva raccontata l’ostinazione e la pulsione creativa dell’uomo, che nel suo buio progressivo cercava immagini da disseppellire: “Adesso ritrae cosa gli è rimasto in fondo alla memoria. Si è fabbricato i suoi strumenti, col tatto riscontra le forme: è come se avesse fatto posare i suoi ricordi. Ma il suo verificare, il suo rifinire, sono anche un carezzare affettuoso, nostalgico: questo per lui è il surrogato del mondo visibile. Per gli occhi degli altri ha creato qualcosa che lui non vedrà”.
Alberto Sani si sarebbe spento 14 anni dopo, a Siena. Sue opere si trovano, oltre che al MoMa e agli Uffizi, in diverse collezioni pubbliche e private, dalla Fondazione Berenson alla Gam di Bologna, dalla banca del Monte dei Paschi di Siena alla Banca di Credito fiorentino. Lui, che diceva di avere sempre “tutto nella mente”, quando si piazzava davanti a un pezzo di legno o di tufo, chissà se si era mai prefigurato la luminosa carriera avuta in sorte. Probabilmente no. Ed il successo era forse un imprevisto che gli scorreva a fianco, un bel frastuono che non intaccava la sua bolla e la sua voce interiore: “Qualcosa di strano dentro di me mi spinge a farlo“, rispondeva a chi gli chiedeva l’origine di quella pulsione scultorea. Un modo per passare il tempo, per fare qualche soldo e per restare in quell’altrove che a vent’anni lo aveva protetto, nel mezzo della guerra, insegnandogli a pensare il mondo per immagini e a custodirlo tra forma e materia.
Helga Marsala
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