Architettura fuori dagli schemi. 3 mostre da non perdere a Mendrisio 

Le mostre al Teatro Mendrisio raccontano fotografia, satira e architettura interattiva, riflettendo su spazio, percezione e ruolo dell’architetto nella società contemporanea

Ultime settimane per visitare Stefano Graziani. Reality Show (a cura di Francesco Zanot), Archisatire. Una controstoria dell’architettura (a cura di Gabriele Neri) e il progetto Due esercizi, realizzato dagli studenti del primo anno dell’Accademia di architettura sotto la guida di Riccardo Blumer. Pur diverse per estetica e approccio, le esposizioni, che hanno inaugurato la stagione autunnale 2025-2026 del Teatro Mendrisio, condividono un interesse comune: esplorare le relazioni tra immagini, spazio e pratiche di conoscenza, più che concentrarsi sugli oggetti in sé. “Non sono le cose a contare”, osserva infatti Blumer, “ma le relazioni tra le cose”. Promossi dall’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana e concepiti come vere mise en scène, gli interventi occupano tre livelli del teatro, articolando piani visivi, ironici e performativi. 

Reality Show: la fotografia in architettura secondo Stefano Graziani  

Al primo piano del Teatro di Mendrisio si trova Reality Show, curata da Francesco Zanot, che esplora il rapporto tra architettura e fotografia attraverso il lavoro recente di Stefano Graziani (Bologna, 1971). La sua pratica mette in discussione la presunta neutralità della fotografia architettonica, spesso pensata per restituire edifici “perfetti”, isolati da difetti e contesto. Graziani adotta prospettive laterali, accostamenti inattesi e dettagli marginali, rivelando ciò che solitamente l’occhio non percepisce e innescando nello spettatore molteplici interrogativi. “La fotografia contiene molte più informazioni di quante possiamo decifrarne”, afferma Zanot, “è l’accostamento che genera nuovi significati”. Anche l’allestimento riflette questa logica: le fotografie sono collocate in angoli o posizioni decentrate, lontane da un’esposizione convenzionale. Lo spazio stesso diventa protagonista, dialogando con le immagini e amplificando la sensibilità visiva del pubblico. 

La realtà come messa in scena nelle opere in mostra al Teatro Mendrisio 

La linea tra ciò che si vede e ciò che viene rivelato è sottile, e il titolo Reality Show sintetizza questa tensione. “È uno show nel senso di messa in scena, ma legato alla realtà dalla natura documentaria della fotografia”, spiega Zanot. Le immagini di Graziani sono autonome e interpretative: sedie di Gio Ponti accatastate in un deposito, ballerine e tuffatrici colte in gesti imperfetti, fuochi d’artificio che si liberano nel buio. “Ci sono sempre elementi che sfuggono al controllo”, commenta l’artista. Micro-indizi trasformano ogni scatto in un’esperienza visiva e corporea, giocando costantemente tra rigore apparente e sorpresa. 

L’ironia come controstoria: la mostra Archisatire al Teatro Mendrisio 

Di solito siamo abituati a vedere gli architetti celebrati con medaglie, monografie e retrospettive”, racconta il curatore Gabriele Neri, “qui accade l’opposto: case invivibili, architetti derisi, una prospettiva anticonvenzionale sulla professione”. Archisatire. Una controstoria dell’architettura propone una vera rilettura critica dell’architettura attraverso caricature, vignette, cartoons, fotomontaggi e frammenti cinematografici. Immagini spesso effimere, nate per giornali e riviste, mettono in luce aspetti trascurati dalla storiografia ufficiale, come l’impatto reale dei progetti sulla vita quotidiana. Il percorso alterna documenti e punti di vista opposti, tra glorificazione e parodia, leggerezza e gravità. L’umorismo diventa strumento critico per affrontare questioni politiche, sociali ed economiche complesse, in cui l’architettura è talvolta capro espiatorio o veicolo simbolico. “Ridere è un atto sociale e civile”, osserva Neri. Quale modo efficace per guardare criticamente la società e la professione? 

Quattro sezioni, quattro temi differenti 

La mostra fa subito vedere l’architetto nelle sue molteplici rappresentazioni: icona glamour sulle copertine di Domus o figura ridicolizzata in caricature dissacranti. Tra allegorie rinascimentali e vignette tra Sette e Ottocento, celebrazione e satira si intrecciano in un mito che attraversa i secoli. Seguono gli scandali urbani e i monumenti controversi – dal Crystal Palace al Guggenheim di New York, dalla Sydney Opera House agli sventramenti di Parigi e Roma – trasformati in materia di ironia e dibattito pubblico. La sezione domestica esplora il rapporto tra spazio abitativo e comportamenti quotidiani: dal prefabbricato di Buster Keaton alla Villa Arpel di Mon Oncle, fino agli interni minimalisti milanesi di Alvar Aaltissimo, la satira traduce problemi ed eccessi del vivere moderno in gag e parodie. Il percorso si chiude con gli architetti vignettisti – da Ugo La Pietra a Le Corbusier, fino a Saul Steinberg – che utilizzano l’umorismo per comunicare idee complesse a un pubblico più ampio. Resta tuttavia quasi invisibile la figura della donna architetto, la cui unica rappresentazione, risalente circa al 1910, la immagina ovviamente “confinata in una grande cucina, con camere da letto marginali”. 

Installazione “Due esercizi” a cura dell’Atelier orizzontale Blumer - Teatro dell’architettura Mendrisio © Enrico Cano
Installazione “Due esercizi” a cura dell’Atelier orizzontale Blumer – Teatro dell’architettura Mendrisio © Enrico Cano

Due esercizi: installazioni performative tra suono, movimento e vita artificiale 

Il trait d’union tra le due mostre prende forma in Due esercizi, le installazioni realizzate dagli studenti del primo anno del Bachelor dell’Accademia di architettura sotto la guida dell’Atelier orizzontale Blumer. Due interventi che trasformano lo spazio centrale dell’edificio in un vero e proprio dispositivo scenico: oggetti mobili e strutture azionabili attivano l’ambiente, mettendo alla prova ogni progetto nella sua funzionalità. Nella parte alta del teatro, le suggestive “ruote campanarie” – casse lignee capaci di generare suoni attraverso movimenti rotatori e oscillatori – instaurano un dialogo tra costruzione e risonanza. Il suono diventa così misura dello spazio e verifica concreta dell’idea progettuale. Al piano terra, invece, sono le “articolazioni mobili” a catturare lo sguardo. Realizzate in legno e nylon e attivate da un pendolo, queste strutture di medie dimensioni danno vita a sorprendenti organismi meccanici. “Ne sono nati strani ‘vertebrati’, ciascuno dei quali compie movimenti differenti: si espandono, si ingrandiscono e si contraggono“, racconta Blumer. “La scoperta è stata proprio questa: riuscire a produrre una forma di vita artificiale, che rappresenta, in un certo senso, uno dei grandi temi dell’architettura“. 
 
Carolina Chiatto 

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Carolina Chiatto

Carolina Chiatto

Cresciuta in provincia di Potenza, si laurea in Scienze dell’Architettura presso l’università di Roma Tre. Dopo aver vinto una borsa di studio con l’università di Cagliari per partecipare a un corso di formazione per giovani imprenditori, si appassiona al mondo…

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