Storia di Villa Romana a Firenze, un’istituzione che fa da ponte tra Germania e Italia
120 anni dell’istituzione tedesca in Italia offrono l’occasione per riflettere, grazie a una mostra al Museo Novecento, sul portato critico di oltre un secolo, dal Novecento fino ad oggi. Attraversando la storia del mondo e dell’arte
Fondata nel 1905 dal pittore Max Klinger, Villa Romana, così chiamata per l’antico nome della via (oggi via Senese) sulla quale sorge la villa neoclassica che ospita la comunità di artisti ad essa collegata, ha compiuto 120 anni nel 2025. Sede del più antico premio d’arte tedesco, è ancora oggi fucina di incontri e sede di una importante residenza per artisti nel cuore di Firenze.
In una collaborazione tra istituzioni, il Museo Novecento diretto da Sergio Risaliti, insieme alla direttrice (dal 2022) Elena Agudio e alle curatrici Mistura Allison e Eva Francioli, ha promosso l’idea di una mostra che facesse il punto su una esperienza internazionale che da più di un secolo si interseca con la storia della città toscana e dell’Italia intera, con un approccio critico e multidisciplinare. “L’esempio di Villa Romana”, spiega Risaliti, “ci fa pensare, inoltre, ai grandi maestri del passato. Tra tutti, basti citare Leonardo da Vinci, che arrivò proprio qui in città, dall’hinterland, per formarsi nella bottega di Verrocchio. Firenze, pertanto, è stata e continua a essere campus, centro di formazione, bottega, atelier, laboratorio in cui i giovani appassionati o vocati all’arte possono maturare al meglio il proprio talento”.
Chi è Max Klinger
Nato a Lipsia nel 1857 (morirà poi a Naumburg nel 1920) Klinger è stato una figura eclettica spaziando dall’arte, alla letteratura alla scienza. La sua vita è stata attraversata dal viaggio, spostandosi in Belgio e poi in Danimarca e Norvegia, dove influenzerà con la sua arte Edvard Munch, allora giovanissimo, fino ad approdare a Parigi. Il primo viaggio in Italia è nel 1886 a Carrara, vi ritorna nel 1888 con esperienze a Roma e poi in Sicilia. Entra nel 1897 nella Secessione Viennese. Nel 1905, pochi anni prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, fonda Villa Romana a Firenze, sede del premio (istituito dal Deutscher Künstlerbund (la Lega di Artisti Tedeschi)) ma anche luogo di aggregazione per artisti. È in un clima internazionale complesso che Villa Romana ospita artisti come Georg Kolbe, Max Beckmann, Käthe Kollwitz, Ernst Barlach e Max Pechstein, riuscendo anche sul crinale degli Anni Trenta a salvaguardare l’indipendenza dell’istituzione dalle pressioni del Reich. Tra il 1945 e il 1957 viene confiscata dagli alleati e dal governo italiano (di questo periodo è testimone in mostra un nutrito corpus di quadri, datato però tra gli Anni Ottanta e Novanta e di proprietà del Gabinetto Vieusseux di Firenze, di Adriana Pincherle, sorella di Alberto Moravia, allora residente nella villa, insieme tra gli altri al marito Onofrio Martinelli, qui presente in uno dei suoi ritratti), per poi tornare alla sua missione preliminare.
Il nuovo corso di Villa Romana
Da allora sono molte le importanti storie dell’arte che si intrecciano a quelle della Villa: Georg Baselitz, Anna Oppermann, Markus Lüpertz, Katharina Grosse, Anna Oppermann, ma anche Daniel Knorr, Gregor Schneider e Giuseppe Stampone, tra gli altri. La mostra, la prima in una istituzione italiana a raccontare questa vicenda, si apre proprio con l’opera Il bacio della sirena di Klinger (presente con otto lavori, tra cui l’Autoritratto con gli occhiali e il ritratto della musa e compagna Elsa Asenijeff, tra pittura, scultura e incisione).
Gli artisti e il Regime
Con questa grande e coinvolgente tela del 1895 il team curatoriale dà l’avvio a un percorso che porta il visitatore nell’atmosfera progettuale e laboratoriale vissuta dai borsisti, in una relazione di scambio, ma anche in un rapporto empatico con la natura (ad esempio nelle incisioni di Käthe Kollwitz, che si mescolano a temi di natura sociale, al racconto della vita agraria, ma anche della tragedia della guerra – struggenti le opere sulla maternità nel conflitto). La mostra è testimonianza dell’opera di Ernst Barlach, con due opere degli Anni Venti, fuse a bronzo poco prima della scomparsa dell’artista nel 1938, anno in cui il regime nazista mette a bando la sua opera confiscando quasi 400 pezzi. Destino analogo subisce anche Max Pechstein, tra i membri di Die Brucke, con i suoi manifesti e le sue opere che traducono lo spirito del tempo in espressione. Diversamente, dalla plastica di Georg Kolbe emergono prepotenti gli afflati provenienti dal Reich.
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Firenze e Villa Romana
C’è ovviamente molta Firenze e qualche spot di Villa Romana negli interventi di Hans Purrmann (anche direttore dell’istituzione nel periodo più difficile, dal 1933) e di Theo von Brockhusen. E con l’acquerello Il disegno fiorentino di Georg Baselitz presente anche con due quadri importanti, Un bloccato del 1965 e Un cacciatore del 1968, quasi a fare da anteprima alla grande mostra dedicata all’artista che dal 25 marzo sarà con 170 opere nelle sale del Museo Novecento. Tra le opere più coinvolgenti figurano inoltre gli Ensambles di Anna Oppermann (tra le più note artiste in mostra con partecipazioni a documenta a Kassel e alla Biennale di Venezia), realizzati a partire dagli Anni Settanta, mescolando arte concettuale, collages, grafica e approccio spaziale.
Le opere in mostra
“La forma dell’Ensemble”, racconta l’artista, “è la mia proposta di interazione. Ad alcuni sembra soggettivista, autistica, monomaniacale. Eppure, vorrei essere una mediatrice tra le diverse discipline, tra ragione e percezione sensoriale, tra arte e scienza, tra cittadino comune e outsider”. Mentre gli Anni Novanta e Duemila chiudono il cerchio con artiste come Karin Sander e Amelie von Wulffen. L’esposizione nel celebrare un importante anniversario e nell’immergere lo spettatore in una storia che appartiene al mondo e alla città pone, per dirla con le parole di Elena Agudio alcune domande: “Come può una residenza attuare e proteggere la libertà artistica come realtà vissuta e progetto collettivo? Come può muoversi tra gli intrecci della politica culturale, della geopolitica e della sperimentazione estetica? E come può un’istituzione di questo tipo rispondere alle urgenze del presente, preservando al tempo stesso l’integrità—e le produttive complessità—della propria identità storica?”. Sono questioni urgenti che nel nostro vissuto odierno tornano ad essere attuali e reali. E che ogni istituzione, non solo Villa Romana, dovrebbe oggi porsi. Per capire il passato e affrontare il futuro.
Santa Nastro
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