In Friuli-Venezia Giulia c’è una mostra che parla di confini (e come superarli) 

È una mostra collettiva che attraverso media diversi ragiona sul concetto di limite e soglia, a partire dal corpo umano per arrivare al paesaggio. E lo fa in un territorio di confine

Il Museo Civico del Territorio di Cormòns ospita Limina, una mostra raffinata e corposa a cura di Ivan Crico, che si inserisce all’interno di GO!2025 Nova Gorica/Gorizia capitale europea della Cultura e si interroga sul concetto di limite sotto svariate sfaccettature, con media che vanno dalla pittura alla fotografia, dall’installazione al video, senza escludere la scultura e il design. Il piano terra ci pone subito davanti a quello che è il confine maggiormente trattato in mostra, ovvero il nostro. Quello stabilito dal corpo, dalla pelle, soglie porose che mettono in contatto apparenza e sostanza, l’io con l’altro.  

Gli artisti della mostra “Limina” 

Attraverso di esso decidiamo chi tenere lontano e chi incorporare, come sembra suggerirci la stella di legno di Stefano Comelli, il cui messaggio politico, diviene qui messaggio universale, richiamando da un lato l’uomo cosmico, fatto della stessa materia delle stelle, dall’altro quello vitruviano con il suo antropocentrismo. La stella oscilla, volgendo lo sguardo ai dipinti di Giorgio Pignotti, che raffigurano uomini senza teste e teste che, avendo perduto i loro corpi, si innestano in natura, sperando di metter su radici. Fanno parte della serie Antropogonia che, come i lavori di Adriana Iaconcig, incentrati sui Blumarij, figure del Pust di Montefosca, si interrogano sull’origine e il mito, su possibili portali alchemici e allegorici, aperti anche da Simone Pellegrini al piano superiore. 

Il percorso espositivo su due piani di “Limina” 

A ultimare questi spazi, assieme al dittico che in entrata omaggia Luciano de Gironcoli, artista locale mancato nel 2024, vi sono Edi Carrer con una scultura in marmo conservata preziosamente all’interno di una teca, che vede un cervello collegato ad un joystick, e i corpi perfetti, ma perennemente in caduta, di Nicola Verlato. Anatomie, come lo dice il titolo stesso – Anatomik – di Carrer, in bilico fra tragedia, mito e contemporaneità. Tematiche che si configurano a loro volta come limiti e soglie, all’interno delle quali si dispiegano anche le riflessioni del piano successivo.  

Luce, ombra e colore nella mostra di Cormòns  

Salendo le scale si incontrano le opere di Ivan Crico, piccoli e drammatici dipinti e sculture il cui riferimento è a Ungaretti, alla poesia e alla Prima Guerra Mondiale combattuta in questi luoghi. Le sedie colorate e arrotondate di Ross Lovegrove, segnano uno spartiacque fra il buio dei dipinti e quello dell’installazione di Vanija Mervić le cui immagini, riprodotte senza la luce, sono un’antitesi della fotografia. La sala del primo piano è caratterizzata da un dialogo ritmico che crea ulteriori narrazioni e rimandi fra le opere. Da ogni angolazione si possono costruire intrecci di forme, colori, racconti. A prendere il sopravvento, vi è l’installazione centrale di Michele Spanghero, tutta giocata sulla linea retta e curva, sul silenzio e il suono. Si tratta di tracce in potenza dove l’arancione e il blu delle corde tese e i grigi della struttura metallica creano un rimando circolare con tutte le opere, un’eco cromatica che emerge come fuoco nei tre dipinti di Stefano Ornella, nella grande tela-libro di Ivan Crico, nei lavori della giovanissima Gaia Agostini, così come in Alfio Giurato. Se la prima, attraverso la pittura e il tessuto ricamato, ripercorre una soglia generazionale, intrecciando tutto il suo vissuto personale, il secondo crea dei quadri-scultura materici e tridimensionali che sembrano emergere da un muro scrostato come dei décollage.  

Il concetto di confine in mostra 

Il secondo nesso coloristico riparte sempre dal centro, dall’Hexahedron di Spanghero che, come la stella al piano terra, sembra voler rimandare alle divine proporzioni e, aggiungo io, alle connessioni, umane, che continuano ad essere protagoniste. Il grigio del metallo mette in evidenza le nebbie e le sfocature di Emanuela Sedmach e Michele Parisi da un lato, e di Roberto Kusterle dall’altro. Qui il confine è fra quello che vedo e non vedo, fra il dipinto e la fotografia e fra quest’ultima e la scultura. Sono sicuramente tutti lavori che interrogano costantemente sulla visione, il pensiero e la percezione. Ciò che penso definisce e plasma sempre ciò che vedo e qui, il paesaggio interiore sembra volerci confermare che è anche paesaggio esteriore. Attraversandolo come un elemento vivo, la mobile sfera di giornali di Michelangelo Pistoletto, realizzata con gli studenti del Max Fabiani per GO2025!, ha fisicamente oltrepassato il confine tra Italia e Slovenia l’8 febbraio dello scorso anno. Oscillando ora tra la tela-libro di Crico, il “foglio” di Pellegrini e il tetraedro di Spanghero, unisce leggerezza e solidità, carta e forma, e diventa simbolo di relazione, riscrittura e superamento delle frontiere, continuando idealmente il movimento e il dialogo nello spazio espositivo.  

“Limina” insegna a superare le distinzioni 

A proposito di percezioni e sensazioni, se da un lato Giovanni Sicuro, che si forma come orafo, realizza delle raffinatissime spillette in marmo, trasformate qui in vere e proprie sculture, dall’altro Giulio Fornarelli crea un divertentissimo ghiacciolo, emulando il marmo con la tecnica antica della scagliola. Qui la soglia è anche fra arte e artigianato, fra realtà e finzione, fra materiali poveri e materiali preziosi. Infine, le corde tese e l’acciaio curvo dell’installazione di Spanghero si connettono alla carta simile ad una pergamena antica con i suoi grovigli serpentinati di Simone Pellegrini e alle tre tele di Roberto Cantarutti sospese fra finito e non-finito, definito e informe. Il potente Sursum Corda di Maria Elisabetta Novello chiude con il cuore quell’inizio di soglia inaugurato con le teste di Pignotti e Iaconcig e con il cervello di Carrer. È il cuore che ci aiuta a varcare le soglie, ad andare oltre, a metterci in dialogo con noi stessi e con gli altri. A formarsi per primo e a lasciarci per ultimo. Il lavoro di Novello, realizzato, come già accaduto altre volte, con i danzatori di Arearea Roberto Cocconi e Luca Zampar è un’installazione articolata che include fotografia, video, stampe, oggetti che restituiscono al battito il suo ritmo sensato fatto di sentimento e attenzione per la vita. Sursum Corda non chiude soltanto il percorso espositivo, ma ne diviene la sintesi emotiva, un invito a stare nell’emozione e nel limite per poi attraversarli e lasciarli andare, riconoscendoli come spazi di relazione, non come linee di separazione.  

Eva Comuzzi 

Cormòns // fino al 22 febbraio 2026 
LIMINA – Borders, Confini, Grenzen, Meje, Confinz 
MUSEO CIVICO DEL TERRITORIO, Gorizia

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Eva Comuzzi

Eva Comuzzi

Eva Comuzzi (1977) è storica dell'arte e curatrice. Lavora per diversi anni alla Galleria d'Arte Contemporanea di Monfalcone, specializzandosi nell'operato delle giovani generazioni. Al termine di questa esperienza, fonda NASAC – Nuova Accademia delle Arti Storico-Artistiche Contemporanee), progetto itinerante e…

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