Coincidenze tra letteratura, scienza e arte. Una riflessione sulla Metafisica tra mostre e libri 

Due libri di Valery e Giorgio Parisi e la mostra Metafisica/Metafisiche a Palazzo Reale offrono l’occasione per riflettere sulle possibili intersezioni tra arte e scienza, immaginando un nuovo presente

Ai primi di gennaio sono arrivati in libreria L’opera umana-Corso di poetica 1937-1945, di Paul Valery (Feltrinelli), Le simmetrie nascoste del fisico, premio Nobel, Giorgio Parisi, (Rizzoli) e il 27 gennaio si è inaugurata Metafisica/Metafisiche a cura di Vincenzo Trione, a Palazzo Reale di Milano. Comincio con Valery e leggo che l’arte è un fare che interagendo con chi la osserva, lo fa diventare a sua volta soggetto “produttore”. Lui l’aveva capito prima di me: è un’ignoranza inconsapevole, non avendolo letto nel 1994, quando ho curato (insieme a Giorgio Verzotti) la mostra al Castello di Rivoli, che avevo intitolato Soggetto-Soggetto.  

Arte e scienza secondo Valery 

È, invece, un’intuizione contemporanea abbinare le sue parole al dialogo arte e scienza che da un po’ di anni coordino alla Libreria delle donne di Milano.  Eccole.  

La parola arte inizialmente ha il significato di modo di fare, che è convenzione chiamare opera dello spirito. Ma l’opera dello spirito non esiste che in atto. Ad esempio, diciamo che la medicina è un’arte perché non è un sistema di atti assolutamente determinati, appartiene alla persona del medico (p.109). Scienza, arte, tecnica non vivono, non esistono che quando lo strumento, cioè l’essere vivente, non viene ad aggiungervisi e ne fa qualcosa. In tutte le arti troverete nozioni di fondo, di stile, di composizione che esigono di essere riprese o abolite (p. 98). 

L’immensa maggioranza di eventi che ci accadono ad ogni istante, la percepiamo appena a metà e quindi la trascuriamo, ma se c’è qualcosa che resta, allora il nostro organismo si trasforma senza che ne accorgiamo.   

Un testo letto in una certa disposizione di spirito non sarà capito con una disposizione differente.  

Nelle cose mentali, ci troviamo in presenza di nozioni che ci bloccano: l’indeterminazione, l’arbitrario, il dubbio sul valore, anzi sull’esistenza o inesistenza di questi valori a seconda dell’individuo. La consequenzialità è un’eccezione. (p101- 103) 

Le parole della scienza secondo Giorgio Parisi 

Lo scorso 27 gennaio 2026 alla presentazione del nuovo libro di Giorgio Parisi, Le simmetrie nascoste ho capito che appropriarmi delle parole della scienza, è un atto che dipende dal mio modo di leggere (Valery) e un modo “semplice” per interagire con i calcoli della fisica, nel momento in cui Parisi li racconta davanti a me. 

Immaginiamo un universo composto da un gas omogeneo nel quale non potrebbero esserci strutture, pianeti, vita, niente di niente. È l’universo della Genesi prima dell’intervento di Dio: fortunatamente per noi le cose sono andate diversamente: dal caos primigenio la materia si concentra in zone più dense che poi formano galassie e le galassie si dividono in stelle. Attorno alle stelle gli atomi si aggregano in granelli di polvere e queste nuvole di polvere si condensano in pianeti. Ma nemmeno i pianeti sono omogenei. Quanto di interessante c’è nell’universo è la conseguenza di fenomeni emergenti. 

Tutto quello che osserviamo, notiamo, studiamo sono fenomeni emergenti.  Cos’è una proprietà emergente? È la presenza di innumerevoli agenti (gas, atomi, molecole, piante, animali, metalli) che interagendo tra loro producono comportamenti, che si presentano solo quando il numero di agenti è estremamente elevato. (p17-19)”. 

La complessità secondo Valery e Parisi 

Il passaggio che mi familiarizza con le sue affermazioni sta nel fatto che tra gli innumerevoli agenti inserisce la Borsa Valori dove “gli agenti sono le persone, i computer, e i fenomeni emergenti le variazioni giornaliere” e il Cervello: Gli agenti sono i neuroni. Le proprietà emergenti sono la memoria, l’apprendimento, le emozioni, il pensiero. Tutti questi fenomeni possono avvenire solo quando il numero di neuroni è estremamente elevato”. (p.19) Da un lato penso all’immensa maggioranza di eventi che accade ogni istante, di cui parla Valery; dall’altro all’atto che compie Parisi: “Si possono studiare sistemi complessi scrivendo equazioni semplici e risolvendole.  

Il mondo descritto da Galileo era un mondo senza attrito. Dalla metà dell’Ottocento la fisica ha ideato una grande varietà di tecniche, metodi, teorie fisico-matematiche estremamente sofisticate per studiare le proprietà emergenti in fenomeni semplici, e queste poi sono diventate utensili straordinari per studiare l’emergenza di fenomeni complessi” (Parisi, p.20 -21). Valery rileva che la parola arte riguarda l’atto più che la cosa, per questo allude a comportamenti indeterminati; Parisi descrive così la parola complesso. “È una parola che scivola tra le manidi di chi cerca una definizione precisa, a volte sottolinea il significato di complicato, ossia composto da molti elementi (una centrale nucleare ha centomila pezzi differenti), o imprevedibile (l’atmosfera: non si possono fare previsioni a lunga scadenza” (p.21). 

Il lessico dell’arte e della scienza 

Sono parole che trasferiamo dal lessico familiare a quello /intellettuale/scientifico, per non sentirci troppo estranei da opinioni che ci colpiscono, ma non ci appartengono.  Da pochi decenni, però, l’informazione globale le rende accessibili a tutti, a tutti i livelli di lettura.   

L’arte è stata simbolo di un altrove non imitabile, prima perché tendente al divino e poi perché se n’è separata, ma se questo altrove ha prodotto utensili straordinari per studiare l’emergenza di fenomeni complessi, scrivendo equazioni semplici e risolvendole (Parisi), come appropriarcene per risolvere equazioni personali emotive, ingenue, ma pur sempre da calcolare? 

Posso ancora separare la mia conoscenza limitata, transitoria, da quella rinnovabile dell’universo, confermata da scoperte effettive? I dubbi verso cosa li debbo esprimere? Verso la mia modesta capacità matematica o verso un’immaginazione che uso come un dato del tradizionale rapporto, vero-falso, soggetto-oggetto invece che come un comportamento personale, anonimo, ma non per questo irrilevante per me. La notorietà tempestiva si sostituisce alla sorpresa innocente dell’intuizione. Rientra in quei fenomeni emergenti di cui parla un fisico che ha ricevuto il Nobel per queste scoperte? Influisce sulla percezione del tempo? È una mia banale interpretazione?  

La mostra Metafisica/Metafisiche 

Sono domande che appaiono nella mostra Metafisica/Metafisiche. La linearità di discendenze, che da de Chirico, Savinio, Carrà, de Pisis arriva fino al presente, non determina fenomeni emergenti, ma “nozioni di fondo, di stile, di composizione da riprendere o abolire”, come scriveva Valery. Tutta la mostra è punteggiata da de Chirico e nonostante il numero elevatissimo di opere non diventano agenti che interagiscono (Parisi,) o come elementi aggiunti come definiva Malevič l’arte, ma come conseguenze databili ognuna per sé. E l’omaggio di Andy Warhol a de Chirico affonda in un’indistinta moltitudine.  

In polemica con la pittura degli Anni ’60, de Chirico sottolineava che “il colore è polpa tinta” e non rinsecchite tonalità su una superficie.   

Il movimento metafisico pone tuttora la domanda su cosa vibra oltre la superficie, ma l’arte, intesa come il fare, dei decenni trascorsi ci ha mostrato fenomeni che si distanziano dal concetto di avanguardia, di movimenti, a favore di individualità sociali, politiche, che ha portato all’inedita presenza di donne artiste e non solo di “Muse Inquietanti”. Questa differenza evidenzia un salto e non una discendenza.   

Arte e fisica quantistica 

Come ha sottolineato Carlo Rovelli, la fisica quantistica ha scoperto che “non c’è linearità tra passato e futuro” (“L’ordine del tempo”, 2017), cosa che potrebbe giustificare il gran numero di metafisiche a cui allude la mostra, ma oggi la storia, non è separabile dall‘agente soggettivo col quale la viviamo e osserviamo. Riattualizzare il concetto di metafisica, significa interagire con “nozioni da riprendere o abolire” (come scriveva Valery), mentre la presenza costante di citazioni di De Chirico, lungo tutto il percorso della mostra, sembra giustificare una linearità piuttosto che una dialettica passato-presente. 

Tuttora de Chirico suggerisce la navigazione in “pianeti non omogenei” (Parisi): la proprietà emergente a Palazzo Reale riguarda la difficoltà a individuarli che si sente nel fare di oggi, sociale, politico, artistico? “Sperem” come si dice a Milano.   

Francesca Pasini 

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Francesca Pasini

Francesca Pasini

Laureata in Storia dell’Arte a Padova, vive a Milano, critica e curatrice indipendente. Curatele: Castello di Rivoli, Pac-Milano, Maga, Biennale VE, Maga, Mart, Teatro La Fenice, Fondazione Bevilacqua La Masa, Fondazione Pierluigi e Natalina Remotti, Quarta Vetrina- Libreria delle donne…

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