Se è vero che Cennino Cennini descrive uno “stilo” nel suo trattato sulla pittura di fine Trecento, le prime vere matite arrivano solo nella seconda metà del Cinquecento con i giacimenti di grafite inglesi; da lì, la produzione industriale comincia a fine Settecento e poi, pienamente, nell’Ottocento. Anni in cui l’Italia prova a rispondere alla richiesta: tutte piccole realtà che durano poco, fino alla prima esperienza longeva, la Cesare Pangrazzi & Fratelli di Milano, a tutti gli effetti la capostipite dell’industria di matite italiana. La piena fioritura industriale arriva però con la spinta dell’autarchia: nel 1920 aprono tre importanti aziende, le protagoniste della produzione italiana di lapis. Sono la FIM – Fabbrica Italiana Matite, a Torino; la FILA – Fabbrica Italiana Lapis e Affini, a Firenze; e la Presbitero a Milano. Delle tre, solo la FILA è ancora in attività, in una nuova ed evoluta veste multinazionale, ma la produzione di matite ha lasciato il Paese. Di matite italiane, oggi, non ne fanno più.
Il declino della produzione di matite in Italia
“Teoricamente c’è ancora una matita prodotta in Italia, ma è un po’ particolare: la Perpetua di Susanna Martucci nasce da un polimero di scarto delle gomme. Però non è proprio una matita da disegno, non ha gradazione e funziona anche su computer”. A parlare, e spiegarci la storia breve ma gloriosa della matita italiana, è Giovanni Renzi, architetto, consulente storico e archivista che durante la pandemia ha cominciato a scrivere brevi raconti sulla storia delle matite su LinkedIn e da allora non si è più fermato. Autodefinitosi “lapisnauta”, un nome che descrive l’esperienza dei suoi viaggi nel tempo e nello spazio attraverso il lapis, Renzi ha ripercorso la storia del Paese attraverso la lente delle matite: “Queste grosse aziende di Firenze, Torino, Milano hanno fatto la storia, chiudendo però una dopo l’altra. Eccetto la FILA, che è diventata un gigante”, racconta. Multinazionale con un fatturato di seicento milioni l’anno (al 2024), la FILA produce in Italia solo Das, Tratto Pen e pennarelli: ma potrebbe tornare, un giorno, a produrre matite italiane? “Hanno di certo una potenza incredibile, con stabilimenti in India, Messico, Cina, e non avrebbero problemi a investire in macchinari e linee produttive. Il problema sarebbe invece il costo della manodopera: tutti lavorano in Oriente, dove costa molto poco”, spiega Renzi.
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Giovanni Renzi, lapisnauta
Autore del libro del 2019 Matite, che ripercorre in maniera approfondita le tappe salienti della storia del leggendario strumento, Renzi ha in uscita a marzo un nuovo libro monografico per i tipi di Silvana Editoriale (con progetto della grafica Silvana Visconti, a sua volta una delle maggiori collezioniste di matite al mondo), dedicato al marchio Presbitero e alla sua influenza popolare. Complice il suo simbolo evocativo, un faccione con delle matite che spuntano dalla testa, la Presbitero è stata eternata in numerosi libri – Il Pendolo di Foucault di Eco, ma anche da De Crescenzo e Alda Merini, a cui la testa ricordava una Medea – e film, come nel caso dei “capelli alla Presbitero” citati da uno stralunato Fantozzi. Una storia (passata anche dal permesso a utilizzare Topolino per fare marketing) che è finita negli Anni Settanta, ma che condivide con le aziende competitor del tempo un’attitudine avventurosa, che portava le matite a“prendere in prestito il nome da personaggi e miti suggestivi, che ci raccontano un po’ di storia italiana: c’erano la Turandot – per celebrare l’opera lirica finalmente terminata – e la Cobra, dal film Rodolfo Valentino; la Mefistofele – dalla Fiat SB4 Eldridge, chiamata così per via del rumore demoniaco, l’Atlantide e l’Apollo, ovviamente per lo sbarco sulla Luna”, spiega Renzi. O anche la macchina italiana che per la prima volta aveva messo in scacco la berlina tedesca: da questo paragone, e dalla sfida alle prestigiose matite teutoniche, nacque la Temagraph della FILA, presentata esattamente quarant’anni fa con enorme successo.
Le tante anime delle matite
Anche il processo di produzione di questo oggetto apparentemente semplice è dettagliatissimo e ricco di suggestioie: “Le matite migliori sono quelle fatte con il cedro della California: hanno un profumo che ricorda il legno di cipresso”, spiega Renzi, che come esperto ha anche curato l’archivio storico della FILA. E a voler spender meno? “Si fanno anche con il tiglio: una volta erano considerate matite di seconda scelta, ma oggi, con l’avanzamento della lavorazione del legname, sono comunque di qualità”. Poi si può parlare dell’impasto, che, variando, divide le matite in strumenti da disegno o da trucco: “Sono quelle matite che una volta venivano chiamate dermografiche. Sono ancora prodotte dalla storica fabbrica Confalonieri di Chiavenna, fuori Lecco, che fornisce quasi tutte le matite da trucco usate in Italia”.
L’amore per la cartoleria (di lusso)
Un mondo, quello dell’alta cartoleria, che non cessa di appassionare: per star dietro a questo mercato, il prossimo anno aprirà a Bergamo Cartolexpo, una fiera di settore un po’ diversa, rivolta anche ad appassionati e cartolai, i primi a registrare questo interesse. Ne sa qualcosa Roberto Di Puma, titolare della storica cartoleria e tipografia 1909 Bonvini, recuperata “per ragioni fortuite: io e un gruppo amici abbiamo deciso di salvare l’azienda, unendo le forze per un recupero che è stato anche restauro e salvaguardia”. Riaperta a fine 2014, Bonvini unisce un percorso nella contemporaneità alla valorizzazione di strumenti di scrittura: anche per questo cercavano una matita storica italiana, che non hanno trovato. “Siamo dovuti andare in Francia e in Portogallo, dove abbiamo trovato un’azienda con una data di nascita simile alla nostra e con una grande artigianalità” ci spiega Di Puma. Da questa ricerca sono nate le due matite di Bonvini a grafite morbida per scrivere e fare schizzi, con i colori dei mobili e delle carte della cartoleria: il verde salvia e il rosso ciliegia. È proprio da Bonvini che Renzi gestisce gli incontri Scrivania del Novecento per amanti della cancelleria vintage (la prossima sarà la sesta edizione) e dove presenterà il suo nuovo libro il 27 marzo 2026, dopo la prima tappa del 19 marzo alla galleria IFE Atelier di Carrara, di proprietà di due giovani artisti che hanno collaborato al volume.
Giulia Giaume
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