Tutto il fascino delle torce olimpiche come oggetti d’arte. In mostra a Bolzano
Museion sceglie uno dei più importanti simboli dei Giochi Olimpici: con gli artisti Sonia Leimer e Christian Kosmas Mayer, la nuova mostra rilegge la torcia olimpica, la sua storia e i valori che incarna – o infiamma
Quella della fiamma olimpica è una storia lunga millenni. Già presente nelle Olimpiadi dell’Antica Grecia sottoforma di un fuoco sacro che ardeva per tutta la durata dei Giochi, viene recuperata dalle Olimpiadi moderne nel 1928, ad Amsterdam, e poi in maniera più stabile dall’edizione berlinese del 1936. Da allora la torcia e, dal 1960, i tedofori che ne accompagnano il viaggio dalla città greca di Olimpia, costituiscono uno dei rituali più amati di questa manifestazione, in grado di unire antichità e modernità, tradizione e innovazione.
La mostra What We Carry a Bolzano
La torcia, negli anni, è diventata anche un veicolo della creatività dei Paesi ospitanti, che di volta in volta la affidano a designer e progettisti di pregio. Già solo per questo motivo la mostra What We Carry è rilevante: la collezione di 43 torce olimpiche prestate a Museion di Bolzano da Olympic Aid and Sport Promotion Project, non solo racconta la storia dei Giochi, ma lo fa attraverso la lente degli artisti contemporanei.

L’installazione di Sonia Leimer con le torce olimpiche
L’allestimento di questa sala, che ricorda una pista di atletica disposta a formare il simbolo dell’infinito, è opera dell’artista Sonia Leimer (Merano, 1977), che firma anche il video Solar, dedicato all’accensione della fiamma mediante gli specchi parabolici di Losanna e di Atene.

Christian Kosmas Mayer e l’omaggio a Cornelius Cooper Johnson
La prima torcia olimpica, quella del 1936, è invece esposta in un’altra sala, all’interno dell’installazione dell’artista tedesco Christian Kosmas Mayer (Sigmaringen, 1976; vive e lavora a Vienna): qui Mayer pone in dialogo il fuoco con i germogli della quercia piantata dall’atleta afroamericano Cornelius Cooper Johnson di ritorno dalla sua vittoria a Berlino 1936. Un lavoro altamente simbolico, quello di Mayer, che dà risalto da un lato all’aspetto ecologico dei Giochi e dello sport, dall’altro alla memoria ancora viva di un atleta – Johnson – non dovutamente celebrato all’epoca a causa del colore della sua pelle.
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