La modernità ritrovata del grande scultore sardo Francesco Ciusa è in mostra a Nuoro
Nella sua città natale, l’esposizione ripercorre l’opera di un artista eclettico, restituendogli dignità e riconoscendogli il ruolo di protagonista del modernismo europeo grazie al suo linguaggio universale
Massimo interprete della scultura sarda del Novecento, Francesco Ciusa (Nuoro, 1883 – Cagliari, 1949) fonde il verismo di fine Ottocento con la corrente simbolista e richiami Decò. Nella statuaria donne in costume e riti millenari perdono quella connotazione folcloristica per assurgere ad icone di un’umanità senza tempo. Evocando l’anima profonda e la forza primitiva della sua terra. Pioniere anche delle arti applicate è stato portatore di una bellezza accessibile a tutti.
“La Madre dell’Ucciso”: l’opera più celebre di Francesco Ciusa
Era il 1907 quando Francesco Ciusa appena ventiquattrenne vince il Premio Internazionale della Scultura alla VII Biennale di Venezia con l’opera che lo consacra: La Madre dell’Ucciso. Potente simbolo archetipico della maternità, l’opera trae spunto da un evento realmente accaduto a Nuoro in seguito a una faida che portò all’omicidio di un adolescente nel 1897. “Il volto della donna impietrito dal dolore, accompagnava cupo le parole che lente, rauche, uscivano a stento dalla bocca malferma. ‘Oh! No, certo me l’hanno finito. Peggio di cagna rognosa, misera mi sento, e smarrita, smarrita e persa sono nel mondo’”, si legge in Pagine per una autobiografia mai conclusa. L’opera è un capolavoro di sintesi. La figura indossa l’abito tradizionale nuorese e la sua postura ricalca quella della veglia funebre dove le donne si accovacciavano per terra davanti al defunto. Il mutismo, la solennità e la chiusura simboleggiano un dolore talmente insostenibile da non poter essere espresso e per la sua dignità diventa presto simbolo della Sardegna arcaica, della sua tradizione e delle sue tragedie. La resa del dolore si collega al verismo espressivo di fine Ottocento ma con un distacco da quel Naturalismo accademico per via della semplificazione formale e volumetrica che ne fanno un’opera di rottura nel contesto regionalista.

La formazione di Francesco Ciusa
Nato a Nuoro nel 1883, Francesco Ciusa si forma all’Accademia di Belle Arti di Firenze assorbendo gli insegnamenti di maestri come Domenico Trentacoste, Giovanni Fattori e Adolfo De Carolis. Frequenta il Caffè Michelangelo venendo in contatto con Galileo Chini e Lorenzo Viani e a Torre del Lago è spesso ospite di Giacomo Puccini. La ricerca di Ciusa si concentra sulla riscoperta della tradizione rinascimentale, in particolare modo a quella di Donatello, alla quale coniuga verismo e simbolismo. Al rigore della scuola fiorentina l’artista accosta una narrazione della più cruda e identitaria realtà sarda dando vita ad uno stile unico. Ma la sua insofferenza lo porta nel 1904 a lasciare Firenze per tornare in Sardegna, prima a Sassari, dove stringe amicizia con Giuseppe Biasi, e subito dopo a Nuoro dove realizza le prime sculture realiste, tra cui L’Acquaiola.
Il rientro in Sardegna
Il ritorno a Nuoro non fu facile. La condizione artistica in città lasciava il tempo che trovava: “vinto dagli stenti e dagli scoraggiamenti, stava quasi per essere travolto nella mediocrità paesana quando preso dalla febbre creatrice plasma in creta la Madre dell’Ucciso”, ricorda in terza persona nell’autobiografia. Nonostante ciò, dopo il trionfo della Biennale rifiuta l’incarico di dirigere una bottega d’arti applicate a New York e ritorna in Sardegna. Sposa Vittoria Cocco e nel 1908 si trasferisce a Cagliari. Furono pressanti le sollecitazioni da parte della famiglia e dei protagonisti dell’ambiente intellettuale sardo, tra cui Sebastiano Satta, suo mentore, e Grazia Deledda. Quest’ultima, nonostante non ci avesse pensato due volte a lasciare Nuoro per Roma, lo esortò a restare: “Salute e gloria al frutto e all’albero, il frutto col seme in terra propria”. Ma questa fu una scelta d’amore che ne limitò l’ascesa. Inutile dire quanto ne fu danneggiato sia sul piano pratico che su quello della creatività a causa di opportunità e contatti sociali e culturali estremamente limitati nell’isola che resero impossibile replicare quel successo di critica e pubblico che nel 1907 lo consacra tra i protagonisti del rinnovamento plastico dell’epoca.
Le opere dopo la Biennale
Lo stesso anno crea Il Pane, una donna seduta per terra intenta a compiere il rito della panificazione. Seguono Il Dormiente, giovane pastore sdraiato, estremamente magro, simbolo della rassegnazione a un destino tragico e immutabile. La Filatrice, figura allegorica, emblema di creazione e destino e il Nomade dove l’artista inizia ad abbandonare la crudezza iniziale che col tempo lascerà posto all’afflato simbolista. Le ultime due saranno esposte alla Biennale di Venezia del 1909 con risultati lontani da quelli ottenuti con La madre dell’Ucciso.

Il Simbolismo di Francesco Ciusa
Al 1910 appartiene l’opera più drammatica e violenta dell’artista: Dolorante anima Sarda. In origine rappresentava la vedova di un pastore ucciso con le braccia incrociate protese verso l’alto e le mani racchiuse nel tentativo di fare le “fiche”, gesto apotropaico che in questo frangente assume il significato di rivolta per la sorte riservatale. Braccia che l’artista in un secondo momento mutila per evitare accuse di blasfemia. In questi anni al realismo mescola la poetica simbolista evidente ne Il Cainita, ossia seguace di Caino, espressione della più cruda vendetta barbaricina per un’offesa che si traduce con l’ostentazione raccapricciante della testa appena mozzata del suo nemico.
Incarichi pubblici e la Manifattura SPICA
Dopo una serie di incarichi pubblici, tra cui la decorazione del Palazzo Civico di Cagliari, affiancato dai pittori Filippo Figari e Felice Melis Marini e il Monumento a Sebastiano Satta, il cui progetto venne inizialmente abbandonato perché troppo ambizioso per poi essere inaugurato nel 1934 e in seguito vandalizzato, nel dopoguerra fonda la Manifattura SPICA (Società per l’Industria Ceramica Artistica). Ma l’intento non è quello di produrre oggetti funzionali bensì opere d’arte, tant’è che alcuni esemplari esposti alla I Biennale Internazionale delle Arti Decorative a Monza nel 1923 gli valgono il Diploma d’Onore. “A partire da Ciusa esisteranno due culture ceramiche: quella applicata colta, per pochi, e un’altra popolare e diffusa, attenta al mantenimento di un impiego pratico”, si legge in Cento Anni di Ceramica. Ispirate alla lavorazione tradizionale locale di tessuti, oggetti e ricami sono ampiamente influenzate dall’Art Decò incarnando un capitolo fondamentale per la storia dell’arte sarda del Novecento.
Ciusa e la ceramica
La SPICA, attiva fino al 1924, nasce con l’obiettivo di giungere ad un compromesso tra ricerca personale e cultura materiale sarda. Vasi, stoviglie, statuette, bomboniere e cofanetti sono ispirati ad intagli decorativi lignei, a figure in costume, a cestini e filigrana sarda, soprattutto ai bottoni tradizionali. Antitetiche alla scultura, le opere ceramiche, aggraziate e raffinatissime, sono contraddistinte da smalti dai cromatismi squillanti e indagano scene di vita quotidiana come il Sacco di orbace. Celebri sono le testine di donne in costume sardo, ognuna caratterizzata da un’estrema precisione dei dettagli, che rappresentano uno dei vertici della produzione ceramica dell’artista.

Le opere degli anni Venti e Trenta
Sensuale e fortemente simbolista, nel 1922 nasce il celebre Bacio dove l’artista abbandona momentaneamente il tema del dolore per esplorare il sentimento dell’amore. Nel 1925 si trasferisce ad Oristano e per tradurre la tradizione locale in linguaggio moderno avvia la prima scuola statale d’arte della Sardegna. Ebanistica, ferro battuto, ceramica, decorazione pittorica e a stucco erano le discipline impartite. Il 1928 segnerà l’ultima presenza dell’artista alla Biennale veneziana con l’opera l’Anfora Sarda, ispirata a un episodio vissuto in prima persona da bambino dove una madre che allattava il proprio neonato si disseta direttamente da un’anfora.
A Cagliari riprende a produrre ceramiche, lavora a monumenti funebri e progetta palazzi, tra questi il Palazzo Lixi, in stile Decò, impreziosito da decorazioni in stucco rosa che imitano il marmo e dalla magnifica testa della Gorgone Rondanini. Nel 1934 Cagliari gli dedica una grande antologica alla Galleria Comunale e un quinquennio dopo si sposta ad Orgosolo dove realizza Il Fromboliere, un adolescente che con la sola tensione del corpo emula il lancio di una pietra con una fionda.
Il tramonto di un maestro
I bombardamenti del 1943 a Cagliari distruggono il laboratorio di via Alghero con tutto ciò che conteneva compreso il gesso de L’Ucciso, al quale era particolarmente legato. Fu un durissimo colpo per Ciusa. Tra il 1943 e il 1944 insegna disegno nella Facoltà di Ingegneria a Cagliari e nel 1948 da vita all’ultima scultura significativa: Il Falconiere. Non è chiaro se l’artista fu emarginato o ci fu la volontà di scegliere l’oblio, sta di fatto che trascorre gli ultimi anni di vita in completa solitudine. Ammalato da tempo muore a Cagliari il 26 febbraio del 1949.
La mostra in corso a Nuoro
Con il sostegno della Fondazione di Sardegna e ospitata dallo spazio Ilisso a Nuoro, l’esposizione è curata da Elena Pontiggia con l’obiettivo di scardinare la visione riduttiva dell’artista e restituirgli quella visibilità ancora relegata alla dimensione regionale. Sono circa 90 le opere tra sculture, ceramiche, manufatti e grafica che insieme alla grande statuaria (La Madre dell’ucciso, Il Pane, Il Cainita, La Filatrice, Il Nomade, Il Bacio, L’Anfora sarda e II Fromboliere) ripercorrono l’intero percorso dell’artista oltre ad opere meno note provenienti da collezioni pubbliche e private e a un documentario del regista Enrico Pinna con la colonna sonora di Enzo Favata. La mostra rappresenta un atto di giustizia culturale. Per troppo tempo la sua figura è stata cristallizzata su un’unica opera e raramente presa in considerazione per il resto della sua immensa produzione. Oggi, restituire dignità alla produzione di Ciusa riconoscendogli il ruolo di protagonista del modernismo europeo attraverso un linguaggio universale è un dovere morale e intellettuale che trascende i confini dell’isola.
Roberta Vanali
Nuoro // fino al 5 aprile
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