Venezia Updates: Sabina Guzzanti, tra fatti di mafia e scandali istituzionali. Un altro documentario sull’Italia, inseguendo verità occulte

L’Italia che cerca se stessa è alla mostra del Cinema di Venezia: dopo “Belluscone” di Franco Maresco (un piccolo capolavoro) e il viaggio in Italia di Gabriele Salvatores, è la volta de “La Trattativa” di Sabina Guzzanti, fuori concorso. Il tema affrontato dalla ricostruzione della Guzzanti è quello della presunta trattativa tra lo Stato e […]

Sabina Guzzanti

L’Italia che cerca se stessa è alla mostra del Cinema di Venezia: dopo “Belluscone” di Franco Maresco (un piccolo capolavoro) e il viaggio in Italia di Gabriele Salvatores, è la volta de “La Trattativa” di Sabina Guzzanti, fuori concorso.
Il tema affrontato dalla ricostruzione della Guzzanti è quello della presunta trattativa tra lo Stato e la mafia, avvenuta a seguito della perdita di referenti politici di Cosa Nostra (l’assassinio di Salvo Lima) e a partire dalla nuova strategia stragista messa a punto con le bombe mafiose esplose a Roma, Milano, Firenze, e con gli omicidi eccellenti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i giudici che istruirono il maxiprocesso di Palermo, mandando in carcere centinaia di mafiosi e di boss di Cosa Nostra.
Un documentario come questo non si basa sui fatti, ma sui documenti che potrebbero accertarli. E quando i documenti non ci sono più, perché spariti come l’agenda rossa di Borsellino, o come le carte della cassaforte nel covo di Totò Riina (lasciato incustodito per 18 giorni dopo la sua cattura), allora anche i fatti scompaiono. Malgrado ciò, lo Stato ha potuto contare su testimoni fondamentali, come il pentito Gaspare Spatuzza o il figlio di Vito Ciancimino, “il più politico dei mafiosi e il più mafioso dei politici” come ebbe a definirlo Giovanni Falcone.

La Trattativa - Sabina Guzzanti
La Trattativa – Sabina Guzzanti

Sabina Guzzanti, usando il teatro di impegno civile, porta in scena gli studi fatti per quattro anni, ottenendoli dalle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Poi ricostruisce, in soli 108 minuti, una storia intricata dentro la quale compaiono, oltre a mafia e politici, anche massoneria, servizi segreti, giudici corrotti e alti gradi dei carabinieri del Ros.
Il film ha come riferimento una realtà non ancora del tutto chiarita, il cui plot supera qualsiasi film di fiction ( in confronto “Il Padrino” è una storia edulcorata). Realtà restituita con chiarezza, grazie a un montaggio stringente e una regia cristallina, senza rinunciare allo spirito satirico di cui la regista è maestra.

Prendendo spunto dal film di Elio Petri “Tre ipotesi sulla morte di Pinelli”, la Guzzanti gira tutto in un teatro di prosa, usando la tecnologia digitale per diventare immediatamente ubiqua e sincronica. Il lavoro degli attori garantisce credibilità e drammaticità al tutto. Si vestono e truccano in presa diretta, parlano alla macchina da presa, entrano ed escono dal ruolo con agilità. “Con questo film ho capito cosa vuol dire la recitazione brechtiana, cioè stare dentro e fuori il personaggio”, racconta l’autrice, che firma soggetto, sceneggiatura e regia, interpretando anche Berlusconi in un piccolo cammeo. A offrire un supporto fondamentale è la fotografia di Daniele Ciprì, ex partner storico di Franco Maresco e coautore di Cinico Tv.
Dopo alcune commedie, un documentario su l’Aquila e un omaggio a Franca Valeri, Sabina Guzzanti prosegue il suo percorso di cineasta engagé, affrontando un capitolo della storia di questo Paese, stritolato da una crisi politica, economica e morale in cui le mafie hanno giocato e giocano un ruolo ancora difficile da conoscere e riconoscere.

– Nicola Davide Angerame