Giuseppe Stampone, Saluti da Castel Romano. Dopo L’Aquila e New Orleans, cartoline per un campo nomadi. Dialoghi tra comunità Rom e comunità dell’arte

Cartoline di denuncia, messaggi brevi e mirati per sottolineare l’esistenza di un vulnus, di una ferita sociale, di un vuoto istituzionale. Ne ha mandate tante, in questi anni, Giuseppe Stampone, che su questo format ha costruito i due progetti “Saluti dall’Aquila” e “Greetings from New Orleans”: migliaia di cartoline, con immagini dei luoghi colpiti dai […]

Giuseppe Stampone, Saluti da Castel Romano

Cartoline di denuncia, messaggi brevi e mirati per sottolineare l’esistenza di un vulnus, di una ferita sociale, di un vuoto istituzionale. Ne ha mandate tante, in questi anni, Giuseppe Stampone, che su questo format ha costruito i due progetti “Saluti dall’Aquila” e “Greetings from New Orleans”: migliaia di cartoline, con immagini dei luoghi colpiti dai cataclismi, sono arrivate ad autorità politiche e istituzionali di mezzo mondo, come strumento di critica, di memoria, di sollecitazione, di fronte alle promesse mai mantenute, ai processi di ricostruzione mancati, alla ferite mai sanate.
Oggi, Stampone punta l’attenzione sul caso del Campo Rom di Castel Romano, a Roma: uno dei due maxi villaggi attrezzati – insieme a quello di Candoni – voluti dalla giunta Alemanno nell’ambito del piano nomadi, ad oggi oggetto di pesantissime critiche. Sovraffollati, con condizioni igienico sanitarie precarie, tra denunce di allagamenti, disfunzioni nella fornitura elettrica, continui casi di microdelinquenza e diverse tensioni interne difficile da gestire. Il tutto bucando quelli che erano gli obiettivi principali: potenziare la scolarizzazione dei minori e favorire il processo di inserimento socio-abitativo e lavorativo delle comunità Rom.

Roma, campo Rom
Roma, campo Rom

Ma quanto e cosa può concretamente fare la comunità dell’arte, di fronte a un’emergenza sociale di tale portata, segnata da tensioni endemiche ed aspetti controversi (legalità, integrazione, identità culturale)? Stampone, contattato dall’associazione qwatz per elaborare un progetto installativo all’interno del campo, decide di girare la domanda al proprio network internazionale di artisti, critici, curatori, intellettuali, diffondendo la sua cartolina simbolica e spedendo a ognuno un SOS in forma di lettera. Una vera e propria call, per continuare a perseguire  quel principio di global education orientato all’azione e al pensiero del cambiamento.
Lui, nato in una banlieu francese da genitori emigrati”, con addosso tutto il senso della marginalità e la memoria del ghetto, alza bandiera bianca, denuncia il peso di un fallimento personale e collettivo, e lancia la sua chiamata alle armi: il dialogo affilato col proprio mondo, fatto di “viaggi, fiere, cene eleganti, grandi quantità di denaro”, diventa lo strumento per rispondere a una crisi del senso e della coscienza, dinanzi a contesti di disagio che l’arte non sa più leggere né fronteggiare.
L’ultima fase del percorso vedrà l’artista realizzare un lavoro dentro il perimetro del campo, come segno di un processo di relazione con la popolazione nomade e con la propria comunità di riferimento. Il progetto, curato da Benedetta Di Loreto, è sostenuto con grande rigore dal Ministero della Giustizia, in continuità con il percorso “Fuori campo”, che da anni vede gli operatori del Centro di Prima Accoglienza di Roma lavorare con i minori di Castel Romano sottoposti  a misure penali. Un modo per proseguire il dialogo con i residenti Rom, usando la cultura come strumento di contatto, di riflessione, di consapevolezza, di sviluppo sociale.

–      Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Come al solito .. Tanto politically correct… E non sentiamo mai i diretti interessati, ovvero gli abitanti del campo. Facciamoci dire da loro che ne pensano di stampone e del suo intervento. Penso che per questo tipo di lavori, come già suggerivo per il lavoro di Tosatti a Napoli, questo sarebbe un contributo utile alla causa dell’arte che artribune potrebbe fornire. O si ha paura di saper la verità?

  • Purtroppo l’unico spazio di cambiamento, rivoluzione e protesta, è quello privato. La dimensione micro, locale e privata è l’unico spazio politico oggi. Rimando a 10/9 su whitehouse.

  • angelov

    La falsa coscienza della comunità dell’arte, dovrebbe tener conto di tutti quei volontari che silenziosamente agiscono quotidianamente in questi disperanti settori.
    Per quanto riguarda le cartoline, ne suggerisco una di Saluti dall’Europa dove, accanto ad immagini della Torre Eiffel, del Colosseo, del Big Beng, della Sagrada Famiglia, della Porta di Brandeburgo etc anche una di Auschwitz, da inviare a Bruxelles, per rinfrescare la memoria sulla tanto sbandierata coscienza europea, a chi di dovere…

  • giuseppe stampone

    Ciao,
    ti scrivo a proposito di un progetto a cui sono stato invitato a
    partecipare nel campo Rom di Castel Romano, come puoi leggere di seguito
    alla mia email nell’invito che ho ricevuto. Come forse saprai, mi hanno
    chiesto di sviluppare un lavoro in un’aula realizzata per un progetto di
    didattica del Ministero della Giustizia. Per un periodo di qualche mese
    i ragazzi del campo hanno frequentato delle lezioni legate all’arte in
    questa stanza di cinque metri per sei. Ora il progetto è finito e l’aula
    è stata chiusa. Mi hanno chiesto di lasciare il mio segno in questo
    spazio. Questo incarico mi ha messo in un imbarazzo così profondo da
    trasformarsi in una crisi. Cosa importa a quei ragazzi del mio
    intervento all’interno della loro aula? Che cosa può essere di più di
    una texture con cui rivestire le pareti? Davanti a questa richiesta, ho
    alzato bandiera bianca. Penso che un intervento artistico in quel luogo
    non abbia senso, e che l’arte abbia fallito. Quello a cui sto pensando
    in questo momento è solo una teoria del fallimento: l’arte non
    rappresenta più il nostro mondo, oggi le necessità sono altre. Forse è
    anche colpa mia: non sono degno di essere chiamato artista, né di
    scrivere queste parole. Sono stato io il primo a fallire. Il fatto è che
    questo progetto mi tocca da molto vicino. Infatti sono nato in una
    banlieu francese da genitori emigrati. Anche noi eravamo ghettizzati. Mi
    sento quindi dalla parte di questi ragazzi. Ho pensato allora di
    rivolgermi a te per chiederti un aiuto. Noi del mondo dell’arte, che
    viaggiamo tra le fiere, che c’incontriamo a cene eleganti, che
    maneggiamo grandi quantità di denaro, possiamo risolvere un problema che
    misura cinque metri per sei? Ti ringrazio per l’aiuto che mi vorrai
    dare.

    Tuo

    Giuseppe

    Ciao Giuseppe,
    come ti ho accennato, con qwatz stiamo portando avanti un progetto sul
    quale mi piacerebbe coinvolgerti.

    Qualche mese fa abbiamo iniziato un laboratorio nel campo Rom di Castel
    Romano, sulla Pontina, subito fuori Roma. Il laboratorio è realizzato in
    collaborazione con il Ministero della Giustizia che ci ha chiesto di
    adattare una nostra proposta di moduli formativi sull’arte ad un gruppo
    di minori che vivono nel campo Rom.

    Il campo è il più grande di Roma e accoglie circa 1400 persone
    provenienti da diversi insediamenti nomadi della città, oggi dismessi o
    quasi – tra loro, moltissimi bambini e adolescenti – ed è stato creato
    dalle Istituzioni per iniziare a sgomberare la città. Nel campo
    convivono infatti diversi gruppi sociali provenienti da differenti
    nazioni e storie.

    Da circa tre mesi quindi il laboratorio è portato avanti da Rosa Ciacci
    (parte di qwatz), Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia. Ciro è uno
    scenografo e lavora nel cinema; Fabio è un allestitore di mostre che è
    stato assistente di Mochetti per tanto tempo ed è oggi artista lui
    stesso. Rosa, Ciro e Fabio hanno iniziato a frequentare abitualmente il
    campo e a lavorare con i ragazzi. Dall’origine, il progetto prevedeva il
    confronto dei partecipanti con un artista che, durante lo sviluppo del
    laboratorio, avrebbe progettato un suo lavoro, da lasciare nel campo, da
    realizzare con l’aiuto dei ragazzi.

    Come immagini, la situazione non è stata delle più semplici: non c’era
    una reale “classe” con cui incontrarsi, da un appuntamento all’altro
    cambiavano quasi radicalmente i partecipanti – rendendo difficile una
    continuità – e molti adulti o non partecipanti non erano particolarmente
    propensi al laboratorio. “Lasciateci stare in pace” è una delle frasi
    più ricorrenti che sono state dette, mostrando un disinteresse assoluto
    verso qualsiasi tentativo di dialogo.

    L’artista inizialmente coinvolto non ha potuto proseguire il lavoro ed
    ho pensato di coinvolgerti, sia per la stima che ho del tuo lavoro, sia
    perché so che sei un professionista che sa lavorare in situazioni di
    difficoltà e in tempi brevi.

    Il lavoro che stiamo portando avanti ha due principali obiettivi:

    1. cercare di dare a chi partecipa degli strumenti pratici che possano
    essergli minimamente utili nel quotidiano;

    2. interrogare attraverso l’arte un possibile punto di dialogo
    costruttivo tra i Rom e il resto della società.

    Nel corso del laboratorio, Rosa Ciro e Fabio sono riusciti a creare un
    bello scambio con i ragazzi, con cui hanno condiviso strumenti e mezzi,
    e hanno impostato i presupposti per costruire qualcosa insieme. Nel
    tempo si è formata una “classe” composta da circa 10 ragazzini,
    principalmente maschi tra i 6 e i 15 anni. Di questi, ovviamente non
    tutti sono stati sempre presenti; spesso si sono uniti bambini di 3-4
    anni incuriositi e desiderosi di fare qualcosa di diverso, e delle
    ragazze. Nelle lezioni finora svolte sono state presentate alcune
    tecniche artistiche come la lavorazione del gesso, la scultura, il
    collage, la fotografia; sono stati approcciati temi quali lo studio
    dello spazio e la sua identità, l’autoritratto, l’analisi di immagini
    mediatiche legate alla moda e allo sport. Tutto questo ha prodotto dei
    disegni e dei collage realizzati collettivamente, e varie fotografie tra
    autoscatti, ritratti, e i risultati di prove di utilizzo del mezzo. I
    ragazzi sembrano molto sensibili all’auto-rappresentazione e amano farsi
    ritrarre assumendo pose compiaciute e autoironiche. In particolare, si
    sono divertiti moltissimo a lavorare sulle immagini, costruendole e
    modificandole per creare un immaginario fantastico che potesse
    rappresentarli.

    Nel campo c’è un ambiente, una “casetta” del Comune di Roma, dove spesso
    si svolgono le lezioni. Questa casetta ha una buona struttura ma è
    costruita con materiali assurdi, tra calzini, pezzi di maglioni, pezzi
    di cartone. Per rendere “esecutivi” alcuni degli insegnamenti finora
    sperimentati, i formatori hanno pensato di strutturare meglio quella
    casetta e di “ristrutturarla” per renderla più solida e vivibile,
    insegnando ai ragazzi come si possono realizzare degli ambienti,
    stuccare delle pareti, rendere più stabili delle strutture. Una volta
    ristrutturata, ci auguriamo che possa diventare un punto di incontro, di
    gioco, per gli abitanti del campo.

    La casetta è in una posizione che la rende visibile dalla Pontina, ed è
    quindi anche un “punto di contatto” visivo con chi passa di fronte al
    campo: una specie di schermo.

    Ora: il progetto è molto delicato perché la situazione dei Rom è
    veramente complicata da tutti i punti di vista. La maggior parte delle
    persone li considera dei parassiti, dei ladri, una delle cause
    principali della piccola delinquenza urbana. Molti li disprezzano per
    come vivono e li giudicano degli ostinati nullafacenti. Questa
    percezione nasce ovviamente da una realtà di fatti e situazioni che
    effettivamente identificano i Rom anche con questi pregiudizi. Ma
    ovviamente c’è tanto altro.

    Manca il riconoscimento condiviso di una problematica sociale: i primi
    Rom in Italia sono arrivati nel 1422 e per secoli hanno avuto ruoli
    precisi nella società come artigiani, mandriani, allevatori di cavalli,
    lavoratori del ferro, circensi. Nell’arco dell’ottocento e del
    novecento, con la rapida industrializzazione, scolarizzazione e
    trasformazione delle abitudini e stili di vita, sono rimasti legati alle
    loro tradizioni e lontani dall’evoluzione del resto della società. Hanno
    un concetto del denaro per noi pieno di contraddizioni, assurdo. Il
    problema della delinquenza è un problema reale che va di pari passo con
    la legalità. Molti non hanno documenti: perché quelli che avevano erano
    stati rilasciati dalla ex-Jugoslavia e oggi i nuovi Stati non li
    vogliono riconoscere; perché sono nati da genitori senza documenti e non
    sono mai stati registrati; perché non vogliono interagire con il governo
    e proseguono nella loro realtà parallela, etc. Dalla mancanza di
    documenti derivano un’infinità di problemi, in primis l’impossibilità di
    lavorare, di frequentare la scuola etc. Pochi sono riusciti ad
    integrarsi, lavorando, studiando e frequentando persone diverse dalla
    loro comunità di origine, pur rimanendo legati a questa.

    Manca l’interesse nel provare a capire la loro diversità: il modo di
    vivere il denaro è forse la differenza più grande con il resto della
    società. Per fare un esempio piuttosto evidente, alcuni Rom, pur avendo
    case di proprietà, preferiscono affittarle e vivere nei campi con la
    loro comunità. I campi sono spesso delle fogne a cielo aperto. Questo
    mette in crisi i modelli di vita e di sviluppo che ci vedono impegnati
    nell’accumulo di ricchezza a scapito del nostro tempo e del nostro
    “benessere”, per rientrare in un modello condiviso al quale spesso
    dedichiamo la nostra vita senza convinzione. La resistenza
    all’integrazione da parte dei Rom, in particolare dei più anziani,
    manifesta un profondo orgoglio per la loro identità e un rifiuto ad
    essere assorbiti forzatamente in una realtà culturale che non gli
    appartiene.

    Tornando alla casetta, quello sarà lo spazio nel e sul quale realizzare
    un progetto. Il valore grande del lavoro svolto è quello di essere
    riusciti a catalizzare l’attenzione di alcuni ragazzini, stimolandoli a
    immaginare e a pensare che sia possibile nel tempo costruire qualcosa
    insieme.

    Ho pensato a te perché credo che la tua ricerca sulla global education
    possa portare molto a questo progetto: nell’arco di questi mesi ho
    spesso immaginato la possibilità di creare una scuola lì nel campo, un
    luogo dove rispondere alle curiosità e agli interessi dei suoi abitanti
    attraverso l’arte e le mille competenze che artisti, curatori, storici e
    professionisti del nostro mondo si portano dietro, o esplorano nei vari
    progetti che realizzano. Questo non è possibile oggi, perché non ci sono
    i presupposti. Ma mi piacerebbe moltissimo seguirti in un progetto che
    sia un tentativo di collegamento tra una realtà così complessa e la
    città. Ho pensato a solstizio e al tuo tentativo di costruire attraverso
    la tua arte delle “sinapsi” tra problematiche comunitarie, teorie
    sociali e la pratica della collaborazione e della relazione.

    Il progetto ha dei presupposti molto distanti da quelli dell’arte
    pubblica, perché non c’è nessuna partecipazione “dal basso”, non c’è
    nessun impegno o movimento da parte dei Rom, non c’è da parte loro il
    credere in una possibilità di dialogo, non c’è la condivisione di codici
    e linguaggi artistici, non c’è il tentativo da parte loro di affermare
    una posizione culturale sulle altre. Come accennavo, la maggior parte di
    loro sembra del tutto disinteressata ad un’ipotesi di integrazione e
    vuole mantenere la propria realtà culturale senza diventare presupposto
    di lavoro da parte di altri. C’è un campo aperto senza nessuna cornice,
    in cui tutto quello che si fa è una goccia, che può sparire in un
    secondo oppure restare, a seconda di ciò che effettivamente crea.

    Rosa, Ciro e Fabio stanno preparando una relazione delle loro personali
    esperienze che ti manderò appena pronte.

    La data per la conclusione del progetto è il 15 maggio.

    • angelov

      Mon cher Giuseppe, poche volte mi è stato concesso di leggere una lettera più sincera ed onesta della tua.
      Se il mio commento ti ha in qualche modo offeso, posso chiederti scusa, ma il giocarsi la reputazione per un giusto fine, è quasi una necessità, se si vuole che in futuro sia il bene a prevalere.

    • Giuseppe, grazie per questo contributo. Quando l’arte viene chiamata per cambiare le cose è sempre una cosa interessante. Ma attenzione. Sembra che le istituzioni affidandosi a queste associazioni artistiche vogliano lavarsene le mani. Quindi voi le state aiutando. Il campo ROM avrebbe bisogno di aiuti concreti e continuativi al massimo. Spendere due euro per fare laboratori per i bambini rom sembra tanto il modo per mettersi a posto la coscienza davanti ai cittadini ed elettori. Quindi attenzione, perchè l’istituzione accarezza il narcisismo dell’artista per evitare di affrontare veramente problemi strutturali che non competono all’arte.

    • lgg

      “…tutto quello che si fa è una goccia, che può sparire in un secondo oppure restare, a seconda di ciò che effettivamente crea.” … ed è sempre inesorabilmente così, ma se quella “goccia” si trasformerà in un seme chissà che non riesca ad attecchire e dar frutto in uno o in qualcuno, di quei dieci ragazzini o di quei bambini di 3/4 anni.
      Non esiste nessuna garanzia ma l’artista, l’arte non cerca “garanzie” ma “opportunità”

  • L’unico spazio politico di cambiamento e rivoluzione per questi ROM è il loro spazio micro, privato e quotidiano. Ogni pretesa pubblica, esposta e che mira ad un cambiamento macro e su larga scala risulta fallimentare. Anzi l’arte diventa il modo per le istituzioni per mettersi la coscienza a posto davanti al pubblico. Quindi l’artista è in partenza connivente. E quindi deve fare tre passi indietro.

  • ev

    Bravo Stampone!

    • Stampone stampone…quanti post similari :-)))

    • Quando si parla di Stampone c’è sempre una seria di commenti stranamente incitanti. La cosa fa sorridere. Perchè Stampone e C. non spiegano dove stia il valore e la qualità di questo progetto? Invece di incitare tipo stadio?

      • ev

        …??? Mi è piaciuta la lettera, devo giustificarmibper questo o per forza devo essere d accordo con te?

  • angye far

    parlare in questo momento di crisi, di determinate problematiche potrebbe essere scomodo e poco conviente , complimenti a S. per il coraggio e la determinazione !

    • Lamentarsi e fare leva su certe problematiche è lo sport nazionale.

    • In realtà parlare delle problematiche (senza risolvere per davvero) è lo sport nazionale di politici e faccendieri, anche artistici.

  • jhon

    finalmente l’arte inizia ad uscire dai suoi palazzi bianchi e laccati e si sporca le mani nella società,tra la gente comune e nella vita di tutti i giorni….e finalmente qualcuno che dice realmente come stanno le cose una buona volta!!

    • Dice che ci sono i campi ROM??? Purtroppo lo sanno tutti, e se ne disinteressano. Magari servisse mandare cartoline.

  • antonia

    mi piace l’intreccio tra arte e società

  • antonia

    il contrasto tra mondo ricco, autoreferenziale, snob, aristocratico e una realtà di disagio, di povertà, di vivere alla giornata, e soprattutto in comunità è molto forte è interessante questa commistione. L’arte così facendo si eleva e si spoglia dal suo essere modaiola e riprende la sua vera essenza!

    • Il disagio non deve essere risolto dall’arte. Quando l’istituzione chiama l’associazione artistica o l’artista per intervenire la cosa presenta dei problemi. Il rischio è che diventi un modo per mettersi la coscienza a posto, senza poi risolvere nulla in modo efficace e continuativo. Il fatto che l’arte faccia conoscere queste situazioni di disagio è una faslo obbiettivo. Nel senso che le persone che potrebebro fare qualcosa conoscono queste situazioni, mentre i cittadini hanno spesso altri problemi. Quindi alla fine sembra che l’unico obbiettivo raggiunto sia una speculazione degli addetti ai lavori su queste iniziative per comunicare al meglio sempre e solo al piccolo mondo autoreferenziale dell’arte. Questa come Saluti da L’Aquila o da New Orleans sembrano speculazioni, dal momento che oggi basterebbe una campagna facebook o google di pochi euro per comunicare a migliaia di persone. Ma appunto comunicare il problema non serve a nulla, i problemi del mondo e dell’italia sono sviscerati, non serve specularci sopra, serve RISOLVERLI.

      • ev

        E qui non sono per nienre d accordo xon il rossi

  • tr-tr

    bene, bene….finalmente!!

  • Stampone sostanzialmente dice che l’arte non può nulla e quindi preferisce chiedere e interpellare la “comunità dell’arte”. Per poi fare un intervento all’interno del campo. La prima cosa problematica è che all’arte venga richiesto di risolvere problematiche ben più complesse, che non si possono certo risolvere con un workshop o un disegno sulla sabbia del campo nomade.

    L’unico spacio politico, e per un cambiamento sostenibile può avvenire solo nel privato di ogni partecipante alla comunità rom. Ma la comunità ROM vuole cambiare? O siamo noi che pretendiamo e diamo per scontato questo cambiamento? Ci deve pensare lo Stato e la Politica? E cosa direbbero migliaia di cittadini che pagano le tasse, rispetto ad una comunità che viene ospitata? Il problema politico è complesso, e affidalro all’arte è da incoscienti.

    L’arte può solo offrire una palestra e una laboratorio per allenare e sperimentare modi e atteggiamenti, ma non può risolvere il problema politico in modo diretto. Come se chiamassimo i Dentisti o gli Imbianchini a risolvere i problemi del campo nomadi. E forse potrebbero fare molto di più di un artista!

    Quindi il progetto risulta fallimentare perchè lo è realmente. Perchè l’artista vive un ruolo malato e anacronistico, e totalmente privo di consapevolezza. E i giornalisti e i critici che non rilevano questo dimostrano che la situazione è ancora più grave.

    • stanlio

      e da quando la politica è piú complessa dell’arte?

      • Ma forse ê più complessa ancora la fisica, ma non puoi chiedere alla fisica di risolvere un problema di bío chimica. Il poblema è che in pochi sanno cosa sia l’arte.

        • stanlio

          appunto, perché è più complessa di tutte le cose che hai nominato

          • Luca Rossi

            Si ma non puoi cercare di risolvere in modo diretto certi problemi con l’arte.

          • angelaf.

            Ma qui si chiede al sistema dell arte e non all arte di risolvere dei problemi si vuole far leva sulla ricchezza e benessere che il sistema provoca sull arte non per arricchirsi ma per una causa sociale

          • Sì, ma è sbagliato. Perchè non chiedere una soluzione ai Notai o ai Muratori? Chiederlo al sistema dell’arte è un modo ruffiano per non affrontare seriamente il problema sociale. Ammesso che esista un problema sociale. Gli artisti in questo diventano conniventi. Gli artisti e le associazioni dovrebbero rifiutare queste proposte, ma in tempo di crisi (ma quali soldi maneggia Stampone???) non si butta via niente, anche a costo di sostenere operazioni fini a se stesse.

          • angelaf

            Luca rossi, ma possibile che lei abbia sempre la verità in saccoccia?Mi pare un peedicatore che sa solo puntare il dito ecriticare ciò che non gli piace o le è scomodo o le fa invidia, faccia una buona cosa,le do un consiglio,cacci anche lei la bandierabianca del fallimento e vada a lavorare invece di fare il santone,anche i blogger come lei ormai sono scaduti e decotti….anche lei è un ingranaggio di questo sistema

          • In italia ogni stimolo critico deve avere doppi fini (invidia, frustrazione, fini personali, verità in tasca). Ho posto una riflessione per l’arte che si relaziona al problema politico e sociale. Riesce a rispondere su questo???? O riuscite solo a fare uno tifo da stadio?

          • angelaf

            Più che uno stimolo la sua appare una fissazione, quasi una perversione critica su tutto ne tutti, il classico intellettualoide con la puzza sotto l naso che vota a sinistra…. questi elementi hanno rovinato ll’Italia, non per creare e proporre ma per distruggere e spaccare, l ‘italiano medio

          • Continua a parlare di me. Le chiedo di contro argomentare la mia critica al progetto.

        • ev

          Sono d’accordo con luca rossi

        • giuseppe stampone

          La politica è Arte .
          è l’Arte che ormai non è più politica …..Esperienza madre di ogni certezza .
          Ho preferito chiamare la gente alla sua responsabilità( artisti , e non , intellettuali , galleristi , collezionisti ecc ) ……
          e non ho proclamato una mia verità. Non ho tracciato una mia linea, non ho lasciato
          dubbi di interpretazione. Perché penso che la funzione dell’arte e dell’artista, quando
          si affrontino tali catastrofi, sia molto più efficace se comunicata a più gente possibile
          invece di essere destinata solo ad alcuni privilegiati, proprio perché credo nella forza
          dirompente dell’azione artistica e dell’impegno etico dell’artista più che nella ‘gabbia
          dorata’. Dunque ho preferito rispettare la forma del silenzio e del dolore che ben mostra
          la verità oggettività dello stato delle cose rispetto ad una soggettività egoistica d’arti-
          sta. La realtà in questo caso è molto più concettuale, forte ed incisiva di qualsiasi altra
          rappresentazione simbolica ed autoreferenziale del campo nomade . L’unica mia colpa è stata
          quella di aver scelto di mandare tutte quelle immagini al mondo intero liberandole
          così momentaneamente da quella ‘gabbia dorata’ che le imprigiona e andando contro
          quel senso di pudore perbenista e benpensante di cui faccio parte non per scelta, ma
          per nascita.
          Mi viene in mente la Foresta di Cristallo di J. G. Ballard dove il protagonista,
          il dottor Edward Sanders, si reca in Camerun per cercare un’amica, avventurandosi
          all’interno di una foresta apparentemente normale Ormai i mezzi di comunicazione ci
          hanno saturato cosi tanto che tutto ci sembra apparentemente normale e scontato. Solo
          in seguito Sanders si renderà conto che nella foresta ogni materia vivente si cristal-
          lizza e si trasforma in cosa inanimata. Anche il tempo si blocca.
          Oggi lo spazio
          espositivo è stato modificato dall’intersecarsi di spazio mentale e cyberspazio per dar
          vita ad un’architettura dell’intelligenza: e cioè ad un’esperienza che mette insieme i tre
          principali ambienti in cui oggi viviamo: la mente, il mondo e il network, determinan-
          do la profonda rottura – come dicevo sopra – della griglia prospettica rinascimentale.
          La prospettiva rinascimentale, si è sviluppata a partire da ondate di alfabetizzazione
          anche molto lontane, determinando un reset della mente in un nuovo modello di orga-nizzazione dell’uomo all’interno di una ‘gabbia’ prospettica, in un mondo strutturato
          socialmente e politicamente, volto a immobilizzare, gestire, dirigere e sterilizzare l’e-
          sperienza umana. La prospettiva, del resto, non è altro che un medium politico, che ha
          permesso per cinquecento anni di analizzare e costruire lo spazio gerarchico del potere.
          La realtà di oggi, ossia il villaggio globale, è troppo vasta per essere inglobata in que-
          sto tipo di volontà politica. Nel cyberspazio certe categorie non esistono più. Saluti da
          Castel Romano ne è una dimostrazione e penetra, provoca, denuncia al mondo tutto questo
          grande dramma sociale attraverso l’arte formale dell’immagine fotografica che, grazie
          alla connettività e collettività del chip e della piattaforma trasfigura la forma in espe-
          rienza; l’immagine in scultura interattiva. La mia stessa forma mentale in questi anni,
          dopo il periodo di gestazione nella balena Matrix, si è trasfigurata e da Umana è diven-
          tata Pan-Umana. La mia mente Rinascimentale, devota al disegno e alla progettazione,
          di amante e cultore di Piero Della Francesca, si è trasformata in quella di un artista
          neodimensionale. Un uomo neoplatonico del ‘400 con un corpo fluido e fluttuante che
          ama fare surf, cavalcare l’onda anomala per non cadere nel mare dell’informazione.

    • giuseppe stampone

      Perfetto !!!! condivido
      bisogna tornare alla responsabilità dell’essere ARTISTA e non al FARE ARTE …,

      sai conosco benissimo questi luoghi e situazione perchè ci ho vissuto ( sono figlio di emigrante in Francia , mio Padre ha fatto per tanti anni il minatore in MINIARA !!!!! ) …..penso ragazzi che quando si affrontono certi temi un pochino bisogna conoscerli , sopravviverci , viverci !!!! chiamo tutti gli artistoni Fighettini figli di Papino a provare un esperienza reale …quella si che è arte !!!!

      Io Stampone Giuseppe nato in Francia, in Alta Savoia, nella banlieue Croset, a Cluses. Nel periodo
      in cui sono cresciuto ed ho vissuto lì quella regione, era la più ricca della Francia ed
      aveva chiesto anche l’indipendenza. La città dista solo pochi chilometri da Ginevra,
      ed era un ottimo varco per scambi economici illeciti. Peccato che anche in questo caso stessi dalla parte sbagliata, quella degli emigranti. Anche se, in effetti, eravamo
      circondati da città come Chamonix, Ansie e Megève vivevamo anche lì ingabbiati
      all’interno di un ghetto dove i più ‘francesi’ di tutti eravamo noi, figli italiani della
      seconda generazione. Siccome ho ancora parenti che vivono lì, e vado spesso a tro-
      varli, tre anni fa ho notato che la ‘gabbia’ trasparente e silenziosa in cui sono vissuto
      oggi si è trasformata in ‘gabbia di ferro’, che chiude tutto il perimetro del quartiere,
      controllato a vista dalla polizia.
      è meglio fermarmi qui ..altrimenti inizio la pippa e vi racconto dell’emigrazione dei miei nonni e bisnonni in America ( vedere archivio ad Ellis Island ) , oppure di parlare di quando in tempo di guerra mio Nonno con i Partigiani ….mi fermo ????? Spero sono stato chiaro …….prima di parlare di cose di cui avete visto qualcosa in televisione oppure letto su qualche giornalino di Gossip pensate e riflettete un pochino …
      Comunque per chiunque ha voglia organizzo gite turistiche a Castel Romano ..iniziamo a rispettare la gente che vive all’interno di questi luoghi.

      • Caro Giuseppe, grazie per la tua testimonianza. Ma se tu in un campo ROM affideresti le tue sorti al mondo dell’arte???? Questo mi sembra da incoscienti. Perchè è come affidare un’operazione a cuore aperto a bravissimi muratori. Ammesso che i ROM vogliano cambiare. Ammesso che siano pronti LORO a prendersi responsabilità per cambiare.

  • vero

    Per certi versi anche l arte è ghetto , un ghetto dorato…!!

  • Stanlio Shuster

    perché le foto delle cartoline sono in b/n? per accentuare cosa ? è da questi particolari che si giudica un artista

  • Sama Martis

    Giuseppe, un malato di polmonite non conosce necessariamente come curare la polmonite. Come una persona nata nei Quartieri Spagnoli o in una Comunità ROM non conosce necessariamente come risolvere i problemi della sua comunità. Quindi non serve che tu ricordi dove sei nato. Per risolvere certi problemi bisogna studiare a fondo certe problematiche, e poi forse non basta.

    Sostanzialmente dici dice che l’arte non può nulla e quindi preferisci chiedere e interpellare la “comunità dell’arte”. Per poi fare un intervento all’interno del campo. La prima cosa problematica è che all’arte venga richiesto di risolvere problematiche ben più complesse, che non si possono certo risolvere con un workshop o un disegno sulla sabbia del campo nomade.Questa pretesa è INCOSCIENTE.

    L’unico spazio politico, per un cambiamento sostenibile può avvenire solo nel privato di ogni partecipante alla comunità ROM. Ma la comunità ROM vuole cambiare? O siamo noi che pretendiamo e diamo per scontato questo cambiamento? Ci deve pensare lo Stato e la Politica? E cosa direbbero migliaia di cittadini che pagano le tasse, rispetto ad una comunità che viene ospitata? Il problema politico è complesso, e affidarlo all’arte è da incoscienti.

    L’arte può solo offrire una palestra e una laboratorio per allenare e sperimentare modi e atteggiamenti, ma non può risolvere il problema politico in modo diretto. Come se chiamassimo i Dentisti o gli Imbianchini a risolvere i problemi del campo nomadi. E forse potrebbero fare molto di più di un artista!

    Quindi il progetto risulta fallimentare perchè lo è realmente. E la speculazione che fai risulta pretenziosa e accessoria.

    Dimostri che l’artista vive un ruolo malato e anacronistico, e totalmente privo di consapevolezza. E i giornalisti e i critici che non rilevano questo dimostrano che la situazione è ancora più grave. Ma mi piaci perchè ne parli, e tutti siamo in divenire.

  • Benedetta di Loreto

    L’arte non è chiamata a risolvere niente: in pochi credono che veramente possa avere un potere tale da cambiare realmente delle situazioni sociali difficili, e tra questi pochi sicuramente non c’è la politica o le istituzioni. L’arte è comunque uno strumento di comunicazione, più o meno efficace, ed è a volte anche un elemento di aggregazione e di informazione. Stampone con il suo intervento non fa altro che sottolineare l’inadeguatezza di artisti, curatori e intellettuali quando pensano di poter dare una soluzione, che nessuno si aspetta da loro.

    In questo caso, le “Istituzioni” che abbiamo incontrato sono 10-15 persone che quotidianamente si danno da fare: il progetto con Stampone si inserisce in un percorso che con l’arte non c’entra niente: operatori sociali che cercano di affrontare caso per caso le questioni dei singoli. Cercano di aiutarli ad affrontare i loro problemi con la giustizia, portano avvocati che possano affiancarli, cercano di incentivare i genitori dei bambini a mandare i loro figli a scuola, si interfacciano con il Comune che amministra l’area per provare a risolvere alcune problematiche logistiche e amministrative, cercano
    di inserire alcuni Rom in dei percorsi formativi e lavorativi, di agevolare le relazioni tra i diversi gruppi che sono stati forzati a vivere insieme nel Campo, etc. E fanno questo giorno dopo giorno, da anni. I risultati sono vari.

    Il Centro per la Giustizia Minorile del Lazio ha proposto a qwatz di fare un laboratorio nel Campo di Castel Romano, per le minori sottoposte a misure penali e che vivono nel Campo. Perché? Perché queste ragazze e i ragazzi che poi si sono uniti (minori, 3, 4, 7 … 12, 16 anni) spesso non hanno contatti con il mondo esterno al loro: se vanno a scuola hanno moltissimi e comprensibili problemi di inserimento e
    per loro non è facile incontrarsi con altro. Durante il giorno spesso passano il tempo nel campo senza fare grandi attività. Giocano, stanno in mezzo ai grandi, guardano quello che succede loro intorno e non si confrontano con molto con altro. Quindi, le attività organizzate sono piccole occasioni di confronto, e per loro delle possibilità per conoscere qualcosa di diverso.

    Abbiamo organizzato un laboratorio di 3-4 mesi durante il quale i bambini e i ragazzini hanno imparato alcune tecniche artistiche, a
    manipolare le immagini con il collage, il disegno, a confrontarsi con il
    concetto di identità e rappresentazione. Certo, niente di risolutivo o di
    sensazionale visto da qui, ma Rosa, Ciro e Fabio che li hanno seguiti hanno cercato di far passare il messaggio che le immagini, la fotografia, l’arte possono essere un mezzo per dire qualcosa. E hanno costruito insieme a loro un’ipotesi di collaborazione per un progetto comune.

    E Stampone? È stato invitato a realizzare lì un suo lavoro per cercare di chiudere il laboratorio con un messaggio, attraverso l’arte. E che poteva fare in una situazione del genere, per loro? Niente di
    fondamentale, niente di risolutivo, niente di sensazionale, niente di
    vendibile, probabilmente niente di duraturo. Poteva però provare ad usare la sua arte come un mezzo, un messaggio per comunicare qualcosa.

    La maggior parte delle persone considera i Rom dei parassiti, dei ladri, una delle cause principali della piccola delinquenza urbana. Molti li disprezzano per come vivono e li giudicano degli ostinati nullafacenti. Questa percezione nasce ovviamente da una realtà di fatti e situazioni che effettivamente identificano i Rom anche con questi pregiudizi. Ma ovviamente c’è tanto altro. La loro comunità è fatta di tante persone diverse, con problemi diversi dai nostri ma reali ed esistenti, tra cui quello di vivere in dei container in un posto isolato e piuttosto schifoso, decisamente poco vivibile, dove sono stati messi contro la loro volontà. Tra di loro c’è anche gente onesta, che lavora o vuole
    lavorare, che non ruba, che vuole integrarsi, e che spera di avere un futuro migliore per i propri figli. E vivono comunque lì.

    Non so se l’”Istituzione” accarezza il narcisismo dell’artista e lo usa, o piuttosto il contrario. Poco importa in generale. In particolare, questa istituzione ha pensato che l’arte possa essere un’occasione di aggregazione per i Rom, e un’occasione per informarsi un po’ di più sulla loro storia e realtà per il resto della società.

    I Rom non sono così ingenui da credere che noi o Stampone possiamo risolvergli il problema della vivibilità, del lavoro, della ghettizzazione. Sono stati contenti della partecipazione dei figli al laboratorio, perché i bambini ne erano entusiasti, e avrebbero piacere che le persone andassero al campo, per far capire meglio come vivono e chi sono.