Grande arte internazionale, anche sul suolo nazionale. Al Museion la prima personale italiana della svedese Berlin based Klara Linden: ecco le foto dall’opening di Bolzano

In mezzo a tanto giravagare per l’Europa che ha deciso di inaugurare in contemporanea una mezza dozzina di grandi eventi – dalle biennali di Goteborg, Lione e Istanbul, alla Triennale di Architettura di Lisbona, tutte da Artribune ampiamente documentate con inviati in loco -, una sosta anche in Italia. Che poi è pur sempre di […]

In mezzo a tanto giravagare per l’Europa che ha deciso di inaugurare in contemporanea una mezza dozzina di grandi eventi – dalle biennali di Goteborg, Lione e Istanbul, alla Triennale di Architettura di Lisbona, tutte da Artribune ampiamente documentate con inviati in loco -, una sosta anche in Italia. Che poi è pur sempre di grande respiro internazionale: il luogo è il Museion di Bolzano, e la protagonista è l’artstar svedese Berlin based Klara Linden, alla prima personale tricolore.
Nome certo non nuovo, da queste parti, se si condidera anche solo la menzione speciale che le fu attribuita alla Biennale di Venezia 2011. Lei che ha già all’attivo mostre personali in istituzioni prestigiose come il New Museum di New York (2012), la Serpentine Gallery di Londra (2010) e il Moderna Museet di Stoccolma (2011). La mostra Invalidenstraße, curata nel vasto spazio del quarto piano da Letizia Ragaglia, presenta più di trenta lavori dell’artista, tra cui diverse opere mai esposte fino ad ora, provenienti da collezioni pubbliche e private.
Installazioni, fotografie e video “fissano Lidén in azione o impegnata in una performance e rivelano quindi le caratteristiche del suo lavoro: l’esplorazione del limite, sia dello spazio che dei codici di comportamento”. Il tempo per vederla di persona non manca, fino al 12 gennaio 2014: noi al solito vi regaliamo una gallery con gli allestimenti, e con il racconto di chiccera…

www.museion.it

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • anna

    … grande arte? state scherzando, vero?

  • lucia spatola

    come al solito 4 gatti..ma è questa l’arte contemporanea? ha senso finanziare progetti che non sono per il pubblico?

  • Cosa vuole il pubblico? Bisogna seguirlo? Perchè se si segue il pubblico si finisce sempre per proporre “luna park per adulti”, ora giocosi (gonfiabile trasparente all’hangar bicocca) ora concettuali (quanto mi sento figo e raffinato a guardare questa roba).

    La risposta è nel mezzo: seguirlo ma fino ad un certo punto. Con la consapevolezza che la mostra non può essere il modo per educare e interessare il pubblico…esattamente come se volessimo educare e interessare con i soli compiti in classe e senza tutto quello che c’è prima e che c’è dopo…

    Mi sembra significativa l’immagine dove gli stessi addetti ai lavori sono spettatori delle opere…perchè questo avviene in italia e non solo.

    FORSE IL PUNTO è: quale funzione per l’arte? Quale ruolo per l’artista? Arredare? Fare riflettere? Servono i musei? Probabilmente il museo di domani non è un luogo ma è “vedere diversamente”. Ma allora sembra essere sufficiente un blog e una macchina fotografica.

  • Viola

    Ma perché, per cominciare, voi giornalisti siete così sciatti?

    Massimo Mattioli inizia il pezzo di fretta con un bel “girAvagare” (inserire almeno il correttore automatico…).

    Serena Savelli invece, in “Soltanto 220 milioni di dollari per comprare la casa dove visse e morì Pablo Picasso” produce una perla esilarante: “Chi non alletterebbe ecc.” invece di “A chi non alletterebbe ecc.” senza realizzare che il verbo “allettare” come da lei impiegato, senza la A che lo precede, viene usato per i malati a letto per una degenza. L’esatto contrario di quel che si vuol dire insomma, almeno spero.

    Torno a chiedere: perché voi giornalisti siete così sciatti nel far da tramite tra l’arte e noi?
    È proprio vero che spesso tutto va bene ormai, purché si faccia muovere l’aria (e lo dico anche in pieno accordo con quanto scrive Whitehouse).

  • anna

    “se si condidera”
    è che quando una cosa è brutta, proprio non ti viene di scriverne bene

    • Viola

      Anna, “scriverNe bene” magari no, altro è “scrivere bene”.
      Non credo che la capacità di scrivere correttamente venga meno in relazione alla bellezza o alla bruttezza del soggetto. Se no, meglio cambiar mestiere. La professionalità è un’altra cosa.

      Senza contare che le cose “brutte” in giro sono così numerose (a prescindere dal perenne tono entusiastico di che ne scrive convinto di riuscire sempre a meravigliarci, e già i titoli dei pezzi la dicono lunga in proposito) che, se fosse così, saremmo già ridotti da tempo a comunicare con toni gutturali da caverna. ….Se si considera! :)