Tanti auguri Dalai Lama! Per il compleanno della massima carica religiosa buddista cento performer creano, nel Padiglione Tibet alla Biennale di Venezia, un gigantesco mandala di sale

È in carica dal 1950. Fatto che lo rende, probabilmente, l’autorità più longeva al momento in circolazione. È in sella da ancora prima che Elisabetta II salisse al trono il Dalai Lama, al secolo Lhamo Dondrub, riconosciuto come maggiore carica spirituale del Tibet da quando aveva appena quindici anni. Venezia coglie l’occasione offerta dal suo […]

Padiglione Tibet, performance per il Dalai Lama - foto Ermanno Bidone

È in carica dal 1950. Fatto che lo rende, probabilmente, l’autorità più longeva al momento in circolazione. È in sella da ancora prima che Elisabetta II salisse al trono il Dalai Lama, al secolo Lhamo Dondrub, riconosciuto come maggiore carica spirituale del Tibet da quando aveva appena quindici anni. Venezia coglie l’occasione offerta dal suo settantottesimo compleanno e ospita una rivendicazione ad arte, nuova gentile provocazione mossa dal Padiglione Tibet orchestrato da Ruggero Maggi. Una presenza che si muove quasi clandestina nella ressa di eventi collaterali che circondano e a tratti soffocano la Biennale, una piazza – quella ospitata dallo Spazio Porto – animata dalla collettiva che vede in campo, tra gli altri, Gillo Dorfles e Marcello Diotallevi. E che diventa piattaforma per un’azione condivisa, creazione di un gigantesco mandala firmato da cento diversi performer. Artisti certo, ma anche medici: perché il progetto nasce nell’ambito del corso di Teoria e Pratica della Terapeutica Artistica che si tiene all’Accademia di Brera, esempio di come la potenza dell’arte vada oltre gli aspetti puramente edonistici ed estetici e sappia anche bypassare filosofie e concettualismi vari. Diventando medium puro, magico linguaggio universale capace di trasmettere serenità e vicinanza su frequenze che i più ritengono impercettibili; ma che sono comune ambito di comunicazione, in grado di creare sintonia con chi percepisce il reale attraverso il filtro della malattia.
Tutto ruota sul tema della compassione, intesa nell’accezione più vicina all’etimologia di un termine che rimanda al comune sentire, alla condivisione più sentita: con-ta-ci viene chiamata l’azione, che riprende antichi fonemi orientali associati al concetto di lavoro comunitario, coesione, partecipazione. La stessa che, fin dai giorni dell’inaugurazione del Padiglione, spinge i suoi visitatori a sottoscrivere la simbolica richiesta per ottenere il passaporto dell’Ambasciata Tibetana. Documento non riconosciuto, privo di qualsiasi valore formale. Ma profondamente e irrimediabilmente autentico.

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.