Piccolo è meglio: così Arnaldo Pomodoro, che dopo un anno in stand-by trova una nuova casa alla sua Fondazione. Niente più via Solari, ma uno spazio più intimo (e gestibile) in zona Navigli. L’inaugurazione ad aprile

Mai morta. Mai stata chiusa. Semplicemente silente, a covare sotto le braci, in attesa di trovare nuove possibili soluzioni. Sbagliato dire che la Fondazione Pomodoro rinasca: la voce della prossima apertura di uno spazio alternativo a quello storico di via Solari è da prendere come semplice, ma decisamente piacevole, notizia di un trasloco. Aveva fatto […]

Mai morta. Mai stata chiusa. Semplicemente silente, a covare sotto le braci, in attesa di trovare nuove possibili soluzioni. Sbagliato dire che la Fondazione Pomodoro rinasca: la voce della prossima apertura di uno spazio alternativo a quello storico di via Solari è da prendere come semplice, ma decisamente piacevole, notizia di un trasloco. Aveva fatto scalpore a fine 2011 l’addio al capannone che la Fondazione, tra mostre, happening ed eventi vari occupava a Milano fin dal 2005; un congedo non indolore, se è vero che dietro i motivi della scelta si è sempre letta la difficoltà, da parte della città, di sostenere adeguatamente il lavoro e l’impegno dell’istituzione. Si riparte, ora, dal civico nove di via Vigevano: zona Navigli, un chilometro in linea d’aria dalla vecchia sede; ma un ambiente decisamente più gestibile, sia sotto il profilo tecnico che economico. Circa duecento metri quadri di spazio espositivo, nel quale accogliere la rinnovata politica di una Fondazione che sembra aver chiuso con le grandi mostre e con i grossi eventi, anche mediatici – su tutti il concerto di Ennio Morricone; in favore di una cultura pret-a-porter, fatta di momenti più intimi e raccolti, ma dal consueto alto profilo intellettuale e scientifico.
Pomodoro fa l’autarchico: guardando al proprio passato e a quello della Milano che ha scelto e amato. La collocazione nell’orbita della Darsena è implicito ritorno a casa, là dove il maestro aveva lo studio ad inizio carriera; e ai suoi primi passi guarda, manifesto ideale della nuova politica della Fondazione, la mostra con cui si apre i battenti il prossimo 9 aprile: una collezione di pezzi che vanno dal ’54, anno dell’arrivo a Milano, fino al Sessanta. E in estate si replica con l’Enrico Baj meno conosciuto al grande pubblico. Da sciogliere restano i nodi più intriganti, su cui vige al momento il riserbo più assoluto: nessuno sa cosa sarà dei 3000 metri quadri liberati in via Solari – di proprietà dell’artista; e nessuno sa se e come il “vecchio” staff, su tutti Angela Vettese, direttore negli ultimi tre anni, rientrerà dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. Al momento la curatale delle mostre in programma è affidata a Flaminio Gualdoni. Domani, si vedrà…

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.