Spendere in arte… fa vendere! Parola di Renato Mannheimer. Ecco i dati del suo ultimo rapporto sugli investimenti in cultura. Quando il mecenatismo fa bene agli affari

A sostanziale parità di costo e qualità preferiamo comprare il prodotto di un’azienda che ha una “buona reputazione”. E fin qui nessuna novità. Quella “buona reputazione” è aumentata dagli investimenti in arte e cultura: e anche sotto questo punto di vista, in fondo, non c’è nulla di nuovo sotto il sole.  Se la conferma di […]

Renato Mannheimer con Tiziana Frescobaldi

A sostanziale parità di costo e qualità preferiamo comprare il prodotto di un’azienda che ha una “buona reputazione”. E fin qui nessuna novità. Quella “buona reputazione” è aumentata dagli investimenti in arte e cultura: e anche sotto questo punto di vista, in fondo, non c’è nulla di nuovo sotto il sole.  Se la conferma di ciò che sospettavamo già arriva però dall’ISPO, e per viva voce del riconosciuto guru italiano della statistica, la situazione si fa più interessante.  È infatti Renato Mannheimer, a margine della presentazione del premio “Artisti per Frescobaldi”, a sciorinare i dati dello studio condotto dal centro di indagine statistica che presiede in quel di Milano: 800 persone il campione di un’intervista che ha messo il naso nel campo dei consumi culturali, frugando esclusivamente tra coloro che soldi ne possono spendere.
Target medio-alto quello di un’inchiesta che considera inelegante proporre a chi non arriva alla fine del mese quesiti in merito alla liceità del sostegno agli artisti; ma che non manca di svelare sorprese. Sarà per pudore nei confronti di uno status symbol intellettuale o per affetto vero? Fatto sta che solo il 7% del campione dichiara, apertamente, di non spendere un euro in prodotti di cultura: siano essi libri, visite a mostre e musei, anche solo il paio d’ore passato al cinema; mentre il 18% spende e spande in ogni campo dell’intrattenimento intelligente.
Successo scontato, ma forse inatteso nelle proporzioni, per il favore nei confronti dell’investimento in arte e derivati: maggioranza bulgara (90%) per quanti ritengono che lo Stato debba sostenere di più la cultura, non a fini di mera sussistenza ma come fonte di rilancio del Paese. Visione analoga quando si tratta il campo del privato: il 78% degli intervistati vede di buon occhio il mecenatismo contemporaneo.
Da qui la valutazione di Mannheimer, che, tra un’ospitata e l’altra da Vespa, di analisi di mercato un pochino se ne intende: il sostegno alla cultura non potrà trasformare il fango in cioccolato, ma a parità di prodotto il favore del mercato arride agli amici dell’arte. Un’arte su cui, almeno in termini di contemporaneo, le idee non sono però chiarissime. Sarà pure un target up, accuratamente selezionato: ma se chiedi al campione dell’indagine di indicare un’opera o un’istituzione di arte contemporanea meritevole di attenzione, è un gran sgranare di occhi e affollarsi di punti interrogativi. In cima alle preferenze del pubblico ci sono non meglio specificate “opere di Renzo Piano”(?); seguite dal MART di Rovereto, dal Maxxi e dal mitico “dito” piazzato da Cattelan a Piazza Affari.

– Francesco Sala

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Tutto giusto, egregio Mannheimer, ma per le regioni italiane dove il collezionismo è minimo ( per mancanza di soldi), I musei e le istituzioni pubbliche non comprano ( per indifferenza) ci sono due scuole artistiche ( il cui diploma serve per fare il pastore) dove i giornali circolano solo nella regione e dove non si è mai visto un critico d’arte in grado di invitare un artista locale ad una mostra nazionale ????
    Tale è la Sardegna, dimenticata da tutti e dagli stessi sardi, da secoli rassegnati colpevolmente alla discriminazione. Perchè non fare un’inchiesta statistica fra le regioni italiane e il loro approccio con le arti visive? Cordialmente. Primo Pantoli