Niente curatori tra i piedi. A Pietrasanta nasce Garage Bonci: un po’ vetrina, un po’ agenzia, un po’ concept space. La prima regola? Gli artisti fanno tutto da sé

In origine era un’officina meccanica, nel cuore del centro storico di Pietrasanta, in Piazza della Repubblica. 110mq di superficie, in una posizione strategica, recuperati con opportuno restyling e tramutati in una scatola bianca, vuota, minimale, flessibile, aperta a mille interpretazioni. Sempre nel segno dell’arte contemporanea. Nasce così Garage Bonci, grazie a un’intuizione di Goffredo Bonci, […]

Garage Bonci, Pietrasanta

In origine era un’officina meccanica, nel cuore del centro storico di Pietrasanta, in Piazza della Repubblica. 110mq di superficie, in una posizione strategica, recuperati con opportuno restyling e tramutati in una scatola bianca, vuota, minimale, flessibile, aperta a mille interpretazioni. Sempre nel segno dell’arte contemporanea. Nasce così Garage Bonci, grazie a un’intuizione di Goffredo Bonci, che, insieme a uno staff di amici e professionisti, si immagina uno spazio di ricerca, fuori dalle logiche del mercato e del manistream, aperto a un confronto libero tra artisti di varie generazioni ed estrazioni.
Non una galleria, dunque, ma nemmeno il classico project space. Nel senso che non c’è, alla base, un impianto curatoriale, una regia unica che orchestri l’eclettico palinsesto e orienti i progetti espositivi. Qui la parola è data, direttamente, agli artisti. Con la gestione attenta del gruppo di lavoro, che seleziona e guida la macchina organizzativa, Garage Bonci funziona un po’ come una vetrina, in cui sono gli artisti stessi, in totale autonomia, a decidere cosa esporre e come. A loro disposizione anche una serie servizi su misura: dalla grafica alla comunicazione, dall’allestimento alla consulenza tecnica, proprio come in un’art agency.
La seconda mostra, inaugurata il 7 dicembre, è una collettiva tutta dedicata alla fotografia: Garage con Vista – Shots for a Contemporary View mette insieme otto nomi internazionali – Emili Bermùdez, Elisa Bresciani, Geoff Dunlop, Eamonn Farrell, Nicolò Quirico, Giovanni Ricci-Novara, Anna Turina, Allison Welch – chiamati a dare il loro contributo visivo: uno sguardo sul mondo filtrato attraverso la malia del mezzo fotografico. Un progetto, anche stavolta, “libero da qualsiasi ingerenza curatoriale”, come riportato dal comunicato stampa. Intrigante il concept generale, ma è qui che scatta il dibattito: l’apporto del curatore è sempre classificabile come un’interferenza, un’invasione di campo che snatura il lavoro dell’artista? Nei casi migliori, lo scambio e la collisione tra due prospettive non diventa, invece, un’opportunità, un valore aggiunto? Così, almeno, dovrebbe essere…

– Helga Marsala

Collettiva#1 Garage con Vista – Shots for a Contemporary View
fino al 6 gennaio 2013
info: [email protected]

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • ottima iniziativa complimenti

  • Un poco in ritardo sul dibattito, dalle mie parti di questo si parla dai primi anni novanta e si è anche superata l’idea di passare per uno spazio istituzionale….

  • gianni

    Bene.

  • Pingback: Arte e riflessioni/ si può fare a meno del curatore? « CULTURAINBLOG()

  • antonio arévalo

    Complimenti, ma secondo quello che ho capito, saranno Emili Bermùdez, Elisa Bresciani, Geoff Dunlop, Eamonn Farrell, Nicolò Quirico, Giovanni Ricci-Novara, Anna Turina, Allison Welch ad allestire la mostra, gestire il concept, allestire la mostra, ec. Mi sono perso qualcosa?

    • Sì Antonio, proprio così. Ovviamente col supporto dello staff dello spazio. Ma senza curatori.

      • Dove sta’ la novità ? Da oltre vent’anni organizzo mostre senza il contributo di curatori!

  • Lucy

    E’ un pò quello che ha fatto Sgarbi col Padiglione Italia, ma almeno loro lo ammettono.

  • rita gréco

    Secondo me dovrebbero essere tutte così le gallerie, o almeno simili a questo progetto. La galleria, piaccia o no, è un negozio, e quindi il gallerista deve sì cercarsi l’artista che pensa possa vendere, ma non forzarlo in alcun modo, lasciarlo libero. Infatti, se il gallerista l’ha scelto, conoscerà i suoi concept più o meno, e la sua maniera di produrre quindi non ci dovrebbero essere sorprese. Un po’ come in una boutique dove il proprietario decide di vendere lo stilista X e il marchio Y perché sa di intercettare un certo tipo di clientela. Se poi, dopo qualche stagione, lo stilista X (e l’artista Tizio Caio) non dovessero aver venduto, allora il proprietario di boutique (e il gallerista) cercheranno altrove. Diverso per biennali, mostre ecc. dove penso sia indispensbile il rapporto tra curatore e artisti, anche per non rischiare i disastri veneziani del suddetto Sgarbie il terribile.

    • Lucy

      Appunto, le gallerie non producono più cultura, ammesso l’abbiano mai prodotta.. tanto vale lasciare che l’artista esponga quello che vuole esporre e scopra così se è vendibile o meno. Scusate l’ovvietà ma l’arte, una volta prezzata, è solo merce, e il curatore in una galleria serve a nulla.

  • E io che invece credevo che la qualità scadente di molte proposte (soprattutto nel settore delle gallerie private) dipendesse da una sempre più grave latitanza della critica e della curatela! Ma oggi si ragiona così: i politici sono corrotti? Via i politici! La critica ha perso autorevolezza? Via la critica! Anarchia e capitalismo sfrenato… Complimenti… Se pensate che in un mondo così possa esserci spazio per la cultura…

    • Dimenticavo: grazie a Helga per aver almeno provato a insinuare il dubbio che operazioni del genere non rappresentino una valida soluzione, anche se scaturite dalle migliori intenzioni. Speriamo che l’invito al dibattito sia raccolto, ma dal tenore dei primi commenti sembra che l’opinione generale sia molto in linea con le intuizioni di Bonci.

      • Grazie a lei Vincenzo, e a tutti coloro che stanno intervenendo, per aver raccolto il mio invito.
        Personalmente, da critico e curatore, che insieme agli artisti si è formata e che con loro ha sempre condiviso esperienze molto intense, ritengo che il rapporto tra queste due figure sia fondamentale. L’occasione preziosa per attuare uno spostamento, per scambiarsi intuizioni, per ritrovarsi nell’altro e uscire dal perimetro a volte a troppo ristretto del proprio sguardo. Che questo avvenga in una galleria, in un museo, in uno spazio pubblico, poco importa.
        Ho imparato tantissimo dagli artisti, ad alcuni devo veramente qualcosa di profondo, che non potrò mai dimenticare. E ho visto nei loro occhi la gioia di prendere dalle mie parole qualcosa di significativo, qualche volta una convergenza, qualche altra una deviazione, anche feroce. L’avventura esaltante della scrittura si nutre, poi, di questo scambio.
        E però mi rendo conto che, se una diffidenza esiste nei confronti della figura del critico o del curatore, la responsabilità è nostra. Di chi, cioè, ha trasformato questo lavoro in una forma di presenzialismo e di carrierismo, magari solo un modo per sfornare poche righe, a distanza, facendone nel migliore dei casi un’attività di pura organizzazione. Ma proprio per questo io continuo a difendere questo mestiere, cercandone il senso, ogni giorno, e imponendo a me stessa rigore e abnegazione. Che si tratti unicamente di scrivere oppure di partorire, accanto a un artista, un progetto.
        Il caso di Garage Bonci è un po’ diverso: è la proposta di un format, tra i tanti che stanno nascendo (art agency, concept space, collettivi, artist run space, etc) in alternativa ai vecchi modelli, forse ormai un po’ obsoleti. Non va certamente condannato, è solo una proposta, che convive con le altre e che ha un suo perché. E che, però, ci dà occasione per fare alcune riflessioni…

    • Arkadij

      l’artista che è animato da uno spirito di creatività e di libertà non può fare a meno dell’A anarchia che è un ideale ideale nobile….

    • …scusa… “il nostro lavoro” di chi?

    • rita gréco

      Buonasera Eugenio, mi permetta: chi è che deve abbassare la cresta? Gli artisti che senza i curatori sarebbero quindi perduti? Sono stata per caso al Garage Bonci, non mi sono posta il problema del curatore anzi, a mio gusto mi è parso che i fotografi in esposizione abbiano fatto un lavoro più che decente. Ma sicuramente la sua è una provocazione curatoriale: senza artisti voi curatori cosa sareste?

    • Maurizio

      Io ne ho veste tante di mostre dove non c’erano artisti. La novità sarebbe vedere un artista vero finalmente.

      • Sono da crudissimo con te ! Purtroppo gli artisti, sono marce rara, rarissima e a mio avviso sono quelli che stupiscono con effetti normali. Per questo e’ difficile percepirli ! Pietro

  • Non si preoccupi Santoro, di fronte a tanta saggezza, nessuno oserà alzare la cresta… Spazio libero nell’aia per i galletti ruspanti…

  • Lucy

    Quindi volete farmi credere che in una galleria, a Pietrasanta, o a Milano tipo da Cardi, o boh, ovunque, ci siano dei curatori? Una galleria a fine mese deve, che volgarità!, pagare le bollette come qualsiasi pizzicarolo.. quale curatela? quale cultura? merce, pezzi di arredo, design, tutte cose rispettabilissime, per carità, ma non vendeteci (sic!) la storiella della curatela in galleria..

  • Gentile Luciano,

    sai che ammiro il tuo stile, non macchiare il tuo onore con simili commenti, se ben meglio di questo che hai scritto!

    Comunque, intendevo il lavoro mio e del mio staff.

    • E’ il paradosso di un’opera d’Arte, che l’artista, dopo averla finita, la mette in una camera e la lascia lì.

      Se nessuno oltre lui la vede, è opera d’Arte?

      Collaborazione, ci vuole collaborazione.

    • …scusa Eugenio, la mia domanda non conteneva (almeno non nelle mie intenzioni) alcuna “provocazione” : per quel che so tu “organizzi eventi” e hai una “home-gallery”, attività che sono, entrambe, radicalmente diverse da quella del “curatore” a cui faceva riferimento l’articolo. Sei anche “curatore” se è così ne prederò atto… tutto qui.

  • Butto lì una provocazione che vuole essere un motivo di riflessione, ma la mostra FREEZE del 1988 non venne “curata” da Damien Hirst stesso?

    • Lucy

      L’italico ritardo accademico…

    • Ma certo Giampaolo, ci sono artisti che curano mostre, non è una novità. Ma non è quello il punto. Per me si tratta di un’occasione reciproca, lo scambio tra due figure diverse, mentre si dà vita a un progetto. La scrittura non è una cosa slegata da tutto questo. Quando l’artista non è vivente si tratta di un dialogo muto, che passa per le opere e le testimonianze, quando l’artista è un contemporaneo c’è la possibilità di intavolare un dialogo, di confrontarsi. Possono esserci ottime mostre non curate e ottimi artisti che fanno anche i curatori. Ma, ripeto, il punto non è questo.

  • Premesso che stiam parlando ovviamente di avanguardie viventi, altrimenti il discorso è ben diverso…quella mostra in particolare ha avuto un’influenza sull’arte degli ultimi 25 anni ben poco discutibile, il fatto che a curarla fosse un artista poco mi interessa, in quel momento era nè più nè meno curatore (anche di cattivo gusto perchè si era inserito il proprio lavoro, ma tant’è…)…quel che voglio dire è che nel momento in cui una persona si prende la responsabilità della scelta di lavori e allestimento diventa automaticamente curatore…quindi non esiste fare mostre senza tale figura (eccetto forse che per il Padiglione Italia della Biennale), si può scegliere solo di farle con curatori improvvisati o con esperienza…

    • Concordo. E’ un po’ come fare un film senza regia? Per le collettive ovviamente il discorso è ancora più forte… E’ fondamentale che ci siano un concpet e un’orchestrazione, a mio avviso. Si tratta di costruire un racconto con tanti tasselli. E occorre la responsabilità di una scelta, come dici tu.

    • Non sono d’accordo caro Giampaolo. Premetto, a scanso di malintesi, che non sono un “fanatico estimatore” dei curatori e che è, anzi, mia opinione che, da una ventina d’anni a questa parte, si sia data troppa importanza a questa figura professionale, al punto che una mostra senza curatore arriva a far scalpore e meritare un articolo, quando, nei duecento anni, d’arte moderna e contemporanea, precedenti era l’assoluta normalità.
      Detto questo, però, non mi pare si possa ridurre la figura del curatore semplicemente a “quello che sceglie” degli artisti (o delle opere) da mettere in mostra in galleria o in uno spazio espositivo: questo è ciò che fa il gallerista o l’organizzatore dell’evento ed i loro “perché” sono spesso di natura commerciale o meramente organizzativa).
      Il “curatore” agisce (o dovrebbe agire) in base ad un concetto, ad una ricerca, sua propria e svolgendo un “discorso” e “comunicando” un suo pensiero che non è la pura sommatoria delle “comunicazioni” degli artisti scelti.
      È proprio per questo che, mentre apprezzo l’opera curatoriale nelle mostre che espongono artisti non viventi, ho dei dubbi sull’opera curatoriale quando si applica al lavoro di artisti viventi che, a mio parere, dovrebbero essere gli unici a decidere se, quando e con chi, esporre i propri lavori.

      • Ma cosa vuoi dire esattamente Luciano? Le mostre si fanno INSEME, artisti con curatori. E anche nel caso dei viventi si parla di concept, ricerca, scelta, eccetera. Se costruisco un discorso intorno al paesaggio, per dire, troverò una chiave tematica ed estetica, e coinvolgerò degli artisti per dare forma a quel discorso, strutturandolo insieme a loro. Nel caso di una personale si instaura un dialogo a due, per lavorare alla messa a punto di opere e progetto, passando attraverso la scrittura, lo studio dello spazio e la riflessione comune. Non è una gara e non ci sono imposizioni.

        • Cara Helga ho detto solo che “ho dei dubbi” … quando e se c’è collaborazione, cooperazione e discussione va tutto benissimo, chiaramente, e sono sinceramente convinto che nel tuo operare quale curatore, segui ed hai sempre seguito questa strada. Ma non è che sia sempre così, purtroppo. Spesso il curatore non “discute” non collabora ma semplicemente impone il suo pensiero e le sue idee. Spesso gli artisti, soprattutto se giovani o comunque “esordienti” cercano di adeguare la propria ricerca ai “gusti” o, più correttamente, ai concetti del curatore per esser scelti e “proposti”. Ci sono casi in cui, addirittura, il curatore si prende la briga di “commissionare” i lavori : qui a BKK a distanza di qualche anno se ne ricorda ancora una, proprio Italiana (di cui, ovviamente, non faccio il nome) che, incaricata di curare una collettiva Italo-Thai esordi dicendo al gruppo Thai che tutti i lavori dovevano essere rigorosamente “bianchi” … inutile che ti dica che pochi furono i Thai che accettarono il diktat … ma il gruppo degli Italiani (tutti piuttosto giovani e non certo molto “famosi”) presentarono lavori rigorosamente “bianchi”. Magari, a monte c’era stata discussione e collaborazione ma ho il sospetto che, pur di
          partecipare, molti accettarono semplicemente il diktat e realizzarono un lavoro “bianco” anche se il “bianco” nella loro ricerca non aveva alcuna precisa ragion d’essere.
          Un’altra “deviazione” (piuttosto frequente) nell’operare di un curatore è il cedere alla tentazione di fare della mostra “curata” una sua propria “opera” nella quale le opere hanno la pura funzione strumentale che hanno gli oggetti e le parti componenti di un’installazione (un esempio fra tanti il “padiglione Curiger” all’Ultima Biennale o lo stesso “Padiglione Italia”, anzi, i varii “Padiglioni Iralia” di Sgarbi)

  • Angelov

    Un minimo di burocrazia è necessaria; c’è nella Religione, e si chiama Chiesa; nello Stato, e si chiama Sfascio; e nella Cultura, e l’avete appena nominata e descritta.
    Se non si fa appello all’idea di Qualità, nelle persone o nelle relazioni tra di loro, si può continuare a sperimentare sempre nuove situazioni, ma senza mai venire a capo di nulla.
    Buon Anno e buone feste.

  • @Eugenio : “Se nessuno oltre lui la vede, è opera d’Arte?” …dipende, a volte non è affatto necessario che sia “vista”, ad esempio quando la sua “comunicazione” sta essenzialmente in un concetto.
    Un modestissimo ma concreto esempio (e mi scuso per l’auto citazione ma, ovviamente, è l’esempio che ho subito sottomano)
    http://www.lucianogerini.it/index.php/news/55-news-10

  • A mio parere questi intenti preventivi sono del tutto irrilevanti. Bisogna vedere le mostre, le opere, i contenuti.

    Se Matteo Basilè fa una mostra da solo, sarà la stessa che se curata da Abbondio o Luca Beatrice.

    In Italia, ma anche nel mondo, manca il coraggio e la capacità della critica: chi me lo fa fare di esprimere un giudizio che argomenti luci ed ombre? Questo è il vero problema. È irrilevante il discorso artista-curatore.

    • E’ ben qui che ti sbagli, una mostra di Basilé curata da me, da Marziani o da Matteo stesso si presenta in modo assolutamente diverso, e così una di Marco Neri curata da me, da Marco o da Ludovico Pratesi.

      • Concordo.

      • Certo che le mostre sono diverse ma il lavoro di Basilè rimane quello. O almeno dovrebbe rimanere quello. Nella misura in cui non rimane quello l’artista non è più Basilè, ma sei tu “artista” che vuoi vendere ad ogni costo i suoi lavori o Beatrice che vuole impacchettare in modo diretto e e facilmente commestibile l’opera di Basilè…

        Per tanto la posizione più sincera (ma non necessariamente più efficace come mercato e successo) è vestire tutti i ruoli. Come ha fatto per esempio Roberto Ago in un recente articolo su Artribune (Requiem per Natale).

        Com è che anche su questa rivista specializzata non c’è nessuno che capisca di arte? Mha…

        • Luca non ti pare di esagerare? Da superuomo a Santissima Trinità: artista, critico e pubblico. Il tuo scopo è fare arte, monologare per individuarne il senso e poi applaudirti da solo? Torna tra noi, dai!

          • No, Vincenzo! Non scomodare la Santissima Trinità. In realtà, là ove si realizzi la perfetta confusione, in un unica persona, di artista-spettetore-pubblico, si avrà un paradigmatico esempio di onanismo intellettuale: la ricerca e l’appagamento di un godimento egoisticamente personale, intimo, eso-sterile e fine, che non ha conseguenza ed incidenza se non in chi lo pratica e lascia a questi, l’amara sensazione dell’inutilità di tale agire se esso rimane fine a se stesso. È per questo, perché non intende essere un masturbatore solitario, che esso sente poi la necessità (vedi articolo di R.Ago) di rappresentare, (verbalmente e/o visivamente), di comunicare, tale proprio intimo godimento, ma così facendo ecco che non è più solo, ecco che reclama e ricerca affannosamente un “pubblico”, cui comunicarlo, condividerlo. Così facendo non è più artista-critico-curatore ma, che se ne renda contomo meno, torna ad essere solo un artista che espone e propone il proprio lavoro al giudizio della critica ed alla (sperata) ammirazione di un pubblico.

          • …piccole correzioni :
            10ma riga “…, intimo, eso-sterile, che non ha conseguenza…”
            26ma riga…”ma, che se ne renda conto o meno,…”

          • vincenso, è quello che succede nella realtà…l’artista è sempre artista, critico, pubblico…come il curatore è artista, pubblico…..sono problematiche inutili che vengono poste perchè non sappiamo vedere e progettare contenuti validi…..

  • Dina

    La conversazione è interessante anche se temo un po’ fine a se stessa. Ognuno cerca di difendere il proprio ruolo e la propria esperienza. Al di la di tutto, nonostante i miei dubbi, la mostra in programma presso Garage Bonci è interessante, buona qualitá delle opere e degli artisti, buon allestimento, insomma un lavoro che merita secondo me di essere visto.

  • Gentile Dina,

    ma è sacrosanto che ognuno difenda il proprio ruolo! Bisogna credere in quello che si fa! Guardi Luciano G. Gerini come risponde. E fa benissimo!

    E mi fa piacere che ciò che ho scritto: COLLABORAZIONE, COLLABORAZIONE, abbia avuto un seguito.

    Ognuno deve dare agli altri ciò che sa fare, e poi si dividono i risultati. Possiamo vincere tutti, dall’artista al gallerista, dal collezionista al giornalista. Lo vogliamo capire che darci contro l’un l’altro NON serve?

  • Cohen

    Cùrati che Dio ti cura.

  • Caro Eugenio, grazie per il “e fa bene!!” ma i miei commenti non sono in “difesa di un ruolo” e, sia chiaro, sono il primo a sottoscrivere il “collaborazione, collaborazione”, parteggiare per essa e promuoverla, quando ne ho l’occasione.
    Il fatto è, come ho detto nella risposta ad Helga, che non sempre vedo realizzarsi tale buona pratica nel rapporto curatore-artista… e per completezza diró che, così come non amo i curatori che “predominano e coartano”, altrettanto non amo quelli “di basso profilo” (e anche questi non son pochissimi) che “curano” una mostra andandola a vedere quando è in allestimento e scrivendo un po’ di bla, bla su un catalogo.
    È evidente che artista, gallerista, curatore, critico hanno tutti un loro ruolo e che non si può e sarebbe sciocco dire che uno è più importante dell’altro, anche se è innegabile che a “fare arte” è l’artista ed è attorno al suo lavoro che ruotano gli altri ruoli, come è evidente che l’ideale sarebbe una collaborazione ed interazione tra i varii ruoli e che da essa avrebbero tutti da guadagnare (sia culturalmente che economicamente) … peccato che, nella realtà, questo non accada troppo spesso.

  • Lorenzo Marras

    Scusa Luciano ma prima ancora di parlare di collaborazione non è forse meglio rimarcare l’esigenza che ognuno che si occupa di un X campo debba pensare ed agire con la testa propria e non seguire percorsi gia’ stabiliti in partenza altrove?
    A me pare che lo spirito di questa iniziativa NON sia una guerra ideologica verso le figure dei Curatori (o addirittura la loro presenza) quanto quello di mettere in luce che spesso lo stesso sia stato esplicato esclusivamente come RUOLO con le finalita’ proprie di un ruolo , a prescindere da i meriti di cosa sia andava a discutere.

    Dare semplicemente addosso al Curatore per partito preso è ovvio a chiuque che non solo è una operazione scorretta ma anche sostanzialmente stupida:
    bisogna sempre fare esercizio di critica di fronte a fatti compiuti.

    Gioni che fa il curatore dell’opera di Gaillard , ad esempio, si è perfettamente sostituito all’Artista. In quella Esposizione funziona solo Gioni, Gaillard è una comparsa. Ecco il punto delicato da affrontare, il Curatore eccede e va fuori dal seminato. Ovviamente per il sottoscritto.

    • savino marseglia

      Caro Lorenzo, sono profondamente convinto che nessun curatore (per quanto bravo e preparato), possa farsi interprete del linguaggio e della libertà di un artista! Oggi nel sistema mercificatorio dell’arte, osserviamo non tanto il contrapporsi di un artista, da un lato e del sistema dall’altro, quanto un artista che si trova già oggettivamente “mediato” rispetto alle strutture (curatori, critici, gallerie ecc,) che il sistema gli mette a disposizione.
      L’artista dunque non è libero di decidere se appartenere o meno a questo sistema autoreferenziale, mercificatorio, dato che non può presciderne. Forse non sarebbe inutile parlare un pò di questo rapporto.
      buone feste

    • Caro Lorenzo, mi sfugge qualche cosa? o forse, la necessità di esprimermi quotidianamente e costantemente in altra lingua, ha reso il mio Italiano non più esaurientemente comunicativo delle mie idee? A me pare che tu dica, in altre parole, esattamente le medesime cose che ho detto io. Perché, e dove, trovi differenza o dissonanza tra i miei ed il tuo commento?

      • Lorenzo Marras

        Luciano nessuna differenza , ho aggiunta alla tua del “collaborare” una esigenza che a mio avviso viene prima che è appunto quella pensare in modo personale ed indipendente.
        Ovviamente senza porre aprioristicamente delle barriere al pensiero degli altri (l’altro NON deve mancare , è vitale incontrarlo sempre) .
        Tutto qui; mi sono rivolto a te come interlocutore perché con alcuni mi va di avere un dialogo piu’ coinvolgente e proficuo rispetto ad altri.
        Tanto è vero che conoscendoti e credimi , lo penso veramente, ho scritto che secondo me concepire la funzione curatoriale come un qualcosa di estraneo o se vuoi posticcio è una sciocchezza bella e buona. Mentre qualcosa di diverso è secondo me, saper intervenire criticamente laddove nella stessa vengano individuate e spiegate, posizioni esclusivamente funzionali indipendentemente dal merito.
        Non ho timore di nessun sistema, anzi….. anzi .

        Buon anno Luciano (anche alla famiglia).

  • Il dibattito sul ruolo del curatore è molto interessante, ma purtroppo sospetto che qui la questione sia molto più spicciola. Provo a buttare lì delle domande sulla mostra al Garage Bonci.
    1) Come sono stati scelti gli artisti che espongono?
    2) Si può esporre a pagamento in questa agenzia d’arte?
    3) Sul sito di Garage Bonci si parla di servizi per l’arte e la cultura (allestimento, disallestimento, assistenza e consulenza per esposizione, comunicazione, redazione di testi critici, promozione…). Visto che il format prescelto non prevede alcuna “ingerenza curatoriale”, chi sono i professionisti che forniscono questi servizi e in che modo vengono retribuiti?
    4) Non credo sarà possibile scoprirlo in questa sede (magari i più curiosi possono provare inviando una mail privata), ma è lecito sapere quali sono i costi per l’erogazione dei servizi di cui sopra?

    Mi auguro di essere troppo diffidente e spero che le mie domande trovino risposte limpide e capaci di farmi cambiare idea. Ci tengo a precisare che non giudico nessuno: io stesso mi sono trovato in situazioni spiacevoli in passato. In ogni caso il problema di fondo è sempre lo stesso. Chi si avvicina all’arte soltanto per far soldi non farà mai il bene dell’arte; in più al giorno d’oggi credo riesca sempre con maggiore difficoltà persino a fare il bene del proprio portafogli!

    • Lucy

      Scusi Luciano se mi permetto ma vorrei un nome, uno di numero, di chi si è mai avvicinato all’arte per non far soldi.. anche un minimo di soldi, due cents, ma vorrei un nome.
      Rispettabilmente,
      Lucia

      • Lucy

        Vincenzo, non Luciano, perdoni il refuso

        • Cara Lucy, visto che, anche se per errore, mi ha fatto una domanda e visto che il tuo nik assomiglia al mio nome, mi permetto di darti un piccolo suggerimento: leggi bene Vincenzo non ha detto chi si avvicina all’arte per far soldi o anche per far soldi, ha detto “chi si avvicina all’arte *soltanto* per far soldi” e in quel *soltanto* c’è tutta la differenza.
          Detto questo però ti dirò che di persone che si sono “avvicinate” all’arte non spinte dal desiderio di guadagno ne è piena la storia dell’arte dal Beato Angelico ad Henri de Toulouse Lautrec fino ai tantissimi “moderni e contemporanei che hanno abbandonato altre carriere ed altre professioni cui erano stati indirizzati e che erano, potenzialmente, più redditizie e sicure.Visto, poi, che Vincenzo non mi pare si riferisse tanto agli artisti ma più a chi li “contorna” offrendo “servizi”, il campo si allargherebbe a tutti i grandi mecenati che dalla notte dei tempi sino ad oggi all’arte hanno dato molte, a volte tutto e ciò che han ricevuto (in termine di opere spesso di valore inestimabile e sempre, comunque, notevole) lo hanno poi donato o reso disponibile alla comunità.
          Vedi, avvicinarsi all’arte dovrebbe avere alla base altra motivazione che non quella di “trovarsi un mestiere che dia da mangiare e magari tanto di piu”, aspirazione, questa, più che legittima ma che non dovrebbe essere la sola o la principale e men che meno la prima motivazione per una scelta di vita, qualunque essa possa essere.

          • Grazie Luciano, hai inteso perfettamente il senso del mio commento.

  • Lorenzo Marras

    E’ una figurazione di Artista, Savino, a essere rappresentata come parte del sistema e dunque di conseguenza ad assumere un ruolo.
    Pero’ non dimenticare che esistono , sono sempre esistite e tanto piu’ esisteranno persone …. ARTISTI… che sapranno fare esercizio di liberta’ perché consapevoli che senza di essa, nessuna poetica è mai stata possibile.
    Il problema Savino, sara’ semmai solo nostro : dico nostro perché sara’ NOSTRO l’onere di sapere conoscere le loro opere senza mediazioni che possano condizionare le scelte.
    I sistemi , anch’essi saranno sempre una obbligata compagnia , la sfida è quella di riuscire , per quanto possibile, a sottrarsi con le dovute ragioni.
    Tante belle cose , Auguri di buon anno.
    ciao Savino.

  • Il progetto pare interessante,

    soprattutto l’idea di coordinare le energie dei diversi artisti in modo comune,

    attività che nel panorama italiano è sempre complessa.

    La sinergia è uno dei mezzi più utili per fare confronto e stimolare le forme creative, può aprire a nuovi sviluppi e far crescere le idee

    Il ruolo del curatore e del critico come sempre dipende dalla qualità e dal rispetto dei ruoli, ad ognuno il suo merito e impegno.

  • http://www.youtube.com/watch?v=3SxkMKTn7aQ

    Il recente discorso del Presidente dell’Uruguay Mujica, in occasione del recente G20 a Rio.

    Un discorso passato nel silenzio generale, a parte facebook; e invece un discorso fondamentale. Da grande politico e da grande artista. Mujica indica la direzione verso un modello di sviluppo più intelligente e consapevole. Quando ho sentito questo discorso ho pensato ai “grandi artisti” del piccolo mondo dell’arte internazionale, come Hirst, Cattelan, Weiwei e mi sono chiesto come loro si rapportino a questi argomenti. Mujica sostiene giustamente (vi prego di vedere il video fino in fondo, su you tube lo trovate anche in italiano) che il problema è sempre politico; la radice di ogni problema è politica: il problema dell’acqua, della crescita, dell’ecologia e anche dell’arte. Ma è una sensibilità che potremo definire artistica che ha permesso questo discorso di Mujica; sono i tempi, le sue pause, le sue idee, il suo modo di porre queste idee, che rendono il suo discorso un’opera. Esattamente come i tempi, le pause, le idee e i modi dello scultore fanno la scultura. Ed ecco che ci accorgiamo che c’è un primato, (potenziale ahimè) dell’arte sulla politica.

    Nel piccolo sistema dell’arte internazionale, ad ogni tocco di campana, fioriscono biennali e mostre che vorrebbero risolvere il problema politico (rimando al post Question Time di questo blog, ed in particolare al primo articolo, che trovate anche pubblicato su Flash Art nell’estate 2012 e relativo a Documenta e Biennale di Berlino). L’arte spesso cerca sistematicamente e goffamente di proporre soluzioni per un modello di crescia e di sviluppo sbagliato; sarebbe come voler risolvere il problema dei campi di concentramento proponendo arsenico al posto delle docce a gas. Ed ecco che le mostre politicamente impegnate diventano sempre pretenziose ed inefficaci. Mi viene in mente il Parlamento dei Disegnatori proposto da Pawel Althamer durante l’ultima Biennale di Berlino: usare il disegno su muro per dialogare, ma senza un metodo, senza un atteggiamento diverso dal “tutto può andare” o dal “solo alcuni possono parlare” proprio dei parlamenti moderni. Per non parlare della sua inutilità concreta: perchè se l’artista esce dalla cornice per fare politica, allora deve essere pronto alla prova dei fatti.

    In occasione della prossima Biennale di Venezia 2013, questo blog ha proposto un progetto che è già in atto: Kremlino. Un progetto che, senza vincoli spaziali e temporali, vorrebbe riflettere sul tema dei bisogni e delle necessità dell’uomo. Solitamente le manifestazione artistiche che si prefiggono di essere politicamente impegnate commettono l’errore di far entrare dentro lo spazio-opportunità dell’arte i problemi esterni; in questo modo i problemi esterni contaminano lo spazio dell’arte e si finisce per proporre arsenico per risolvere il problema dei campi di concentramento. Penso che l’arte contemporanea, e l’arte in genere, debba essere una palestra, un laboratorio e anche una chiesa, da proteggere; uno spazio-opportunità da proteggere senza che i muri di protezione diventino torri d’avorio e alibi dietro cui difendere “tutto e il contrario di tutto”. Le opere d’arte, come fossero ciclette, bilanceri, microscopi e crocifissi, favoriscono un esercizio fondamentale per fruire della mostra chiamato mondo; per vedere diversamente la mostra chiamata mondo. Ed ecco che il discorso di Mujica, come un’opera d’arte di valore, ci fornisce una modalità, un modo, un atteggiamento diversi per guardare alla mostra-mondo. Perchè se non possiamo cambiare il mondo e non possiamo cambiare le cose del mondo, abbiamo la straordinaria opportunità (a differenza del museo o della galleria) di cambiare le didascalie della mostra-mondo. E quindi abbiamo l’opportunità di cambiare il mondo, come cambiando le didascalie di una mostra è possibile cambiare la mostra stessa. Su questo ultimo punto invito all’ articolo “arte e Politica” apparso recentemente su Artribune.

    • Lorenzo Marras

      Guarda continua di questo passo e presto vedremo Mujica dentro una bella palla di cristallo e ci mettiamo a fargli cadere anche la neve in testa visto che siamo a Natale.
      Veramente, non comprendo questa ostinazione a deformare un messaggio che riguarda principalmente ogni uomo e che di per se , è anche evidente guarda, e’ proprio L’antitesi di ogni modello da imporre ma tu a quanto pare sei interessato a questo : un modello da metterti di fronte per confortare un tuo fantomatico percorso che a dir la verità non capisco dove voglia andare a parare.
      Se sei interessato ad uno stile di vita vatti a prendere un Dolce e Gabbana , Briatore e altra allegra compagnia, è una cosa estremamente piu’ facile e non ci sono pesi eccessivi da portare sul groppone.

      Tu hai detto : “quando ho sentito questo discorso ho pensato ai grandi artisti del piccolo mondo internazionale eccc eccc bla bla bla “””” ma va ?
      guarda da difficile non credente ho pensato invece al Cristo , che per 40 giorni e 40 notti senza toccare cibo rispose all’uomo padrone del tempo (abbastanza scaltro per porre trappole); Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che proviene da dio. Frase ripetuta a iosa miliardi e miliardi di volte ma che per ogni uomo è oggi piu’ che mai attuale e visto che a te piace a dismisura tutto cio’ che sa di CONTEMPORANEO , qui cadi a fagiolo, perché luci e ombre abbondano sempre nella rivelazione.
      Cristo è il primo Artista , non c è dubbio , guarda quanto amore PROVA per l’uomo, mica ha risposto cosi’ per se stesso. O NO?
      Non per SE STESSO.

  • @ Lucy
    Nel risponderti, chiarisco prima una cosa. Ho scritto: “Chi si avvicina all’arte SOLTANTO per far soldi non farà mai il bene dell’arte”. intendevo dire che chi è mosso ESCLUSIVAMENTE da finalità economiche non riuscirà mai a produrre un contributo qualitativamente rilevante alla storia dell’arte. Ciò non vuol dire che io sia in linea di principio contrario all’idea che un artista possa o debba guadagnare. Al contrario, mi auguro ci sia sempre spazio nel mondo per artisti di professione, che possano dedicare la loro intera esistenza alla ricerca, vivendo dei proventi della propria attività creativa. Ma c’è una grande differenza tra gli artisti e gli addetti ai lavori che guadagnano il giusto senza svendersi alle esigenze del mercato e la massa di arrivisti pronti a speculare sul nulla pur di arricchirsi. Se la crisi ha un lato positivo è proprio quello di rendere la vita più difficile agli impostori. Mi auguro che tutti sappiano fare le giuste distinzioni tra un Maciunas (che negli anni Sessanta spendeva il 90% del suo stipendio da grafico per sostenere le produzioni Fluxus) o un Higgins (che con la Something Else Press arrivò a perdere quasi mezzo milione di dollari) e un Dipré.
    In ogni caso, sappi che ci sono molti artisti più radicali di me, in linea di principio contrari alla commercializzazione delle loro opere. Penso ad esempio al mondo della mail-art, in cui esistono parecchi network basati sullo scambio non commerciale, raramente disponibili a compromessi con il mercato (presto sul mio blog un’interessante intervista a Luc Fierens). Se poi sconfiniamo in altri settori, gli esempi si moltiplicano: nella musica il rifiuto delle logiche di guadagno è tipica dell’attitudine punk più genuina. Conservo ancora i dischi in vinile dei Kina che ascoltavo da ragazzo, su cui era orgogliosamente riportata in maiuscoletto la scritta: “L’AUTOPRODUZIONE E L’AUTOGESTIONE COME STRUMENTI PER LA COMUNICAZIONE E LE ESPERIENZE ANTAGONISTE”. In generale, poi, tutte le avanguardie hanno sempre privilegiato l’autenticità, la sperimentazione e la libertà espressiva, trascurando i profitti o almeno ponendoli su un piano secondario. Pochi surrealisti, futuristi o dadaisti si sono arricchiti e per molti di loro, in vita, non è arrivato nemmeno il dovuto riconoscimento. Non sono pochi i casi di grandi artisti che hanno preferito diluire il tormento interiore da cui nasceva la propria ispirazione nell’alcool e nelle droghe: Modigliani, poco prima di morire, vendeva per pochi franchi e spendeva tutto per bere. Certo, genio e sregolatezza non devono per forza procedere in coppia. Si può discutere sul valore delle singole esperienze artistiche. Ripeto, non sono convinto che la commercializzazione sia di per sé il male, se commercializzazione significa circolazione a prezzi accessibili. Infatti, da un certo punto di vista potrei anche essere d’accordo con la massima di Panofsky: “Se è vero che l’arte commerciale rischia sempre di finire prostituta, non è meno vero che l’arte non commerciale rischia di finire zitella”. Eppure, non posso fare a meno di restare affascinato dalle vicende biografiche di personaggi come il troppo sottovalutato Charles Moulin il quale, dopo aver vinto il Prix de Rome, la celebre borsa di studio dell’Accademia di Francia nel 1896, scoprì durante uno dei suoi viaggi in Italia la solitaria bellezza delle montagne molisane. Rimase per tutta la sua vita a Castelnuovo al Volturno, un minuscolo paese in provincia di Isernia. Visse da eremita, in una capanna sul Monte Marrone, detestando il denaro (rifiutò persino un assegno vitalizio accordatogli dall’Accademia di Francia) e regalando i suoi pastelli ai pastori e ai contadini in cambio di una minestra o di una fascina di legna da ardere.

    • Angelov

      Caro Vincenzo, sei una miniera di informazioni.

      • Grazie Angelov, è un piacere chiacchierare con voi… Vorrei avere sempre tutto il tempo libero che adesso mi concedono queste vacanze natalizie!

    • @Vincenzo, mi scuso per essere intervenuto con una mia risposta a Lucy. Purtroppo mi era sfuggito che tu le avevi già risposto… è che splendida risposta! Leggerti è sempre un gran piacere!
      Vedo che ti interesserai di “mail art” mi permetto, a questo proposito, di segnalarti, se tu già non lo conoscessi, il lavoro dell’amico e collega Ruggero Maggi, uno dei primi e più attivi “mail artist” Italiani (…ma non solo!) con il quale, negli ultimi tre anni, ho fatto parecchie cose, tra le quali Padiglione Tibet, che è ancora in “circolazione” in Italia.
      http://www.ruggeromaggi.it

  • Aggiunto il sito ai preferiti… Ti ringrazio per la segnalazione. Mi sto occupando in questi mesi di poesia visiva e anche di mail-art. Ho in programma un ciclo di interviste (l’ultima risale a un paio di settimane fa: un’illuminante conversazione con Lamberto Pignotti) che serviranno a me personalmente per le mie ricerche e che condividerò volentieri con tutti voi sul blog. Nei prossimi giorni seguirò il tuo consiglio e studierò il lavoro di Ruggero Maggi: spero possa offrirmi spunti e motivi di riflessione.

  • Garage Bonci Pietrasanta

    Carissimi tutti,
    è bello vedere che la nostra iniziativa – e il pezzo puntuale e ben scritto da Helga -, abbiano acceso il confronto attorno al ruolo del curatore.

    Teniamo però a sottolineare sin da subito e in grassetto che quella di Garage Bonci non è una crociata contro curatori e galleristi, anzi: Garage Bonci cerca di collaborare con il circuito (termine non scelto a caso) delle gallerie, dei curatori e dei collezionisti mettendo loro a disposizione una vetrina in cui poter conoscere nomi nuovi (e fuori, da quel circuito).

    Per dirla ancora più chiara, Garage Bonci è sì un progetto differente, ma non per questo antagonista.

    Veniamo ora alle domande più puntuali cui non c’è motivo di sottrarci.

    Gli artisti sono contattati attraverso vari canali: conoscenze, network, open call. Dal mese di ottobre, esordio del Garage, alcuni di loro si sono presentati direttamente nello spazio. Uno di loro espone a Collettiva #1, la fotografica in corso.

    A Garage Bonci si espone a pagamento: costi diversi in base al periodo di esposizione (e quindi di visibilità: con tutto il bene, Pietrasanta in dicembre non è New York); Garage Bonci non trattiene alcuna percentuale sulla vendita delle opere (logico e legittimo, dato che gli artisti pagano per esporre); il team di Garage Bonci si occupa del recruiting, comunicazione-uff. stampa ed allestimento tecnico, viene da una comune (e di altissimo livello) esperienza di lavoro precedente e viene retribuito dal proprietario dello spazio che ha deciso di investire in questo progetto.

    Restiamo a disposizione sia qui su Artribune che in privato su [email protected] e sulla pagina Facebook (http://www.facebook.com/garagebonci.pietrasanta)

    Saluti!
    Garage Bonci Pietrasanta

    • Plateaincerta

      Una volta le gallerie che affittavano gli spazi agli artisti non erano tenute in considerazione. Adesso sono al centro di un dibattito. Non c’è mai fine al peggio!!!
      A Helga Marsala consiglio di far conoscere ai lettori di Artribune le gallerie propositive in Italia che investono il loro denaro per promuovere il lavoro di giovani artisti senza chiedere nulla agli stessi.

      Buon anno a tutti!

  • Angelov

    A volte nascono dei malintesi, poiché le varie figure di artista, critico, curatore, gallerista e via di seguito, vengono messe in relazione tra di loro con un criterio di gerarchia di valore. Questo implica che alla base di un giudizio, esiste un problema di identità da parte di chi il giudizio lo ha stilato. L’artista è la figura pubblica più importante perché il suo lavoro durerà nel tempo e sfiderà l’eternità? Partendo da un presupposto romantico come questo, poi non si può più relazionare tra di loro, in modo realistico, le varie figure che costellano il mondo della cultura. Ma non solo: ed i rapporti tra cultura e politica, o economia? In questi casi io utilizzo un metodo che implica la percezione di un parallelismo tra le varie situazioni della realtà, che evita di mettermi o di mettere in conflitto tra di loro entità che appaiono troppo diverse tra di loro, se non addirittura opposte, ma di trasformarle in complementari; prediligendo processi di sintesi piuttosto che di analisi, su quei settori che in quel momento incarnano la realtà.

  • Il primo commento del 2013 è il MIO!!!

    AUGURONI A TUTTI!!

    Eugenio Santoro

  • Alex Gianotti

    Dalla risposta del Garage Bonci si capisce che questi sono solo affitta camere!!

  • Federico

    Si vede che non ci sono curatori ! :)

    • Luigi Mecar

      Il dibattito è interessante, ma, tranne – mi pare – una persona, nessuno ha espresso il suo parere sulla qualità delle opere esposte, e questo sarebbe stato utile, anche per sapere da alcuni addetti ai lavori se, nonostante la mancanza di un curatore, l’allestimento, la qualità delle opere esposte e degli autori meritassero una mostra (sia pure a pagamento da parte dei partecipanti).
      Da parte mia, posso dire che ho assistito alla mostra per caso e che, pur non essendo appassionato nè competente in materia di fotografia, l’ho trovata interessante e meritevole di visita.
      Sul dibattito, credo che, prima di tutto, ci sia l’artista e la sua opera.
      Dopo, vengono il curatore, il gallerista o, come nel caso del Garage Bonci, colui che mette a disposizione lo spazio espositivo, i critici d’arte e tutti gli addetti ai lavori.
      Non credo che debba esserci concorrenza fra artisti, curatori, galleristi e luoghi espositivi: ognuno può avere un suo spazio, purchè non ci si improvvisi nel settore dell’arte e non si agisca con l’unico scopo di fare soldi.
      L’interazione fra tutti questi soggetti è importantissima: il confronto delle idee e delle varie competenze non può far altro che bene.
      Il curatore deve valorizzare il lavoro dell’artista ma non prevaricarlo; tuttavia se l’artista acconsente e seguirne i suggerimenti perchè gli spunti che gli vengono forniti o il progetto prospettatogli gli appaiono condivisibili può ben farlo ed il risultato essere fecondo.
      L’opera dell’artista deve essere alla base di tutto il discorso, da essa si deve partire e non si può assolutamente prescinderne.
      Il curatore, per la sua parte, il gallerista e gli altri addetti ai lavori (ciascuno nel proprio ruolo) hanno una funzione fondamentale e assai importante nella diffusione del messaggio artistico, nella creazione del progetto, dell’allestimento, dell’apparato critico e, non ultimo, nella risoluzione dei problemi organizzativi che non devono distogliere più di tanto l’autore dal suo “lavoro”.
      Ben vengano, quindi, tutti coloro che operano nel mondo dell’arte, purchè ognuno agisca con passione, professionalità e competenza (al bando l’improvvisazione). Il fine lucrativo di ogni attività svolta viene di conseguenza.
      Luigi Mecar

  • plateaincerta

    Il fine del garage bonci è solo lucrativo!!!

    I vostri post danno pubblicità ad uno spazio che non merita nessuna attenzione!

  • chiambretti

    Helga Marsala, la paladina degli spazi non profit, la rivoluzionaria in tacco a spillo, l’eroina degli okkupati e degli alternativi che fa pubblicità a un posto dove si fanno mostre a pagamento. Mi sono perso qualcosa?

  • t

    platea incerta sei un vero cialtrone depresso!!