Mio padre, le cornici, e le gouaches di Sironi. Così nasce a Milano lo Studio Marconi: il resto lo leggete nella conversazione-fiume su Artribune Magazine numero 10

“Per due anni, a ogni nostro incontro, Sironi mi offriva una gouache. Mi chiedeva cosa avessi in tasca, e qualsiasi fosse la risposta la divideva per due: segnava in modo preciso quanto gli davo, perché – come tutti gli artisti – stava attento anche all’ultimo centesimo quando si trattava di vendere. Ma ovviamente mi stava […]

Giorgio Marconi

Per due anni, a ogni nostro incontro, Sironi mi offriva una gouache. Mi chiedeva cosa avessi in tasca, e qualsiasi fosse la risposta la divideva per due: segnava in modo preciso quanto gli davo, perché – come tutti gli artisti – stava attento anche all’ultimo centesimo quando si trattava di vendere. Ma ovviamente mi stava dando lavori che valevano infinitamente più di quanto li pagavo”. Anche così nasce una galleria, anzi uno “studio”: perché Giorgio Marconi ci tiene a raccontare anche questo, di quando prese in mano la corniceria del padre per fare qualcosa di più, ma non una normale galleria, bensì un laboratorio, qualcosa di vivo, dove si creassero idee.
Con il grande milanese proseguono le conversazioni-fiume di Artribune Magazine con quei personaggi che hanno fatto la storia dell’arte. Abbiamo cominciato qualche mese fa con Gian Enzo Sperone, che siamo andati a trovare a New York. Poi è stata la volta della Modena di Emilio Mazzoli e, sullo scorso numero, la visione capitolina di Fabio Sargentini. Ora si arriva a Milano: “c’è stato un periodo, a Milano, in cui i sarti ti facevano vendere arte – ricorda Marconi -, perché compravano opere da mettere nei loro atelier. E queste diventavano occasione e motivo di chiacchiera con clienti che finivano per diventare a loro volta collezionisti”. E oggi? Beh, lo scoprite a brevissimo, sul prossimo numero del Magazine…

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