Il corpo, spazio di memoria e resistenza, strumento di caduta e redenzione. Franko B., erede della grande tradizione della body art, ha costruito negli ultimi vent’anni una grammatica espressiva fatta di azioni crude, tra realismo e simbolismo della carne. Il corpo stesso che diventa opera, la ferita come orizzonte di riferimento. Col sangue a ribadire l’incastro fra la vita e la morte, ripercorso ad ogni rito. “Io però uso il sangue come pittura. Non mi considero un artista radicale. Cerco solo di sopravvivere”, spiegò una volta. Una maniera d’esserci, di stare al mondo, una condizione tramutata in esercizio performativo, nel tentativo di “rendere sopportabile l’insopportabile”. In origine c’era il senso dell’abbandono, un’infanzia non facile, e poi il peso delle cose, la loro bellezza sensuale, la disperazione conosciuta e la percezione del conflitto come dinamica personale e universale. Tragicamente contemporanea.
Franko B., nel tempo, ha mitigato la crudezza delle sue azioni. Dalla pratica del ricamo, passando per il disegno e l’installazione, la riflessione si è spinta verso nuovi lidi, più miti, meditativi, più attenti alla forma del pathos che non alla sua corrente impetuosa. A un sguardo introspettivo, posso davvero dire di aver fatto a pezzi la mia carriera di artista ‘sanguinante’ ed aver portato avanti la mia brama di vita grazie al linguaggio”.

Nel luglio del 2015 l’artista è tornato ad esibirsi dinanzi a un pubblico, a Londra. Recuperando alcuni elementi tipici del suo linguaggio. La fisicità, innanzitutto, esasperata e spinta incontro al limite, e l’uso di elementi simbolici, quali il latte: una sostanza connessa all’idea di purezza, di nutrimento, di candore primigenio. Infilato in un completo dorato da boxeur, al cento di una stanza, Franko B. si misura per circa mezz’ora con un sacco da boxe, dorato anche quello. Lo sfinimento è il mezzo e insieme l’obiettivo. Misurare la propria resistenza, sfidarsi e vincere: un’ossessione che ritorna. Dal sacco ferito, pugno dopo pugno, cola giù del latte. Un sanguinamento metaforico. La chiazza sul pavimento segna il perimetro residuale dello sforzo, del superamento.
Milk & Blood si è svolto a fine luglio: dopo una preview negli spazi dell’associazione a/political, la presentazione ufficiale è avvenuta presso gli storici Toynbee Studios. L’azione si è consumata nella suggestiva Court Room, una stanza con mobili d’epoca e pareti foderate di quercia, che fu sede di uno dei primi tribunale minorili del Regno Unito.

Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.