Li chiamano Hibakusha, un marchio che brucia come una ferita perenne. Sono i sopravvissuti all’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. I testimoni. I salvati e i condannati: quelli che, in Giappone, hanno conosciuto l’orrore e lo hanno tramandato, di generazione in generazione. Per loro l’ordigno non ha mai smesso d’esplodere. La vita, per gli Hibakusha, non è altro che un’infinita deflagrazione tossica, l’orrore che schizza via dalla storia e si protrae, per sempre, come offesa sulla carne e come memoria viva.
Silvia Giambrone ha incontrato due di loro, nel 2013, durante in viaggio in Giappone. Shoso e Keiko hanno accettato di raccontarle il loro martirio e la loro condizione di superstiti. Vivere nel ricordo del dolore e nell’occultamento; vivere dovendosi nascondere, perché nessuno dà un lavoro a una vittima della bomba atomica, perché nessuno sposa, ama, accoglie chi porta le stigmate delle radiazioni. Si perdono affetti, si conoscono il lutto e l’isolamento, l’emarginazione e la vergogna. E l’eco della bomba, in un tempo irrimediabilmente immobile, continua a seminare la morte in mezzo ai vivi.

Da qui è nato l’efficacissimo “August 6th, mon amour”, un video che sceglie la potenza di un’immagine fissa, in cui si concentra la lezione di questo tempo innaturale, di questo orrore prolungato. Un orologio, tirato fuori dai detriti radioattivi. Un dettaglio nel caos. Una cronologia esplosa ed interdetta, che non può più scandire il flusso delle cose.
Il mondo si è fermato alle 8 e un quarto di un mattino qualunque, 70 anni fa. A Hiroshima e Nagasaki la morte ha avuto il suono opaco e monumentale di una bomba a fissione nucleare. Qui, il quadrante arrugginito si blocca alle 8.16, un minuto esatto dopo lo scoppio; la lancetta dei secondi si avvita in loop ossessivo.  E quel minuto di scarto, rispetto all’esplosione letale, diventa l’infinita misura del “dopo”, l’estensione simbolica di quello che resta, di quello che si diventa:  sopravvivere e poi restare, faticare. Un minuto in più, il giorno dopo, il resto dell’esistenza. Essere degli Hibakusha.
Era la prima volta che la Storia sperimentava il male nella sua massima espressone politica, scientifica, militare. Bisognava annientare il nemico, in un lampo, protraendo il martirio nei secoli dei secoli. Perché quell’ordigno, lanciato dagli Americani il 6 agosto del 1945, non ha mai smesso di colpire. A 70 anni dal disastro, l’ombra dell’atomica ancora incombe sui destini del mondo. Nel tempo freddo della ferocia. E della paura.

Helga Mersala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • angelov

    Chi decise di lanciare quelle bombe sul Giappone, non si rese conto che in quel modo i conti si sarebbero sì pareggiati, ma quasi a vantaggio dei Giapponesi, poiché le offese subite a cominciare dall’attacco di Pearl Harbour, sarebbero risultate quasi nulle, in confronto al devastante impatto delle conseguenze di quella stessa decisione.