Lunedì 15 dicembre 1969. Mezzanotte circa. Questura di Milano, alcuni giornalisti in sala stampa, negli uffici sono in corso da tre giorni gli interrogatori di decine di anarchici, fermati a seguito dell’esplosione di una bomba a Piazza Fontana, nel pomeriggio del 12 dicembre. A mezzanotte di lunedì, in una delle stanze del palazzone di Via Fatebenefratelli, carabinieri e funzionari stanno ascoltando – tra gli altri – l’anarchico, partigiano e ferroviere Giuseppe Pinelli. L’indagine va in una direzione chiara, i fermi – a tappeto – si prolungano oltre i termini consentiti (tre giorni di fila), con interrogatori estenuanti. I morti di Piazza Fontana esigono un colpevole.
Ma quello che resterà – in un’indagine lunghissima, complessa, durata decenni e conclusasi con un nulla di fatto, tra prescrizioni, falle ed assoluzioni – sarà un’altra salma, un altro cadavere innocente. Una morte per caso o per intenzione: anche in questo caso, con prolungato affanno, il dubbio fu greve come un macigno.

L’anarchico Pinelli precipitava dalla finestra di un ufficio della questura, intorno alla mezzanotte di quel lunedì. Il suo interrogatorio era in corso. Il commissario Calabresi – a sentire le testimonianze raccolte – non era in quella stanza. Si parlò di suicidio, sul momento. Ma lo spettro dell’omicidio si impose, fin da subito, scatenando il panico e una sequela di sospetti, nel cuore di un’inchiesta già convulsa. Le incongruenze, le false testimonianze, le dinamiche oscure, le fortissime tensioni politiche del momento, contribuirono a far montare il caso: chi aveva ammazzato Pinelli e perché?
La vicenda si chiuse con la sentenza del Giudice D’Ambrosio, nel 1975: né suicidio, né omicidio. Pinelli era morto per un “malore attivo”. Stanco, spossato, infreddolito, intossicato dalle troppe sigarette, ebbe un mancamento e cadde, perdendo l’equilibrio in prossimità di quel maledetto davanzale. Quel macigno, però, non ha mai smesso di gravare sulla coscienza dell’opinione pubblica e dei tanti protagonisti dei fatti di Milano. Un dubbio incancellabile.
Il Commissrio Calabresi, totalmente sollevato da ogni responsabilità, divenne vittima di una campgana accusatoria da parte degli ambienti di estrema sinistra, con tanto di minacce e intimidazioni. Morì, anche lui, il 17 maggio del 1972, giustiziato da un commando di Lotta Continua.

La lapide commemorativa per Giuseppe Pinelli
La lapide commemorativa per Giuseppe Pinelli

Pinelli morì, ma ottenne, alla fine degli anni ’70, l’onore di un’assoluzione piena: per i giudici né lui, né gli altri compagni, erano i responsabili della strage, attribuita invece (troppo tardi e con mille inghippi processuali) al gruppo neofascista Ordine Nuovo.
Fra le tante pagine, i libri, gli articoli, i documentari, dedicati alla morte dell’uomo, c’è un lungometraggio, dal titolo “Documenti su Giuseppe Pinelli”, girato nel 1970 e composto da due parti, “Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli” e “Giuseppe Pinelli”, dirette rispettivamente da Elio Petri e Nelo Risi. Il progetto prese il via per mano del “Comitato cineasti contro la repressione”, un gruppo messo su da Petri con lo sceneggiatore Ugo Pirro, all’indomani della strage di Piazza Fontana, mentre la polizia si accaniva contro i gruppi extraparlamentari.

Ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli, di Elio Petri, 1970
Ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli, di Elio Petri, 1970

Diversi cineasti aderirono all’operazione, lavorando alla produzione di  materiali filmici e sposando una finalità politica, di indagine e di denuncia. “Siamo un gruppo di lavoratori dello spettacolo…”: così comincia la mise en scène ironica e cruda di Petri, che articola le tre versioni discordanti fornite dalla polizia intorno alla morte di Pinelli. Un cinema brechtiano, sperimentale, di impegno civile, che affida il soggetto adn alcuni attori (tra cui Gian Maria Volonté) in dialogo diretto col pubblico, svelando i meccanismi della rappresentazione e puntando all’effetto destabilizzante del cortocircuito. Un mucchio di non verità e di incoerenze, per occultare le ragioni di una morte assurda. Di cui ancora sfuggono dinamiche e ragioni.
Il 15 dicembre, anniversario della tragedia, ancora si ricordano l’onore, la tenacia e l’utopia politica di un ferroviere anarchico, ucciso da un “malore attivo”, mentre difendeva la sua innocenza dinanzi allo Stato: capro espiatorio, testimone scomodo? O davvero un uomo tradito da un improvviso mancamento? Forse, per dirla con Petri, solo “l’ultimo di una lunga serie di anarchici suicidi”.
Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Francesco Spinelli

    Che dire dopo quarant’anni ? Che son “stanco”. Stanco di vedere la polvere depositarsi sui ricordi per appannarli, confonderli. Stanco di dover ricordare a sempre nuovi giovani chi era Giuseppe
    Pinelli, come è morto, le palesi menzogne dei poliziotti che lo interrogavano.
    Stanco si assistere al processo di “ santificazione” di Luigi Calabresi.
    Eppure … eppure c’è il ricordo di una mattina con un brusco risveglio che mi accompagnerà sempre. E’ la mattina del 16 dicembre, quando una telefonata di Amedeo Bertoldo mi fa trasecolare:” Hanno buttato Pinelli dalla finestra. Vediamoci tutti davanti alla questura … per farci tacere devono buttarci giù tutti “

    Quella telefonata mi ha cambiato la vita. Il “ compagno anziano” del gruppo Bandiera nera, l’infaticabile del circolo Ponte della Gisolfa non c’era più. Daquel momento inizia una sorta di film dove
    vedo la mia immagine che si muove incessantemente: riunioni, manifestazioni, incontri, comizi, affissione manifesti….

    E non potrò mai dimenticare quella conferenza stampa del 17 dicembre 1969, quando gli anarchici del Ponte della Gisolfa lanciano quelle parole che segneranno la campagna politica e di
    controinformazione: “ Pinelli è stato assassinato, Valpreda è innocente, la strage è di Stato “

    E adesso ? Con la sentenza del 1975 di Gerardo D’Ambrosio, Pinelli è morto per una malore attivo,( non è esatto D’Ambrosio scrive nero su bianco : Una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata n.d.r.) Per Valpreda hanno dovuto fare una legge speciale così da farlo uscire alla fine del 1972. La strage è senza colpevoli, come ha stabilito la Cassazione il 3 maggio 2005. Insomma, un uomo è morto in questura , ma la colpa è sua, per via di quello strano malore . Un altro è stato in carcere per tre anni perché era innocente. Quella bomba che ha ucciso diciassette persone e ne ha ferite quasi cento non l’ha messa nessuno.
    Eppure … non tutti dimenticano. E non soltanto i “quattro anarchici “ a tener viva la memoria della criminalità di politici, questori, poliziotti, magistrati. No, se ne accorgono o se ne ricordano tanti. Certo, sempre troppo pochi rispetto alla stragrande maggioranza che non sa e non vuole sapere.

    Per contrastare la rimozione della memoria collettiva di quei crimini a cui la classe politica e i mass media non hanno ma smesso di lavorare c’è anche l’impegno di un gruppo di anarchici e libertari decisi a installare a Milanouna scultura di Elis Fracarro, fabbro ferraio e artista veneziano . Un piccolo ggrande gesto per dare alla memoria una dimensione fisica.

    • Helga Marsala

      Grazie Francesco per questa tua testimonianza…

  • angelov

    E’ come se nella vita sociale italiana ci fossero dei veri e propri buchi neri; non solo nel periodo di storia relativamente recente, ma anche indietro nel tempo: spesso mi viene da pensare che la fucilazione dei sette fratelli Cervi, da parte di altri italiani, rappresenti in questo senso la cosa peggiore in assoluto che una Nazione possa trovarsi scritta sui propri libri di storia; nei quali comunque in verità, questo terribile episodio, non viene citato per la gravità che potrebbe rivestire per le sensibilità future.
    La tragedia di Pinelli, si inserisce in questo tragico filone; di una società che a volte ritorna, senza rendersene troppo conto, a tempi precristiani, quando il sacrificio umano e la ricerca di un capro espiatorio, era una consuetudine accettata.