Nella cornice istituzionale di Palazzo Barberini, Massimiliano Finazzer Flory ha ospitato Gabriele Salvatores in un vis à vis pubblico. L’occasione era il secondo appuntamento della serie di eventi organizzati da Lottomatica, “Il Gioco Serio dell’Arte”. Tra una proiezione, una citazione e un po’ di cerimonie, finalmente arriva il soggetto tanto atteso: i premi. Ed ecco che mentre tutti sono lì ad incensare Paolo Sorrentino (capofila Finazzer, che lo ha avuto ospite nel precedente incontro), facendo i buoni auspici al suo film, Salvatores prende tutti in contropiede e torna sul tema dell’intervista pubblicata da Davide Turrini sul Fatto Quotidiano lo scorso 17 gennaio. Ma stavolta è davvero dettagliato, nessun frainteso: con un’analisi inoppugnabile il regista svela qual è il minimo comun denominatore delle varie  opere italiane candidate all’Oscar (compresa la sua) negli ultimi 25 anni.

Cerca di fare disclaimer, specificando che i registi non si curano prima del fattore “statuetta”, ma alla fine il senso è chiaro. A vincere sono i cliché: quelli che piacciono agli americani. E citando il testo di Turrini, leggiamo a proposito di Must Be The Place, produzione internazionale di Sorrentino, con 6 David di Donatello in dote: “Gli è andato a rompere le balle nel loro territorio e ha pure girato un on the road. Intanto si è fatto conoscere e ha avuto qualche riscontro”. A buon intenditor poche parole (nonostante il disclaimer).
Così, svelando i meccanismi della macchina Hollywoodiana, Salvatores ha concluso, risoluto: “Credo che bisognerebbe provare ad andare avanti”. Il vestito nuovo dell’Imperatore non è sembrato piacere troppo alla nobile platea di naftalina,  che è rimasta del tutto inerte se non accennando uno stitico applauso.

– Federica Polidoro

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.
  • angelov

    Negli anni venti si giravano films cosiddetti “di regime”, ed infatti se oggi li si va a vedere, (es. Giovanni dalle Bande Nere etc) ci si rende conto del loro stile forzato; ma questo perché è ormai chiaro a tutti che, trascorso quasi un secolo, in quegli anni l’Italia viveva in un periodo appunto particolare; oggi, se non si vuole ammettere che l’era di B., durata per l’appunto 20 anni, sia stata a tutti gli effetti un’epoca simile, non si capisce il senso di un film come quello di Sorrentino: nient’altro che un film di regime.

    • mariangela

      ma quanto sei banale

      • angelov

        Vorrei fare una correzione: il film che ho citato, riferito alla vita di Giovanni dalle Bande Nere e girato nel 1937, si intitola: “Condottieri”, ed è diretto ed interpretato da Luis Trenker.