Raymond Pettibon. La matita del punk hardcore in mostra a Berlino

Contemporary Fine Arts, Berlino – fino al 31 luglio 2014. Una selezione delle più recenti opere di Raymond Pettibon, l’artista grazie al quale l’estetica punk figlia della scena underground californiana ha conquistato le più prestigiose gallerie d’arte di tutto il mondo.

Raymond Pettibon, No title (And then I)
Raymond Pettibon, No title (And then I)

Se nella vostra collezione di album non manca Goo dei Sonic Youth, qualche disco dei Black Flag o dei Foo Fighters, sicuramente vi sarete soffermati più volte sulle immagini ironiche, disturbanti e provocatorie che rendono uniche le loro copertine. Autore di quelle grafiche accattivanti, legate in modo indissolubile al contenuto musicale degli album, è Raymond Pettibon, all’anagrafe Raymond Ginn (Tucson, 1957), l’illustratore californiano che ha saputo forse meglio di ogni altro tradurre in immagini il nichilismo e il rifiuto dell’autorità tipici della scena punk hardcore statunitense degli Anni Ottanta e Novanta. Le prime grafiche dei Black Flag, tra le quali spicca il famosissimo e inflazionato logo raffigurante quattro colonne nere, non furono che l’inizio di un’attività sorprendentemente prolifica e trampolino di lancio verso una carriera in ascesa, che ha portato Pettibon a collaborare con musicisti del calibro dei Sonic Youth e a esporre nelle gallerie di tutto il mondo.
Quest’anno l’illustratore del punk fa tappa a Berlino: Contemporary Fine Arts ospita infatti Neue Arbeiten, una selezione delle opere più recenti di Raymond Pettibon. Citazioni del compositore Irving Berlin pennellate direttamente sulle pareti a caratteri cubitali sovrastano un centinaio di disegni e schizzi appesi disordinatamente ai muri con l’unico supporto di puntine e di qualche semplice cornice, proprio come nel caotico atelier di un instancabile artista o, meglio ancora, come nella stanza di un giovane fan dei Black Flag.

Raymond Pettibon, No title (And then I)
Raymond Pettibon, No title (And then I)

Nei recenti lavori ritroviamo molto del Pettibon degli esordi. Non mancano le tematiche da sempre care all’illustratore di Hermosa Beach: la critica al consumismo e al perbenismo della società americana, all’establishment e alla cultura di massa, il rifiuto di ogni forma di potere e di ogni credo, la sessualità, la guerra, la violenza, le relazioni umane e familiari. L’artista californiano non risparmia nulla: valori, storia, istituzioni e simboli della cultura occidentale, in particolar modo statunitense, sono passati al setaccio, sbeffeggiati, deformati e ridisegnati in modo da risultare inevitabilmente inopportuni all’occhio dell’osservatore.
Per quanto riguarda lo stile, riconosciamo immediatamente il tratto fumettistico e le linee nette della china, elementi tipici delle opere giovanili dell’artista. La tendenza al monocromatismo è stemperata da alcune note di colore, ma sempre declinate nelle sfumature dell’incubo: tinte fastidiosamente vivide, dosate e scelte con la cura necessaria a non allentare il filo teso dell’inquietudine che serpeggia in tutti i dipinti.
Elemento dominante delle opere dell’artista californiano è la figura umana, inevitabilmente protagonista di situazioni grottesche, dai risvolti macabri e che assumono i contorni dell’assurdo. Per i suoi soggetti Pettibon attinge spesso alle icone della cultura popolare americana, che appaiono decontestualizzate e distorte: surfisti dal ghigno minaccioso, giocatori di baseball alle prese con riflessioni sui grandi quesiti dell’umanità, hippies armati, adolescenti suicidi, un Elvis Presley oggetto di speculazioni circa propria morte, agenti delle forze dell’ordine sorpresi in atteggiamenti lascivi o violenti. Non mancano personaggi già noti per vicissitudini meno popolari, quali l’omicida Charles Manson e il mito dell’Helter Skelter.

Raymond Pettibon, No title (If I had)
Raymond Pettibon, No title (If I had)

Come nei primi lavori, anche nelle opere recenti le immagini sono spesso accompagnate da frammenti di testo, citazioni fuori contesto rubate ai grandi della letteratura, oppure da domande dirette all’osservatore, che, rapito dalla retorica convulsa dell’opera, è chiamato a contribuire al messaggio con un’interpretazione personale.Le parole fuori contesto e il ricorso alla tecnica del collage accrescono quella sensazione di discontinuità e di non-finito tipica del flusso di pensieroche caratterizza i lavori di Pettibon, dando forma a rappresentazioni frammentarie, che non vengono a patti con le ordinarie logiche narrative.
Alla discontinuità della rappresentazione fa da contraltare un’innegabile coerenza rispetto ai temi e allo stile delle origini. A quarant’anni dai primi lavori e con poche variazioni sul tema, se paragonato ad artisti altrettanto produttivi, lo sguardo impietoso dell’artista che ha contribuito a definire l’estetica punk si rivela tuttora in grado di cogliere le contraddizioni del nostro tempo, mettendole in scena con la stessa forza comunicativa degli esordi. Sovvertendo certezze e mettendo in dubbio la validità di riferimenti universalmente condivisi, le opere raccolte nella personale Neue Arbeiten danno all’osservatore l’opportunità di riconsiderare stereotipi e convinzioni fondamento di una società schiava dei simboli che essa stessa ha creato.

 

Michela Albizzati

 

Berlino // fino al 31 luglio 2014
Raymond Pettibon – Neue Arbeiten
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