Agostino Bonalumi, il maestro delle estroflessioni

MArCa, Catanzaro – fino al 31 maggio 2014. Prima retrospettiva postuma per Agostino Bonalumi, dopo la morte avvenuta l’anno scorso. Quaranta grandi opere in Calabria, per il sodale di Manzoni, Castellani e Fontana. In un percorso co-curato dal figlio.

Agostino Bonalumi: Bianco e marrone, 1966, 81x81 cm, tela estroflessa e tempera vinilica, coll. privata

L’irresponsabilità che segna la società come oggi ce la ritroviamo, è dura mortificante insipienza”: è l’incipit dell’ultimo scritto di Agostino Bonalumi (Vimercate, 1935 – Monza, 2013), reso noto insieme ad altri inediti dall’ampio catalogo della mostra che gli dedica il  Marca di Catanzaro.
Nel testo, Bonalumi lamentava l’impossibilità dell’esperienza, soprattutto sul piano artistico, in un’epoca in cui una “realtà-non realtà avvolge l’individuo tuttavia distante, velocizzata rallentata ripetuta anticipata posticipata, senza coinvolgerlo veramente”. L’autore pone l’accento sull’oggettualità dell’arte-esperienza, rivendicando l’aspetto principe della sua ricerca, la Pittura-Oggetto, legata a un linguaggio nuovo, a un’idea di spazio nuova, condivisa in parte con Piero Manzoni, Enrico Castellani e Lucio Fontana. Per lui lo spazio non si limita alla tela, ma ne oltrepassa i confini, deformandoli, forzandoli “attraverso materiali plasmabili che diventano strumentali alla sua poetica in espansione dove l’opera, pronta ad invadere lo spazio circostante, diventa ambiente, luogo tattile, esperienza fisica”, spiega il curatore Alberto Fiz.
Bonalumi è un artista non facilmente catalogabile. Dopo una breve esperienza nell’Informale, saranno le estroflessioni a codificare la sua voce, e rappresentano “un principio metodologico, un’invenzione stilistica”, precisa Fiz, per attuare“il superamento del piano rappresentativo” attraverso infinite declinazioni, come la “geometria umanizzata, persino antropomorfa”, sempre con rigore formale e coerenza. Non ci sono parole più nitide delle stesse che usa Bonalumi in Evoluzione dialettica: “Nella persistenza della estroflessione cambiano la tecnica, i mezzi, gli strumenti mediante i quali la superficie è spinta verso l’esterno, o ritratta verso l’interno, facendo sorgere il pensiero di uno spazio dietro l’opera”. In relazione alla forma e al colore, invece, qui “il colore”, osserva ancora Fiz, è inteso come luogo, come opportunità per sviluppare la forma. I colori, poi, quasi fossero dei codici matematici, danno il titolo ai suoi lavori”.

Agostino Bonalumi: blu, 1964, 100x80 cm, tela estroflessa e tempera vinilica, coll. privata
Agostino Bonalumi: blu, 1964, 100×80 cm, tela estroflessa e tempera vinilica, coll. privata

Il dinamismo delle tele estroflesse – realizzato con il prezioso contributo della moglie – è ottenuto mediante l’ausilio di centine, bacchette d’acciaio incollate sulla tela in modo da dilatarne la superficie, alterandone la percezione e creando così “un ulteriore livello di ambiguità”. È il dubbio a fare da cornice all’indagine bonalumiana: “Tuttavia l’opera d’arte”, scriveva, sarà tanto più significante quanto più, nel suo sistemarsi e farsi ricerca ordinata, riuscirà ad essere accumulazione di dubbio”. A margine, ipotizza Fiz, “una sottile ironia, non solo nei confronti dello spettatore […] ma anche rispetto al sin troppo serioso sistema dell’arte”.
L’allestimento della mostra si snoda attraverso circa quaranta opere di grande formato in un excursus rappresentativo delle varie fasi della carriera di Bonalumi: in esposizione, Nero (1959), la sua prima estroflessione; il capolavoro Rosso e nero (1968), proveniente dalla collezione Vaf-Stiftung in deposito al Mart di Rovereto; ma anche opere rare, come l’installazione Bianco (1969), di tredici pannelli occupanti circa nove metri; lavori inediti e sculture come Rapporti (1981-2001) o Bronzo (1967/2005).

Domenico Carelli

Catanzaro // fino al 31 maggio 2014
Agostino Bonalumi
a cura di Alberto Fiz e Fabrizio Bonalumi
Catalogo Silvana Editoriale
MARCA
Via Turco 63
0961 746797
[email protected]
www.museomarca.com