A Göteborg, tra serio e faceto

Luoghi vari, Göteborg – fino al 17 novembre 2013. “Play! Recapturing the radical imagination” è il tema dell’edizione 2013 di GIBCA, la Biennale svedese che abbiamo seguito per voi durante i giorni del vernissage. Una biennale impegnata e diffusa, sulla quale torniamo ora per una panoramica critica.

The Politics of Play, Göteborg International Biennial for Contemporary Art, 2013

Si gioca con la politica a Göteborg, in una biennale che ha il coraggio di affrontare temi spesso ritenuti scomodi, accantonati, trascurati o dimenticati. Qui l’arte non è mai per l’arte, anche quando la componente ludica presente nel titolo Play! Recapturing the radical imagination pare predominante. In Svezia durante questa edizione della biennale si parla di rapporto con il potere, di subordinazione al sistema, di femminismo, di diritti non ancora acquisiti, di clandestinità, di censura. Argomenti declinati in maniera diversa in ognuna delle sedi delle mostre in città, che ospitano questa volontà di impegno anche sociale e civile secondo il progetto strutturato da ognuno dei curatori chiamati dai direttori artistici Edi Muka e Stina Edblom.
Al limitare dello spazio urbano, la Röda Sten Konsthall è stata affidata a Katerina Gregos con The Politics of Play. Il fascino di queste pareti di cemento armato, raggiungibili dopo un percorso che si allontana progressivamente dalla città, sotto un altissimo ponte, permea la visita, strutturata lungo due fili conduttori principali: la politica, spesso interpretata con la satira o l’ironia, e il femminismo, con, tra gli altri, Ninar Esber, Parastou Forouhar, Guerrilla Girls.

Art Crime: Legally on the Edge, Göteborg International Biennial for Contemporary Art, 2013
Art Crime: Legally on the Edge, Göteborg International Biennial for Contemporary Art, 2013

Pochi video costellano il percorso, ma di quelli che si ricordano: la celebrazione dei funerali di una nazione di Jorge Galindo e Santiago Serra, il monumentale The School of Narrative Dance di Marinella Senatore – la sola italiana insieme a Roberto Paci Dalò con Tunnel Tales – creato con il coinvolgimento di intere comunità e presentato in otto biennali, e il poetico Pegasus Dance di Fernando Sanchez Castillo, che domina la sala principale della Konsthall. La poesia è, infatti, una delle chiavi di lettura individuate dalla curatrice, che ne sottolinea la presenza nel lavoro di Qiu Zhijie, insieme allo humour, sottile e pungente, in Nabil Boutros, a tratti fumettistico in Olav Westphalen, Liv Strömquist. L’arte permette di rappresentare il mondo come dovrebbe essere, di raffigurare un’aspirazione; la possibilità di immaginare rende l’uomo libero, sostiene la curatrice.
Affermazione legata alla tematica scelta per Art Crime: Legally on the Edge da Joanna Warsza, che trova sede nell’area di Lilla Bommen. Una zona di difficile fruizione dal punto di vista logistico, perché la mostra non è visitabile in un unico luogo, le opere sono disseminate nel quartiere, lungo il Quay of Broken Dreams. Se da un lato questa scelta porta l’attenzione su una zona della città spesso trascurata – il cui nome non è ovviamente casuale –, dall’altra si rischia di perdere il filo conduttore di una esposizione che vuole essere narrativa. Lo spunto è, infatti, l’interpretazione dei romanzi gialli scandinavi come metodo di rappresentazione della società e vede anche la collaborazione di un noto giallista, Åke Edwardson, ideatore di un racconto contenente riferimenti a tutte le opere in mostra. Diversi i lavori interessanti, alcuni già noti come Self Sabotage di Tania Bruguera, altri datati 2013, come Offside. Alltför melanin di Núria Güell, un’azione in cui una poliziotta vissuta in clandestinità in Svezia recita il ruolo di se stessa, giocando a guardie e ladri con i visitatori, e White Noise di Katarzyna Krakowiak, che crea un’interferenza nelle autoradio degli automobilisti imponendo il silenzio, oltre all’installazione di Mapa Teatro, The Holy Innocents, messa in scena di una festa appena terminata che si sconsiglia a tutti coloro turbati da It di Stephen King.

Anarkrew: An Anti-Archives, Göteborg International Biennial for Contemporary Art, 2013
Anarkrew: An Anti-Archives, Göteborg International Biennial for Contemporary Art, 2013

Atmosfere completamente diverse nella Göteborgs Konsthall, con Anarkrew: An Anti-Archives, a cura di Claire Tancons. La mostra permette alla curatrice di approfondire il tema cardine della sua ricerca, il carnevale. Premessa per la comprensione dell’esposizione è la conoscenza della storia recente della città: gli scontri del 2001 durante il vertice dell’Unione Europea e l’esistenza di un carnevale dal 1982 al 1993, che sono le fondamenta per seguire un percorso che parte dagli archivi di Johan Hentz, fondatore della manifestazione, snodandosi tra club e scena underground con, tra gli altri, Karol Radziszewski, Sonia Boyce, Deimantas Narkevičius. Il carnevalesco diventa dunque una modalità e un’espressione sociale trasversale, la cui presenza/assenza nella memoria comune, personale o collettiva, è individuata come chiave antropologica e le opere in mostra si fanno rappresentanti di una controcultura emersa durante la grande parata inaugurale, con Jean-Louis Huhta, Roberto N Peyre & Nokako, Mycket e Maja Gunn, Psychic Warfare, di cui già vi abbiamo raccontato.
Peccato che il progetto curato da Ragnar Kjartansson e Andjeas Ejiksson, Weight, allo Stora Tearten sia durato solo il weekend di apertura, a causa della natura performativa di molti lavori presentati e della programmazione del teatro, ma ci sono i nostri updates per rimediare.

Marta Cereda

http://www.goteborg.biennal.org

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Marta Cereda
Marta Cereda (Busto Arsizio, 1986) è critica d’arte e curatrice. Dopo aver approfondito la gestione reticolare internazionale di musei regionali tra Stati Uniti e Francia, ha collaborato con musei, case d’asta e associazioni culturali milanesi. Dal 2011 scrive per Artribune.