L’occhio come mestiere. Gianni Berengo Gardin a Palazzo Reale

Nella simbiosi con la macchina fotografica, Gianni Berengo Gardin ci consegna sessant’anni di storia della fotografia italiana in una grande antologica a Palazzo Reale, già presentata ai Tre Oci di Venezia, con l’aggiunta di quaranta foto tutte meneghine. A Milano, fino all’8 settembre.

Gianni Berengo Gardin, Parma, Istituto psichiatrico, la camicia di forza, 1968 - © Gianni Berengo Gardin - Contrasto

Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) ha vissuto la sua infanzia in un Grand Hotel, andava a scuola con l’autista e aveva la erre moscia: alcuni dicono – e lui è d’accordo, con le dovute precauzioni – che forse è anche per riscattarsi da tutto questo che ha deciso di dedicarsi al reportage sociale.
In realtà, come la mostra allestita a Palazzo Reale fa ben vedere, Berengo Gardin ha sempre giocato su due binari paralleli e coessenziali: da un lato, per quella grande committenza di cui era capace la nostra Italia in tempi meno bui, fra Touring Club e Olivetti, ma anche Fiat e DeAgostini, realizzava foto che racchiudono il sogno del boom economico, ultimi scampoli della speranza di un futuro prospero e radioso; dall’altro, si dedicava a suo rischio alla fotografia engagée, tra l’India, i manicomi (con Franco Basaglia), i campi rom e le contestazioni del Sessantotto.
Tra i nomi della migliore Italia del secondo Novecento – da Aldo Rossi a Giorgio Bassani, da Ugo Mulas a Bruno Munari, passando per Federico Zeri e Bruno Zevi – e l’anonimato degli zingari, che si mimetizzano tra i loro tessuti, o l’urlo congelato dei malati rinchiusi nelle camicie di forza, Berengo Gardin riesce sempre a trovare un giusto mezzo (un medium, direbbero i latini), attraverso cui può scorrere un canale efficace di comunicazione.
La stessa medietà che si esprime nei tanti baci rubati, negli innocenti contrasti generazionali e nelle giornate passate in riva al mare: foto straordinarie, in cui l’equilibrio compositivo del rigoroso bianco e nero teatralizza lo spazio, cristallizzando il dettaglio che si fa metonimia di tutte le cose più intime della vita. Per questo, quindi, la mostra si organizza anche secondo criteri tematici, alleggerendo – quando possibile – un approccio strettamente cronologico o filologico, che pure è necessario in ogni grande esposizione.

Gianni Berengo Gardin, Milano, 2005 © Gianni Berengo Gardin - Contrasto
Gianni Berengo Gardin, Milano, 2005 © Gianni Berengo Gardin – Contrasto

Con un’attenzione narrativa senza pari, che in un’antologica non può che andare un po’ perduta, Gianni Berengo Gardin si confronta con i suoi maestri e con il sostrato secolare di immagini che forma la nostra cultura: accanto al servizio vis-à-vis con Paul Strand nella Luzzara di Cesare Zavattini, sui vaporetti o tra i canali veneziani sembra ricalcare – forse inconsapevolmente – il Daumier de Il vagone di terza classe o i cicli di Carpaccio.
Questa antologica, che pure non può riuscire a restituire un’immagine completa del “fotografo italiano più ragguardevole del dopoguerra”, include tutti gli scatti di Berengo non solo attraverso cui oggi passa il ricordo di un mondo che fu, ma attraverso cui domani passerà la memoria collettiva un mondo che sarà stato.
Davanti al bulimico insieme di un milione e mezzo di scatti, oltre duecento libri e poco più di centottanta fotografie selezionate per questa mostra, assistiamo al miracolo di un fotografo riuscito a far ricordare più le sue foto che il suo nome: il miracolo di un vero artista, che aspira al proprio anonimato.

Giulio Dalvit

Milano // fino all’8 settembre 2013
Gianni Berengo Gardin – Storie di un fotografo
a cura di Denis Curti
PALAZZO REALE
Piazza Duomo 12
02 88465230
www.mostraberengogardin.it

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Giulio Dalvit
Nato nel 1991 a Milano, ha studiato Lettere e si è laureato in Storia dell’arte moderna alla Statale di Milano. Ha collaborato anche con alcuni artisti alla realizzazione di mostre milanesi tra Palazzo Reale, il Museo del 900 e Palazzo Ducale a Genova. Ha scritto per Flash Art e, ora, Artribune. Sempre in sospeso tra l’antico e il contemporaneo, studia al Courtauld Institute a Londra, dove attualmente vive.