La forma del corpo. Nei bronzi di Martin Disler

È il momento di Disler. Dopo la mostra a Torino, anche nei pressi di Lugano è allestita una personale dell’artista svizzero scomparso nel 1996. E a interessare sono soprattutto i bronzi, e l’indagine morfologica che portano con sé. Alla Galleria Buchmann, fino al 31 luglio.

Martin Disler - Häutung und Tanz 1990-91 - veduta della mostra presso la Buchmann Galerie, Agra 2013

Martin Disler (Seewen, 1949 – Ginevra, 1996) è stato un artista collegato ai filoni post-espressionisti che hanno popolato l’Europa dagli Anni Sessanta in poi. Ha esposto con Baselitz, Lüpertz, Clemente, Chia, Paladino. Nel suo lavoro si notano vicinanze con la Transavanguardia e con le corrispondenti correnti tedesche, caratterizzate in genere da segni impulsivi, infantili, drogati, anche se nel caso di Disler sembra esserci maggior controllo e compiutezza. Una buona parte di questa produzione è contrassegnata da uno spiccato opportunismo commerciale e talvolta diventa difficile individuare del buono al suo interno.
Nella mostra di sculture umane presso la Galleria Buchmann succede però qualcosa di diverso. Nei bronzi disposti nelle due sale interne e in due spazi esterni sembra esserci innanzitutto una preoccupazione morfologica. Sembrano voler rispondere alla domanda: cosa è utile a presentare un corpo umano? Quanta parte della interezza del corpo? Omettendo un arto, un capo, torcendo il torso in un certo modo, quanto si può cogliere l’essere del corpo?
Se questa preoccupazione morfologica è vera, ci racconta un aspetto interessante di quella produzione, perché traccia un ponte tra il segno e il concetto di forma. In effetti, non c’è violenza o forza, e nemmeno forzatura nelle sculture di Disler esposte in galleria, e ciò le distingue nettamente dal gruppo di dodici piastrelle appoggiate su due mensole metalliche e dai due quadri che dialogano con le statue.

Martin Disler - Häutung und Tanz 1990-91 - veduta della mostra presso la Buchmann Galerie, Agra 2013
Martin Disler – Häutung und Tanz 1990-91 – veduta della mostra presso la Buchmann Galerie, Agra 2013 – photo Remy Steinegger

Le curve che i corpi disegnano nello spazio, le posture che possiamo arguire nel guardarli, l’ambiguità identitaria di ogni singolo soggetto sembrano essere tutti fattori impegnati in un lavoro comune: trascendere l’anagrafe figurativa per mirare alla sostanza morfologica.
Nei suoi bronzi, Disler persegue lo scopo in modo sporco, inserendo qua e là alcuni accanimenti di dettaglio, per esempio nella zona del volto o del sesso, come se volesse trovare un contrappeso all’essenzialismo del suo lavoro. Peraltro, simili forzature nelle posture e nelle espressioni per descrivere come l’uomo è e comunica si notano anche nell’area espressiva del Realismo Magico e della Nuova Oggettività (si pensi a Franz Sedlacek, recentemente celebrato a Linz da una grande retrospettiva).
Dunque, gli esseri umani di Disler esposti alla Galleria Buchmann si mettono in relazione con le tradizioni artistiche moderne, un po’ rinnegando i codici stilistici con i quali quell’artista è riconosciuto, un po’ approfondendoli.

Vito Calabretta

Agra // fino al 31 luglio 2013
Martin Disler – Häutung und Tanz 1990-91
BUCHMANN GALERIE
Via Gamee
+ 41 (0)91 9800830
[email protected]
www.buchmanngalerie.com

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Vito Calabretta
Sono nato in un paese di ottocento abitanti in provincia di Catanzaro, cresciuto a Ventimiglia e ho avuto una prima formazione scolastica a Mentone, in Costa Azzurra, dove ho frequentato anche il Conservatorio Municipale. Mi sono trasferito a Milano per iscrivermi a un corso universitario di Discipline Economiche e Sociali, mi ci sono laureato, ho vinto dopo anni di tentativi un dottorato di ricerca in storia della società europea. Mi è stato impedito di discutere la tesi di dottorato con l'accusa di non voler «fare lo storico, ma il Carlo Ginzburg, il Derridà, 'naltro po' il Rolanbàrt». Ne ho preso atto; nel frattempo avevo iniziato a frequentare i Seminari in Antropologia dei Poteri della École Française di Roma, avevo iniziato a collaborare con Il Manifesto e con L'Unità, a scrivere in versi e a lavorare sull'arte. Già da allora, in ogni caso, avevo iniziato a occuparmi delle stesse attività: affrontare realtà, cercare di capire qualcosa, raccontarlo. Spero di riuscire a continuare ancora.