Un museo-moschea nel culto di Rudolf Stingel

Rudolf Stingel porta a Venezia il lontano Oriente: la sua megainstallazione di tappeti trasforma Palazzo Grassi in un luogo di meditazione e introspezione. Fino al 6 gennaio, chez Monsieur Pinault.

Arte e psiche. Sigmund Freud e Rudolf Stingel (Merano, 1965). Venezia e Oriente. Uniamo tutti questi ingredienti nel frullatore, tritiamo con cura, et voilà: la nuova mostra di Palazzo Grassi.
Ma veniamo subito al punto: per la prima volta la totalità degli spazi di Palazzo Grassi sono stati allestiti da un unico artista. E siccome parliamo di 5mila mq, l’impresa non è certo facile né alla portata di tutti. La domanda sorge spontanea: ma quanta roba ci sarà da vedere? Risposta: pochissimo. Una trentina di quadri, più o meno. Tutto qui? Adesso arriva il bello: ogni centimetro quadrato del museo (pareti comprese) è ricoperto da un tappeto. 7.500 mq totalmente rivestiti da un’unica trama in stile persiano.
La firma è di Rudolf Stingel, nome non nuovo agli ambienti di Palazzo Grassi. Ecco: il museo visto da Stingel non è contenitore ma opera d’arte. L’artista ha lavorato sulla percezione sensoriale dello spazio, del connubio artistico che poteva venir fuori dall’unione di due culture (e gusti) così lontani, eppure così vicini: la Serenissima e l’Oriente. Diversamente da certe aiuole, qui l’opera verrà calpestata, usurata dai passi, sformata dai vari corpi che vi si accasceranno sopra. Il tappeto è al centro della poetica di Stingel: non è solo un abbellimento, ma può essere anche fonte di ispirazione, di meditazione. Pensate, ad esempio, ai tappeti che ricoprono lo studiolo di Sigmund Freud. Ed esiste anche la tappetologia, ma questa è un’altra storia.

Rudolf Stingel, Untitled (Franz West), 2011 - veduta dell'installazione presso Palazzo Grassi, Venezia 2013 - Pinault Collection - photo Stefan Altenburger - Courtesy of the artist
Rudolf Stingel, Untitled (Franz West), 2011 – veduta dell’installazione presso Palazzo Grassi, Venezia 2013 – Pinault Collection – photo Stefan Altenburger – Courtesy of the artist

Non poteva che essere Venezia, con la sua millenaria storia di intrecci e contaminazioni con l’Oriente, il laboratorio per questo esperimento (ben riuscito) di Stingel. Lo spazio diventa luogo di meditazione, la sensazione avvolgente, l’esperienza sensoriale, il museo che si trasforma in labirinto; per perdersi nelle stanze, con il solo interesse di seguire le trame del tappeto per vedere dove porta. Lasciatevi trasportare. Anche i quadri – disseminati nei due piani superiori – sono di piccola taglia (a esclusione dell’omaggio all’amico Franz West): è un invito ad avvicinarsi, a guardare le cose da vicino. E poi anche il contrasto tra il rosso immenso del tappeto e il piccolo grigio della tela fa la sua parte. Magari sedetevi, se vi pare. O camminate tenendo il dito contro il muro.
I tappeti rendono subito l’idea di accoglienza e comodità: se ci aggiungete il silenzio e la quiete del museo, non farete fatica a capire cosa l’artista ha voluto suscitare nel fruitore. Introspezione. Questa è la chiave di volta del secondo piano, dove i quadri raffigurano sculture lignee antiche (creati con la tecnica del foto-realismo). Alla vista e al tatto il museo vi sembrerà un grande bazar o una moschea. Arte e contemplazione, due binari destinati a viaggiare paralleli senza mai incrociarsi. O forse sì. Ma solo dentro di noi.

Paolo Marella

Venezia // fino al 6 gennaio 2014
Rudolf Stingel
a cura di Elena Geuna
PALAZZO GRASSI
Campo San Samuele 3231
041 5231680
www.palazzograssi.it

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Paolo Marella
Barese, classe 1987, trapiantato maldestramente a Venezia. Laureando in Economia e Gestione dei Beni Culturali all'Università Ca' Foscari, coltiva da anni una forte passione per l'arte e la scrittura. Gli piace il mondo della comunicazione: quest'anno ha lavorato nell'ufficio stampa del Carnevale di 2012. E' giornalista pubblicista, anche se non lo dice in giro. In passato si è occupato di cronaca giudiziaria per il Quotidiano Puglia. A Venezia ha lavorato, come mediatore culturale, nei maggiori musei d'arte contemporanea e moderna - Palazzo Grassi, La Biennale e Peggy Guggenheim Collection. Ha un blog (anche se ci scrive poco) e gli piace molto il cinema. Fa scherma. O almeno ci prova.
  • gabriO

    Stupendo, mi ci voglio immergere!

  • Angelov

    Le mediazioni tra culture così diverse non sono mai impresa facile: il vuoto mentale Zen, non ha nulla a che vedere con il vuoto mentale dovuto alla mancanza di Idee; e la cultura Islamica, permeata degli immensi spazi desertici in cui si è sviluppata, ha poco a che fare con l’astrattismo pittorico occidentale.

  • Splao

    Onestamente l’ho trovata un po’ infelice, provocatoriamente potrei dire che secondo me la moquette che permea tutto l’ambiente lo fa assomigliare più ad un grande albergo di una catena internazionale che non a qualcosa di vagamente orientale. Per quanto riguarda le tele le ho trovate vanamente astratte al primo piano, assolutamente prive di poesia, fatta eccezione per un paio nelle quali viene esplorato il tema della texture. Quelle del secondo piano, raffiguranti statue di santi, mi sono sembrate prive di dialogo concettuale con quelle del piano precedente e inutilmente ripetitive. Ma non voglio fare polemica sterile e mi auguro vivamente di essere contraddetto nei miei argomenti!

  • Lario

    le esposizioni del Grassi sono sempre state una garanzia, ma questa mostra è stata davvero deludente. Trovo l’artista assolutamente sopravvalutato, tele mute, tappeti da motel: arte e comunicazione? mah, consentitemi di dissentire.