Ripensare il Parnaso. Valerio Rocco Orlando e gli stranieri a Roma

Ritratti provenienti da mezzo mondo, stando però fermi nella Capitale. Non è il viaggio mentale di qualche secolo fa, ma una indagine fra accademie e istituti stranieri. Compiuta da Valerio Rocco Orlando e – fino al 28 aprile – in mostra alla Gnam di Roma.

Valerio Rocco Orlando, Autoritratto nel Salone dei Ritratti alla Real Academia de España en Roma, 2012 - photo Sebastiano Luciano

Dalla Germania alla Danimarca, passando per la Spagna e la Svizzera. Ha trascorso un anno in viaggio, Valerio Rocco Orlando (Milano, 1978), anche se in realtà ha solo attraversato Roma seguendo il filo rosso che unisce le accademie e gli istituti di cultura nel luogo in cui sono nate. Lo scopo, nelle sue stesse parole, era “mettere in discussione il ruolo dell’arte e il rapporto tra artista e società”. Il risultato è una serie di ritratti in absentia, come li definisce il co-curatore Ludovico Pratesi, degli studi di artisti stranieri in residenza a Roma, coniugati con un video in cui gli stessi artisti si raccontano. Condividono.

Centrale è la consapevolezza dell’artista che ci si possa “formare e riconoscere solo in una dimensione comunitaria e di condivisione”, dice la seconda curatrice, Angelandreina Rorro. L’affermazione è tanto più vera dal momento che  Valerio Rocco Orlando conduce personalmente laboratori con gli studenti, con cui ritrova il dialogo intrapreso già sul tema della scuola in Quale educazione per marte? (2011). L’artista non si ritira sul Parnaso, ma si autoritrae in mezzo agli altri. Circondato.

Chiara Ciolfi

Roma // fino al 28 aprile 2013
Valerio Rocco Orlando – The Reverse Grand Tour
a cura di Ludovico Pratesi e Angelandreina Rorro
Catalogo Maretti Editore
GNAM
Viale delle Belle Arti 131
06 322981
[email protected]
www.gnam.beniculturali.it

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Chiara Ciolfi
Chiara Ciolfi (Roma, 1987) è laureanda in Storia dell’Arte presso l’Università di Roma La Sapienza. Si interessa di arte contemporanea in tutte le sue forme, con un accento particolare sull’editoria e le riviste di settore. Ha collaborato con Exibart dal 2008 al 2011 fino all’avvento dell’ “era Artribune”. Attualmente sta costruendo il suo percorso tra stage e collaborazioni con fondazioni orientate alla ricerca (Nomas Foundation) e gallerie collaudate (Gagosian Gallery), con il sogno di farne un lavoro vero.
  • In questo caso è apprezzabile il tentativo di metterci la testa. Anche se poi non si capisce dove si voglia arrivare. Anche in questo caso l’artista sembra il “giovane indiana jones” (vedi omonimo articolo su questa rivista) che nella Roma di oggi ricostruisce l’ennesimo mistero dei templari, all’urlo “condivido e dialogo perchè sono un’artista intelligente e non egocentrico”. Si vorrebbe mettere in discussione un ruolo (di artista) rimanendoci piantati dentro…non ha senso.

    Fuori dalla mostra curata da Pratesi e dell’artista in questione, c’è in corso l’avanzata delle moltitudini creative. E non c’è nessuno che sappia dire perchè uno che posta una foto su facebook non stia per “mettere in discussione il ruolo dell’arte e il rapporto tra artista e società” o non stia per “formare e riconoscere in una dimensione comunitaria e di condivisione” (frasi attribuite al progetto di Rocco Orlando).

  • Tutti artisti? Come distinguere? Bisogna distinguere? Chi distingue? La critica? Il pubblico? Le pubbliche relazioni?

    Facebook è il sintomo più squisito, rispetto l’avanzata delle moltitudini creative. I musei e le gallerie sono diventate torri d’avorio da cui viene tirato giù olio bollente per salvare il salvabile. La critica d’arte e un pubblico attento-interessato potrebbero mettere ordine alla sovraproduzione incessante di contenuti “creativi” a cui siamo sottoposti. Questo permetterebbe di definire scale valoriali pseudo-oggettive, per legare meglio valore e prezzo, e quindi per irrobustire anche il mercato e tutto l’indotto. Per non parlare di come l’esercizio critico e argomentativo possa essere prezioso per ogni settore e per la nostra quotidianità, in questi tempi di crisi generalizzata.

    In questa sovraproduzione di proposte, in questa sovraproduzione di contenuti standard e mediocri quello che fa la differenza solo le pubbliche relazioni. Se si espongono i quadri e gli oggetti presi in una casa estratta a caso nel mondo, e si presenta il tutto al Crepaccio di Milano con la curatela del clan cattelan, ci sarà tantissima gente assiepata fuori, e si farà aperitivo in una bella festa. Il giorno dopo ci sarà anche un servizio su Panorama. Non si tratta di criticare la programmazione di Crepaccio, quanto di sottolineare come la visione e la riflessione dei contenuti siano pesantemente subordinati al contenitore e alla pubbliche relazioni. Questo è un segno di degenerazione che travalica i confini dell’arte contemporanea, l’arte è solo la cartina tornasole di una situazione generale. Quando raggi di sole, come relazioni tra persone, incontrano un luogo, abbiamo le opere, uno standard, una sorta di vuoto: http://whlr.blogspot.it/2011/12/blog-post.html

  • Orlando

    ciao, ti ringrazio per l’apprezzamento, almeno del tentativo che intuisci a distanza. vedendo la mostra e alcuni frammenti (o tutti i cinquanta minuti) del video emerge chiaramente la mia risposta alle tue domande. penso sia necessario lavorare ora più che mai all’interno delle istituzioni, nonostante tutte le difficoltà, e responsabilizzare interlocutori e luoghi deputati, tanto quanto resta di fondamentale importanza il confronto con un pubblico allargato. è quello che sta succedendo, ogni giorno, alla galleria nazionale, e spero anche domani al macro. buon lavoro, valerio

  • LR: Guarda, ho apprezzato l’impegno della ricerca e anche il lavoro come evoluzione e non come dato finito, ma dove sono queste risposte e queste domande?

    VRO: Nel video, e domani nella conversazione al macro e in ogni incontro con gli studenti, con i malati di Alzheimer e tutto il pubblico che decide di entrare in relazione con il lavoro.

    LR: ok, cercherò di documentarmi. Anche se poi quello che conta è il modo e l’impostazione di questi incontri. A tal proposito io sto collaborando ad un format di workshop, ma essendo ostracizzato facciamo fatica a proporlo. Pratesi non mi vuole bene :(

  • mascia

    Caro Orlando ma il commento fatto da Luca Rossi è stato compreso?
    Secondo me no.
    La mostra non svelava nulla, un semplice discutere con una restituzione che non si capisce. Stava meglio un documentario alla “report” sul tema, ma l’artista è troppo altezzoso per noi comuni mortali.
    Preferisco le sculture in stile “mousse”, almeno sono più sincere.

  • Cara Mascia, quello che dici è vero…il documentario in stile report…l’arte oggi si riduce a questo? Una sorta di archiviazione, formalizzata sulle note del vintage tanto care a Mousse e Kaleidoscope? (anche se quest’ultima uscita con un numero non male sulla pittura…e che si dedichi solo alla pittura..)

    Da quattro anni sto cercando di lavorare su critica, progettualità e pubblico (con workshop organizzati nei pub dove si parte dalle opere e da domande semplici sulle opere stesse)….ma in italia il sistema dell’arte è bulgaro, altro che Ai Weiwei…molto peggio, molto più difficile, cercare di lavorare in italia che in cina, volendo uscire dalla rassicurante omologazione generale…

  • Orlando

    Nel video non si discute, ci si confronta.
    La presentazione del libro è un’ulteriore possibilità per guardarsi negli occhi, ascoltare e parlare, vis-à-vis. Certo per chi ha voglia di confrontarsi, anonimi e amici.
    http://www.museomacro.org/it/presentazione-catalogo-valerio-rocco-orlando-reverse-grand-tour

  • Lorenzo Marras

    caro Orlando non si puo’ mai parlare di ruolo ne’ di relazione allorche’ si tende all’oggetto ARTE (come i tuoi modesti tentativi , contrassegnano).
    Occorre esperirsi come ARTE ; ma in punta di piedi e che nessuno si accorga.

  • Caro Valerio, ho sempre cercato di approfondire questo tuo progetto, ma viene solo ripetuto che tu sei stato per un anno in residenza presso le accademie straniere a roma. La modalità è chiara. Per quanto tu posso aver fatto dialoghi con la gente e gli studenti…ma dialoghi su cosa? L’arte come consultorio? Servizio sociale? Ma per fare certe cose ci vogliono professionisti? La gente fa e dialoga in continuazione…vedi facebook, il punto non è dialogare ma come e su cosa. E io vedo un artista che potrebbe essere considerato il giovane indiana jones, o diversamente un artista che vuole fare l’operatore sociale, lo psicologo? Il sociologo? Quindi? Ci vuole studio e titoli per fare certe cose. E poi: a questo si deve ridurre l’arte?

    Io credo che questo progetto è quello che è solo per via dei curatori e scrittori attentamente scelti e dei luoghi (il macro di roma), attentamente scelti. Se tu avessi fatto la stessa cosa senza queste relazioni e questi luoghi, il progetto non avrebbe avuto eco, e Il Moma non ti avrebbe chiamato. Ma al Moma servi come esempio esotico, si tratta dei soliti canali spuntati.

    Aggiungo che viene reiterato un ruolo di artista che vorrebbe fare il tuttologo ma che rimane piantato nel ruolo di sempre, o meglio in un certo ruolo “on the run” molto di moda, ma anche molto fine a se stesso e spuntato. Le cose “funzionano” solo per via dei luoghi e delle pubbliche relazioni…questo è un segno drammatico.

    Ma ad una critica argomentata oggi, non si può distaccare anche una proposta progettuale alternativa.

  • RED

    Caro Valerio non riesco a capire cosa fai//.
    uno si ci mette la testa ed anche il corpo, ma l’argomento cos’e’ : comunicare? con chi? con le persone e l’istituzioni? Ma se continuiamo a fare questa tipologia di arte, le altre facolta’, che studiano realmente questi fenomeni sociali e si applicano realmente di persona ad altissimi livelli, prenderanno l’arte sempre per una categoria inferiore.mi pare che voi artisti lottiate molto affinche questo possa accadere,. Quindi i presupposti che ti crei Valerio vanno contro se stessi perche’ per parlare di arte ne allontani veramente il pubblico. Tu sai, e diciamocelo!!!!!, che queste mostre le fai perche’ le istituzioni non ci spendono una lira!!!!!

  • pietro c.

    il punto nodale è:
    se la mostra ha l’intento di aprire un confronto il più ampio possibile, perchè farla in un istituzione? per di più con un linguaggio veramente lontano dal grande pubblico, perchè referente ad una estetica anni novanta che nel caso di orlando diventa estremamente estetizzante.
    si crede forse che inserire una mostra del genere in un luogo come la gnam crei un qualche risultato? io credo proprio di no, se non il fatto di avere la possibilità di confrontare l’antico con il nuovo, cortocircuito ormai banale e privo di interesse.
    trovo in generale il lavoro di orlando una forma di manierismo che usa il pretesto sociale come scusante al suo innato amore per le delicate ed eleganti installazioni video in b/w, con aggiunta di qualche bella scritta al neon, da mettere magari in un bel salone.
    con un pizzico di malizia, concedetemela, il tour di orlando per le accademie è stato un modo per essere invitato in luoghi dove altrimenti non avrebbe mai avuto modo di pernottare.