MAMbo sui tacchi. La collezione Ernesto Esposito a Bologna

Un tragitto rigorosissimo, quello del MAMbo di Bologna alla guida di Gianfranco Maraniello. E ora? Ci si butta su una collezione privata, quella del vivacissimo Ernesto Esposito. Forse ci si diverte di più – che male c’è? – e le due cose insieme ci stanno un gran bene. Vedere per credere, fino al 2 dicembre.

Rashid Johnson - Trown by Chnua Achebe - 2005

Ernesto Esposito, tacchi sottili e colori sgargianti la sua griffe nel firmamento dell’haute couture. Niente tocchi metronomici delle sue scarpe sulle passerelle nelle sale del MAMbo, ma una selezione di opere dalla sua collezione privata. Una passione quasi “di classe”, quella degli stilisti per l’arte, i precedenti illustri si sprecano, e anche in questo caso siamo immersi in una collezione impressionante, costellata di capolavori. La curatrice Caroline Corbetta e il comitato scientifico del MAMbo precisano: è una svolta nel severo percorso di curatela del museo che, dopo il rigore accademico con cui ha costruito la sua giovane identità, vuole aprire le porte al volto sensuale del godimento-arte.
Quale proposta migliore di un designer che ha vissuto dall’interno i salotti dell’alta moda parigina e le gallerie della prima Soho newyorchese? Esposito spreca aneddoti di fronte alle sue opere; le frequentazioni con Rauschenberg e Warhol, le cene con Twombly, tutti ricordi di un collezionista appassionato e coscientemente presente nello spazio scenico dell’arte contemporanea. Le opere in mostra sono esposte seguendo dichiaratamente una logica emozionale-relazionale privata del proprietario che esterna l’enfasi di chi esibisce le proprie “maraviglie”. Purtroppo l’occasione è irripetibile e i visitatori non avranno traccia dell’ospitalità partenopea di Esposito nella visita, potranno comunque notare il “phatos intensificato” della selezione eclettica.

Kelley Walker – Maui – 2001

L’imperativo è il bric-a-brac in cui capolavori da galleria nazionale condividono le stanze con promettenti (ben quotati) artisti contemporanei. Non sorprende certo spaziare dalla calligrafia graffitara di Twombly alla fotografia statuaria di Mapplethorpe passando per il frame di Kosuth, piuttosto spiazza il condimento in sgargiante salsa pulp tra il pois psichedelico di Kelley Walker e l’iconico Ten Ten di Helen Marten (tutto da decifrare e nulla da capire, comprensibilmente in frettolosa corsa).
La formazione artistica di Esposito è invidiabile, Lucio Amelio quale iniziatore all’arte contemporanea, l’ha reso partecipe della sua gigantesca avventura riservandogli la curatela di una sezione della sua galleria napoletana. Cresciuto “sul campo”, è un connoisseur Esposito, che confessa di collezionare per appagare un insaziabile feticismo per l’arte (conserva tutto in sicuri imballaggi aspettando l’occasione di estrarre dalle scatole opere di cui a volte dimentica l’esistenza).

Gillian Wearing – Self portrait – 2000

Una guida alla visita per compensare l’agorafobia che potrebbe cogliere nelle ampie sale chirurgicamente bianche? Non il (comunque divertente ed economico) rotocalco-catalogo, quanto un classico: la Critica della modernità di Jean Clair o il più recente Parigi-New York e ritorno di Marc Fumaroli. Giusto per sapere dove trovare le uscite di sicurezza.

Saverio Cantoni

Bologna // fino al 2 dicembre 2012
Cara domani. Opere dalla collezione Ernesto Esposito
a cura di Caroline Corbetta
MAMBO
Via Don Minzoni 14
051 6496611
info@mambo-bologna.org
www.mambo-bologna.org

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Saverio Cantoni
Saverio Cantoni nasce a Montecchio Emilia il 2 settembre 1985. Si laurea con dignità di stampa in Architettura discutendo con il prof. Marco Vallora la tesi "Loyal to detail. Fotografia come strumento di critica architettonica". Architetto di professione, coniuga alla prassi professionale la ricerca nel campo della rappresentazione; ha partecipato a numerosi di progettazione con esito positivo e tiene regolarmente corsi di storiografia dell'arte, come di fotografia. Cede fermamente nelle "opere d'arte, i film e i libri che non parlano della crisi della rappresentazione, ma mettono in discussione la rappresentazione in quanto tale, disgregando la natura stessa del linguaggio e delle immagini" (Ursprung).