A cena da Miuccia

La Fondazione Prada consacra Fluxus a Venezia. Con due concerti e una cena curati da Gianni Emilio Simonetti. E la “piccola utopia” diventa sempre più grande. Ne abbiamo parlato con lo “chef”, dopo aver assaggiato i piatti da lui cucinati.

Fluxdinner - Fondazione Prada, Venezia 2012

La mostra The Small Utopia. Ars Multiplicata incontra la “piccola utopia” di Fluxus a Ca’ Corner della Regina, il palazzo settecentesco affacciato sul Canal Grande che è stato recentemente restaurato dalla Fondazione Prada. Molto più di una sede di rappresentanza, il palazzo (che dal 1975 è stato sede dell’ASAC, l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee) è il luogo in cui Miuccia Prada in persona pensa e realizza mostre ed eventi, avvalendosi (ormai dal 1995) della collaborazione di Germano Celant.
In attesa che a Milano veda la luce il faraonico progetto, definito in casa Prada “un po’ più di un museo” (un centro sperimentale che unirà, oltre alle opere della collezione, mostre storiche e contemporanee, aprendosi ai vari linguaggi dell’arte), il palazzo lagunare permette alla signora della moda di partecipare attivamente, diventando sempre più protagonista, al mondo dell’arte. In questo caso celebrando, dopo i primi cinquant’anni di storia, un movimento artistico che come nessun altro ha saputo attraversare le discipline, le pratiche artistiche e la geografia per affermare la fluidità del reale e dell’arte. “La signora Prada”, fanno sapere dalla Fondazione, “ha voluto rendere omaggio all’utopia di questo movimento rendendo viva e facendo letteralmente vedere come gli artisti Fluxus facevano la loro arte“.
Quando nel 1958 John Cage mette le cuffie davanti a Mike Bongiorno negli studi di Lascia o Raddoppia? per rispondere a insidiose domande sui funghi di cui è un cultore (porterà a casa 5 milioni di lire), Fluxus deve ancora venire alla luce. Nascerà tre anni dopo per mano del lituano George Maciunas. Nell’anniversario del movimento, Miuccia Prada invita Gianni Emilio Simonetti (accreditato come uno dei pochi artisti Fluxus italiani riconosciuti da Maciunas) a ricostruire filologicamente alcune “azioni” del movimento. Si tratta di due concerti e una cena, destinati a lasciare il segno.

Fluxdinner – Simonetti mentre esegue Variation III – Fondazione Prada, Venezia 2012

Il culmine di questa celebrazione è il Fluxdinner. Si apre con un omaggio a Cage: Simonetti, che tra le molteplici attività insegna anche food design al Politecnico di Milano, prepara per i cento commensali invitati un antipasto di funghi trifolati, mentre un lettore intona la Variation III di Cage, ammantando il luogo di un’austerità monacale (in convento i frati mangiano in silenzio mentre un confratello legge passi delle Scritture). Le latte di cibo in scatola poste su lunghi tavoli di legno, apparecchiati in carta e plastica, creano in principio un effetto disorientante per un pubblico abituato alle cene di gala. Non si mangia con le mani ma il vino (un ottimo prosecco) è in caraffa e dallo scatolame predisposto sulla tavole saltano fuori crauti, patate e cipolle agrodolci. Non proprio nouvelle cuisine: l’effetto è spiazzante per molti. Presto arriva in soccorso del “pane fluxus” appena sfornato.
I commensali, comunque, si abituano presto alla “povertà” offerta in tavola e l’accettano divertiti, forse come il segno di una redenzione offerta loro dai peccaminosi lussi culinari del mondo della moda e dell’arte, e capaci di “ingessare” le persone dentro una sorta di “incomunicabilità” pirandelliana. Qui, invece, le conversazioni si sciolgono presto, i gesti si rilassano, ci si alza per fumare un po’, affacciati sul Canal Grande, o per seguire Simonetti che sui fornelli “a vista” (e amplificati da microfoni) cuoce i funghi. La cena assume il tono amichevole del convivio. Signore eleganti ed eccentriche si servono aprendo lo scatolame con divertito impaccio. Le saluta il packaging Fluxus, rigorosamente coordinato, recante ovunque una maschera che fa la linguaccia, marchio inventato da Maciunas, al quale la cena è per molta parte dedicata. Cadenzata da un menù dedicato a figure storiche richiamate da Simonetti, il Fluxdinner trasforma per una sera il quarto piano di Ca’ Corner della Regina in un banchetto dal sapore un po’ militaresco e cameratesco. Ben prima che Rirkrit Tiravanija creasse mostre in cui l’artista si fa chef e l’opera relazione, Fluxus ha unito cibo e poesia per ottenere un effetto molto simile: aprire uno spazio di condivisione di valori e di consapevolezza circa la fluidità e la bellezza del reale e del quotidiano.
Dell’evento abbiamo parlato direttamente con l’ideatore, Gianni Emilio Simonetti.

Fluxdinner – salse – Fondazione Prada, Venezia 2012

Come hai affrontato la preparazione del Fluxdinner?
Sono partito da un hors d’oeuvre, omaggio a John Cage attraverso i funghi di cui era un attento conoscitore. Poi le uova sode, che sono forme perfette, lo diceva anche Dalí. I cepelinai sono invece il piatto popolare della Lituania, come la pizza in Italia. Sono polpette di patate ripiene di una piccola noce di manzo tritato. Si servono con una salsa fatta con più di un chilo di lardo tritato, che però si avverte soltanto. Nascono prima della Seconda guerra mondiale, quando la Lituania era stalinizzata. I tedeschi tentavano il trasporto aereo con gli Zeppeline, uno di questi bruciò nel cielo lituano, trasformandosi in cibo nazionale. Cepelinai, infatti, traduce la parola ‘Zeppelin’.

Seguono i fagioli.
È un omaggio ad Allison Knowles, la moglie di Dick Higgins del gruppo Fluxus. Sono serviti con quattro salse misteriose inventate da me, meno una che è una salsa dello Yucatan a base di cioccolato. Sono servite con un prosciutto caramellato tagliato dentro un nido.

Hai usato uno chef?
No, insegno food design al Politecnico di Milano e la mia vera professione dovrebbe essere quella di antropologo culturale, uno che si pone domande del tipo: come festeggiava il Natale Hieronymus Bosch? Nel 3000 a.C. cosa si mangiava nello Giura, la zona svizzera verso la Francia dove c’è la Sistina della preistoria, Lascaux?

Hai trovato le risposte?
È facilissimo, basta studiare.

Fluxdinner – mysteryfood – Fondazione Prada, Venezia 2012

Poi c’è un sorbetto alle droghe coloniali.
Lo trovavo simpatico, serve a togliere il sapore del grasso del prosciutto. Si finisce con una vodka fatta da me in onore di Maciunas che è nato a Kaunas, piccola cittadina della Lituania, dove esiste l’unico museo della vodka di tutto il Baltico.

Però ne hai fatte due versioni.
L’altra è dedicata a una donna che gli americani detestano: Emma Goldman, la rivoluzionaria, la senza Dio, la libera pensatrice, la prima a scendere in piazza per difendere Sacco e Vanzetti, quella che ha riformato la pedagogia negli Stati Uniti. Anche lei è nata a Kaunas. Questa città nel Novecento ha avuto tra i suoi cittadini anche Emmanuel Lévinas, uno dei più grandi filosofi del XX secolo. Incredibile no?

A cinquant’anni dalla sua nascita, come sta andando Fluxus?
Speriamo male. Il mito del demiurgo che nasce con Duchamp ha fatto il suo tempo e porta con sé una volontà di potenza profetica che è ignobile. Maciunas risponde in un altro modo, coerentemente con la lezione di Cage, che gli è vicino nel tempo e nello spazio, avendo fatto insieme il Black Mountain College. Sostiene che la meraviglia non è nell’arguzia barocca ma è nella vita corrente, bisogna solo saperla osservare. Diceva Maciunas: se non ascolti un rumore e sei in una stanza con del rumore, la cosa è irritante al limite dell’insopportabile, ma se ascolti il rumore con attenzione, cambia tutto.

Cosa rappresenta per te Fluxus?
È l’ultima avanguardia del Novecento, è un tentativo disperato di dire che la vita quotidiana va osservata perché così si coglie la profondità e la bellezza. In Fluxus e Maciunas c’è la volontà di scoprire la ricchezza della vita corrente, la sua grandezza che consiste nella sua inutilità, poiché chi vi trova un utile ha problemi religiosi o mistici da risolvere con se stesso. Fluxus è un avvertimento: impara a riconoscere la vita che scorre, se vuoi crescere.

Fluxdinner – Frank Muhollinan legge A Lecture on Nothing di John Cage – Fondazione Prada, Venezia 2012

Il fatto della tua presenza qui stasera, alla Fondazione Prada, è la prova di un successo. Ma non può comportare il rischio di una sistematizzazione?
No, non credo, la sistematizzazione poi non riguarda Fluxus ma tutta l’arte e nasce come problema negli Anni Ottanta, quando la globalizzazione mostra denti e unghie. Fino a fine Ottocento esistevano l’artista e il mecenate: la generosità del secondo faceva la grandezza del primo. Poi arrivò la struttura intermedia, la galleria d’arte, che era un po’ come una Cassa depositi e crediti: faceva da mediatore, aveva una funzione borsistica. La prima galleria d’arte era una copertura per un gruppetto di anarchici parigini a cui Pissarro passava uno stipendio (sono pettegolezzi da comunista, lo so). Successivamente le gallerie si organizzarono e s’intrecciarono con le forme nascenti di museo e inventarono anche una figura che spiegava il nonsense dell’arte contemporanea: il critico. Ci sono dei cretini che si definiscono critici militanti. Io li manderei sulla Sierra Leone.

Ma tu sei “in casa” di un critico militante per antonomasia, Germano Celant!
No, lui è più pacato e più furbo. La gente non vuole rendersi conto che, con l’avvento della globalizzazione e dell’economia di scala, la storia dell’arte la possono fare soltanto le istituzioni. Sono gli unici attori che possono legittimare l’arte. Tu puoi stampare tutte le banconote che vuoi, ma soltanto la legittimazione ti consente di dare valore alle banconote. Ora, mentre i musei stanno arrancando, le istituzioni (di cui le fondazioni sono la forma migliore) hanno buttato a mare la piccola galleria.

Quindi sostieni che l’unica presenza di Fluxus che abbia un senso è quella realizzata qui alla Fondazione Prada?
Esatto, e te lo dice un comunista. Se capiscono che l’arte può passare soltanto da loro, possono fare molto in futuro. Comunque chi ci ha guadagnato da questa storia è solo Fluxus. Prada ha legittimato una parte della collezione di Silverman qui esposta e ha legittimato il movimento Fluxus. Non sono soltanto i soldi: la fondazione mi ha messo in condizione di fare due concerti e questa cena, che sarà difficile ripetere in Italia migliorandola.

Fluxdinner – Fluxus Bread – Fondazione Prada, Venezia 2012

Quindi pensi che Fluxus come avanguardia abbia raggiunto l’apice e non possa più operare in seno alla storia dell’arte?
Le avanguardie, anche se il termine militare non mi piace, e i gruppi sperimentali non sono quelli che vedono il futuro, ma vedono il presente. Se vedessero il futuro sarebbero della forme religiose, forme destinali e poi mi darebbe molto fastidio se tu sapessi come evolveranno i miei gusti artistici.

Perciò le avanguardie sono quelle che comprendono il proprio tempo?
Esatto, ma il problema è che la gente non ammetterà mai di essere cieca sul proprio tempo, tutti sono convinti di vederlo. Guarda i nostri politici, che devono litigare con un comico perché sono accecati sul presente. L’avanguardia è quindi quella che ti mostra il presente, quella che ti fa capire dove ti trovi e che mette a nudo l’hic et nunc della situazione. Per questo motivo la grandezza di un’avanguardia consiste nel suo scioglimento, nell’auto-dissoluzione, quando il suo tempo è arrivato.

Nicola Davide Angerame

  • Federico

    speechless :-/

  • Gran bella intervista, da leggere, rileggere e meditare! Grazie Nicola!
    Mi piace sottolinearne due passi che da soli, a mio modesto parere, valgono quanto e più di tanti “saggi critici” :
    “come sta andando Fluxus? Speriamo male.”
    ” le avanguardie sono quelle che comprendono il proprio tempo? Esatto, ma il problema è che la gente non ammetterà mai di essere cieca sul proprio tempo, tutti sono convinti di vederlo.”

  • Barbara

    Consiglio ad Artribune di occuparsi di cucina non di arte visto che ne parla sempre con enfasi….

    • …cara Barbara cucina e’ Arte, ma a parte questa banale verità, la cucina, il pasto, la sua condivisione, persino i suoi residui ecc. (come penso tu sappia) hanno avuto ed hanno un posto tutt’altro che marginale nell’arte visiva e performativa… perché mai Artribune non ne dovrebbe scrivere? In questo caso poi ! Per fortuna Nicola ci ha regalato questo splendido pezzo !

  • Angelov

    E’ vero l’intervista è così dettagliata, articolata ed esaustiva, e la Cena così ricca di spunti d’ingegno sia culturali che riferiti all’Arte del Bollito, che ricorda vagamente un altra cena, quella Delle Beffe, rimasta nell’immaginario collettivo per quella celebre frase: “E chi non beve con noi, peste lo colga”
    Infatti Gianni Emilio Simonetti dice, che qualsiasi cosa che non passi attraverso “loro”, che “sono gli unici attori a legittimare l’arte”, non ha alcuna omologazione artistica&culturale…
    Ma forse tra un vapore di un fornello e l’altro, può succedere di perder un po’ di lucidità, ed essere un po’ annebbiati, suvvia.
    Lunga Vita a Fluxus.

    • …sei proprio sicuro di aver compreso in che senso Simonetti parla di “legittimazione” ?

      • Angelov

        A volte non ha neanche più senso parlare di mistificazione, perché nell’Economia delle Cose, anche lei ha una ragion d’essere ed una legittimazione.
        Se al bambino non gli si lascia più la libertà di dire, che il re è nudo, almeno ora, che ha male al pancino, glielo si lasci pur dire; sopratutto se il pranzo era per lui un po’ indigesto.
        Mia nonna me lo diceva sempre, che con i soldi si fa tutto…

        PS. Certe affermazioni di GES, sembrano fatte quasi sottovoce, e molto confidenziali, e rese pubbliche forse hanno scaturito qualche malinteso.
        Me ne scuso, se così fosse davvero.

        • Caro Angelo ben venga il fanciullo a gridare che il Re è nudo (tanto per usare questa abusatissima metafora sperando che presto venga lasciata a riposo assieme all’altra del dito che indica la luna ;-) ) . Ma il fatto è che, dopo questo grido che libera tutti dalle pastoie dell’ipocrisia, non è che il Re sia meno nudo di prima e bisognerà pur che lui (o altri) trovi modo di rivestirsi dignitosamente!
          Fuor di metafora : d’accordo che il denaro puó “condizionare” e porre condizioni ma per molti progetti (in particolare quelli che non “producono oggetti per la vendita”) o diciamo, con l’amico Gianni Colosimo, che uno dei pre-requisiti dell’artista è quello di essere “ricco di famiglia” o dobbiamo sperare che di Fondazioni Prada ne nascano mille l’anno visto che di “fondi pubblici” non ce ne sono quasi e quei pochi sappiamo bene con che tipo di logiche vengano allocati, i musei sono in crisi nera e le gallerie, che non se la passano certo “alla grande” sono “imprese” e quindi, giustamente orientate al profitto e non si puó certo pretendere che siano di “manica larga” con progetti “no profit”.

  • nicola davide angerame

    l’ultima cena, la grande abbuffata, il pranzo di Babette, i pasti futuristi e le tantissime cene rappresentate della pittura antica… quanta cultura si raduna attorno alle tavole della Storia, e mi sembra legittimo discutere se una cena Fluxus possa e debba entrare nella storia dell’arte, anche se nella storia dell’arte vi è già entrata. E ciò non per merito della Fondazione Prada, che certamente ha i mezzi economici per legittimare ma in questo caso giunge come istituzione che celebra, omaggia, ricorda e fa rivivere riti e pratiche di un movimento nato quando ancora il marchio Prada non esisteva… semmai la domanda è: una istituzione come Fondazione Prada può o deve arrestarsi alla legittima “legittimazione” di movimenti storici oppure dovrebbe cercare di porsi come un centro di scoperta del nuovo (cosa che ha fatto a Milano in alcune occasioni)? Insomma, cosa sarebbe legittimo attendersi dalla Fondazione? come dovrebbe interpretare un ruolo così importante, in un’Italia che chiude gli spazi pubblici o li relega i musei a conduzioni spesso inadeguate?

    • Caro Nicola, quello che tu sollevi è un problema molto importante. Personalmente credo che siate proprio voi, che scrivete di critica e di cronaca dell’arte, che, in qualitá di curatori, ideate nuovi progetti, quelli che dovrebbero e potrebbero indirizzare quelle scelte. Spesso (quasi sempre) “dietro” a queste Istituzioni c’è un “marchio” un’impresa che, giustamente, spera di aver un “ritorno pubblicitario” dalle iniziative promosse dall’Istituzione. Nel momento che riusciste a “convincere” questi soggetti che “legittimare” un movimento “storico” da certo “prestigio” ma “presentarne ed accreditarne” di “nuovi” potrebbe darne ancor di piú io penso che si sarebbe un gran passo avanti sulla strada giusta.

  • Bravo Gianni-Emilio, sempre estremamente lucido!

  • Angelov

    L’accoppiata vincente Kusama-Vuitton, non è detto che si ripeta con Prada-Fluxus. Se con la coda dell’occhio mi capiterà di vedere in una vetrina Prada, delle scarpe con tacco Fluxus, o delle borsette in stile Maciunas, forse dovrò pensare che tutto sommato “questo è il progresso” ?
    “Centro di scoperta del nuovo”, molto interessante.
    C’è sempre la tentazione di “fagocitare” poi.
    Il vero Mecenate, è una presenza invisibile, perché agisce in un ambito a metà tra il Commerciale e lo Spirituale: ed infatti di loro, se ne ha spesso notizia solo dopo molti anni di lavoro nel collezionare opere e sponsorizzare artisti, quando la dimensione delle loro collezioni, ha assunto una dimensione pubblica.
    Non hanno bisogno di intermediari, perché il piacere della scoperta è il motore della loro ricerca.
    Qui invece tutto è ridotto a livelli di necessità industriale, caos condiviso e quant’altro.

    PS. Yoko Ono

  • nicola davide angerame

    a Luciano: per come la vedo io siamo ben oltre la semplice ricaduta pubblicitaria. Sia Pinault che Prada hanno attuato operazioni di mecenatismo che vanno oltre la semplice promozione del marchio. Si tratta di dimensioni autonome dal business, che tra l’altro non ha bisogno di questa “pubblicità”. No, credo che siano realtà nate da un’ambizione di fondo che è quella di “influenzare” la storia dell’arte. Credo che il riferimento sia per loro Peggy Guggenheim, che a Venezia ha lasciato un museo che è ben più di un museo. La Biennale resta il centro ispiratore ma credo che un domani queste realtà cresceranno di numero, diventando sempre più attive e importanti. Lo provano anche i nuovi centri culturali cinese e coreano che stanno aprendo in questi giorni in una città che si sta trasformando profondamente e dove il contributo del settore privato è sempre più determinante.

    a Angelov: l’accoppiata Prada Fluxus non ci sarà perchè siamo su un altro pianeta. La Fondazione non ha lo scopo nè l’intenzione di usare l’arte come “decorazione” (per quanto eccelsa) di prodotti di moda. Miuccia Prada su questo è già stata chiara e le va riconosciuto il merito di voler tenere separate le due attività.

    • Caro Nicola, accetto di buon grado la tua correzione a quanto da me scritto, almeno per quanto riguarda fenomeni come Prada e Pinault (ma di fondazioni ne esistono molte altre e non tutte così profondamente permeate di genuino spirito “mecenatico”)
      Però questo non mi toglie dalla mente (anzi me lo conferma e rafforza) che siate proprio voi, scrittori, giornalisti, critici, curatori che potreste (e forse dovreste) far “passare” il messaggio che per “incidere” sulla storia dell’arte val molto più l’essere stati i “mecenati” di sconosciuti ed emergenti (appunto come lo fu la Peggy Guggenheim) che non essere stati i “legittimatori” di movimenti tanto importanti, quanto oramai decisamente “storicizzati”, come appunto Fluxus. So bene che la cosa non è facile ma, come per ogni altra impresa, il presupposto necessario, anche se non sufficiente , per la riuscita è il provarci.

      • Lorenzo Marras

        azzeccata osservazione Luciano.
        ci sarebbe da far osservare anche altro al Nicola Angerame , ma sorvolo .

        • Caro Lorenzo, mi fa piacere che tu condivida la mia osservazione ma non vedo perchè tu debba “sorvolare” su altre che, evidentemente, ti si sono affacciate alla mente! Sono piú che convinto che Angerame sia disponibile a discuterne e molti altri, oltre a lui e me, interessati a conoscerle!

          • Lorenzo Marras

            mah Luciano , non vorrei guastare il delizioso quadretto ma siccome sei tu che me lo chiedi io vorrei fare rilevare all’Angerame un piccolo vuoto nella sua intervista , eccolo :
            ma non poteva chiedere al Simonetti se riteneva inopportuno che una “avanguardia” come si definisce Fluxus mettere al SERVIZIO, la propria STORIA ? metterLA al servizio in modo cosi’ vistoso, ecco. (va bene che le celebrazioni fanno sempre piacere ma gesu’ un pochino di cautela)

            piccola piccola osservazione.
            Ciao Lucia’ stammi bene.

  • un critico italiano

    I critici militanti non vanno bene a parte Celant..ma guarda che combinazione…

  • Cristiana Curti

    “Prada ha legittimato una parte della collezione di Silverman qui esposta e ha legittimato il movimento Fluxus.”
    Prada (NON la Signora Prada o il Signor Bertelli) “legittima” una collezione come la Silverman? Non posso credere a ciò che leggo.
    E quale sarebbe quindi la bacchetta magica di una Fondazione culturale: “legittimare” movimenti artistici del passato che già da tempo han ricevuto l’imprimatur dei critici e (in questo caso) anche del pubblico? Io non sono comunista (come Simonetti), ma una frase simile non riesco neppure a concepirla.
    E pur tengo presente quello che bene spiega Angerame quando tenta di correggere il tiro con il suo commento che sposta il crinale pericoloso di questa uscita. Assai più interessante, difatti, è chiedersi quale sarà il futuro in Italia delle Fondazioni di questo calibro e struttura.
    Per la Fondazione Prada (che da tempo a Milano è dormiente, ma ci aspettiamo molto per il futuro) il punctus è stato quello di essere omaggiata dalla presenza di alcuni fra gli artisti più famosi nel globo terracqueo con alterni esiti di critica e pubblico. Sempre attività meritoria, tuttavia, anche se non innovativa, piuttosto meritoriamente sostitutiva di quanto dovrebbe compiere l’Ente pubblico nella sua attività più didattica.
    Si può chiedere a Fondazioni che partono dal nuovo mecenatismo (quello del cosiddetto “lusso” che sta purtroppo – e lo dico perché si tratta di altri posti di lavoro che traballano, altro che pizze – perdendo fatturato in caduta libera) di essere i fautori/promotori di un’arte che fa “scoprire la ricchezza della vita corrente, la sua grandezza che consiste nella sua inutilità, poiché chi vi trova un utile ha problemi religiosi o mistici da risolvere con se stesso”? Temo di no, e non credo neppure che sia opportuno, per quella sonorità falsa che – purtroppo – ciò rappresenta. Può un’Istituzione (in quanto tale) indicare una via dell’esistenza?
    E se – almeno per me – non può esistere un’arte come espressione soltanto di una necessità sociale contingente, certamente è difficile che si sviluppi all’interno di un simile contenitore.
    Ma forse sbaglio. E pur riconoscendo (anzi plaudendo a) un necessario, fondamentale ruolo riservato alle nuove realtà istituzionali che in Italia (complice una legislazione che impedisce ancora la costituzione di Fondazioni culturali a causa dei ceppi burocratici e delle imposizioni che pretendono un flusso di denaro troppo importante per chi non sia Prada o Pinault o simili) non esistono in numero sufficiente per fare un vero bilancio, mi chiedo quale allora – invece – sia il ruolo del critico che, a quanto pare, e qui sembra quasi in perfetta sintonia con l’ambiente, sia quello del cameriere (colui che serve per professione nel piatto del commensale) dell’arte.
    Il che non mi sta affatto bene. Perché così non dovrebbe affatto essere; si dovrebbe piuttosto guardare, per mantenere la felice metafora culinaria, ciò che fu Artusi per la cucina italiana. Non un inventore, ma un provvido compilatore e approfonditore delle ricette inventate da altri, un esaltatore della tradizione così come dell’innovazione. Colui che mette a fuoco e rende facile la divulgazione dei gesti, degli ingredienti, dei sapori. Per intenderci tutto ciò che anche il “critico gastronomico” (c’è anche quello oggi…) o lo chef di grido non fanno.
    Omaggio (profondo) a Simonetti, con riserva per alcune affermazioni di questa intervista singolare, ma c’è davvero da affermare con lui che “la grandezza di un’avanguardia consiste nel suo scioglimento, nell’auto-dissoluzione, quando il suo tempo è arrivato”. Su questo (come sulla cena, peraltro), nulla da obiettare. Anzi.

    • Lorenzo Marras

      Carissima Cristiana ma L’avanguardia è sempre e solo un discorso intorno alla propria storia che viene comodamente tirata (ma chissa’ poi perche’) fuori a posteriori laddove si voglia porre ad esempio all’incasso (ma mettiamo da parte il cinismo, ne esiste in abbondanza)
      Tu dici Autodissoluzione; bene, gesto epico e temerario . Peccato che è possibile farne menzione esclusivamente in un orizzonte di “discorso” che guarda caso si veste sempre di “f-atto” (per chi non avesse compreso voglio dire che non si vedono effetti o come dice Luca Rossi… casca un albero in una foresta e nessuno se ne accorge).
      Quale è in definitiva “”l’appropriazione”” di Prada ? quello di avere acquistato una Storia fatta solo di discorsi (slogan -parole d’ordine – proclami bla bla bla) e se proprio vogliamo parlare di dissoluzione diciamo che sono i protagonisti di tale discorso che si sono dissolti e veramente nella totalita’ dei rapporti sociali; date un occhiata a quella mezza torta con la scritta Fluxus e chiedetevi : è mai diversa da una scritta Coca cola o Marlboro ?

      Se c è qualche Teorico che legge si faccia avanti e dica la sua. Ben felice di vedere la mia opinione confutata.

      • Cristiana Curti

        Caro Lorenzo, ogni istituzione “si appropria” di un movimento, di un artista, di un’opera nel momento stesso in cui lo o la celebra. Capisco ciò che vuoi dire e vorrei poter concordare con te in toto (in particolare in merito alla torta…), ma mi trattengo dall’essere totalmente dalla tua parte perché credo che dobbiamo prendere atto del fatto che (per l’arte moderna e contemporanea) in Italia le istituzioni canoniche pubbliche sono pochissime, mal funzionanti, molto povere, inadeguate e estremamente chiuse. Se c’è una opportunità per nuove idee e nuove opere (non solo nuovi critici e nuovi artisti) è forse proprio nell’istituto della Fondazione privata, che tuttavia in Italia è talmente ostacolato e reso impossibile da vessazioni economiche impossibili da sostenere per chi non ha davvero una montagna (una montagna di Paperone) di quattrini da far legittimamente pensare che lo Stato non desideri una simile competizione.
        E qui è l’errore, secondo me. C’è posto per tutti. E il MAXXI insegna (per me molto amaramente, perché ero felicissima della sua costituzione) che un contenitore non fa primavera, che un Museo senza opere (deposito) e senza una direzione (direttore) all’altezza della sua importanza non riesce a sopravvivere e, soprattutto, perde il consenso della cittadinanza che almeno per un periodo in esso si era comunque riconosciuta.
        E’ possibile che l’artista (il protagonista) e il critico (il deuteragonista) vedano nella Fondazione privata una buona prospettiva di lavoro, al di fuori del circuito di fiere, gallerie e aste che purtuttavia deve esistere.
        Ma ci sono tante leggi da scrivere ancora e che trovano troppe resistenze…
        Un caro saluto

        • Lorenzo Marras

          Cristiana non ti ho scritto quelle cose affinche’ tu condividessi , per l’amor di dio ci mancherebbe anche questa , no no, sarebbe un fatto estremamente scorretto perche’ conosco bene dai tuoi scritti la tua linea di pensiero .
          Chiarito questo , vorrei solo significarti , che il termine “appropriazione” da me usato NON ha nessun attributo giuridico ma va inteso in senso di “rappresentazione” ovverosia l’istituzione ne assorbe i suoi contenuti , non gia’ per farli propri ma esclusivamente per esibirli funzionalmente (con tutte le ricadute che ogni buon mecenate sa organizzare).
          Ma il punto è proprio questo Cristiana perche’ cosi’ facendo, quei contenuti (di mondo , di innovazione, di apertura e via discorrendo) vengono NEUTRALIZZATI… resi sterili… adattati alla bisogna ..giusto per capirci.
          Questo è per il sottoscritto l’esito di operazioni come queste.
          Oh , intendiamoci, io comprendo l’importanza dell’Istituto Fondazione ..nel peso e nel significato che tu so hai ben chiaro e l ho condivido anche ma le
          realta’ presentano sempre sfumature diverse.
          Contraccambio caramente Cristia’

          • Cristiana Curti

            Avevo capito, caro Lorenzo, e – nella mia vecchia animaccia contraria all’ “approprietà privata” – concordo con te. L’annullamento delle istanze culturali di avanguardia e rivoluzione viene annullato già dalla storicizzazione dei movimenti (e ciò è inevitabile), ma lo è doppiamente quando certe operazioni tendono a sembrare dei requiem. Non mi riferisco in particolare a questa (il protagonista è vivo e vegeto ed è giusto che il requiem arrivi ben più avanti, fra mille anni almeno…), ma certe commemorazioni effettuate dai posteri, soprattutto se coinvolgono movimenti ancora giovani nel pensiero dei vivi, forse non dovrebbero essere fatte. C’è ancora da digerire (e bene) il messaggio, figuriamoci se è il caso di riproporlo in salsa nuova…

          • Cristiana Curti

            “annullamento annullato” è un’aberrazione, spero l’avrai capito. Molto meglio: le istanze culturali di avanguardia e rivoluzione vengono annullate…”. Chiedo scusa per la stupida fretta.

  • nicola davide angerame

    a Luciano: non credo che il compito di curatori e critici sia di “dire” alle fondazioni cosa fare, poiché le fondazioni nascono con linee di politica culturale definite. Quel che si può e si deve fare è invece “registrare” (oppure proporre ed organizzare) e riflettere, come nel caso del Fluxdinner, sulle attività di queste istituzioni per dare modo al pubblico di conoscere, riflettere e agire, andando o meno a vedere le mostre, gli incontri, le conferenze e quant’altro vengono proposti.
    E magari commentarle grazie allo spazio aperto di Artribune.
    Mi pare che la Fondazione Sandretto in questo sia stata la più attiva e in Italia sia stata da 20 anni un modello per gli altri (direi che la Signora Patrizia è la Peggy Guggenheim di Torino).
    Però registro che la Fondazione Pinault sta iniziando in questi mesi gli incontri tra pubblico e gli artisti in mostra, cosa ragguardevole per un’istituzione che pensavamo un po’ mainstream e poco interessata alla “divulgazione”. Fondazione Prada fa lo stesso: crea eventi aperti, oltre alle mostre, per facilitare la partecipazione e credo che questo sia soltanto l’inizio. E in tutto questo vedo una vittoria parziale dell’estetica Fluxus, un avverarsi delle aspirazioni di Cage e Maciunas ma in termini totalmente diversi dalle loro aspettative.

    a Lorenzo. La domanda gliel’ho fatta in via indiretta ma la sua risposta è stata chiara: chi ci guadagna da questo evento è Fluxus e non Prada. Lo dice Simonetti, che non pensa di aver messo a disposizione la storia di Fluxus ma pensa di vere avuto un’occasione unica di “produrre”, far rivivere e promuovere concerti e cena Fluxus. E credo che abbia ragione. Semmai occorre valutare (ma questo è un problema degli artisti e teorici di Fluxus) se l’estetica “bassa” di Fluxus possa “entrare” nella casa dell’arte dell’alta moda (di cui la Fondazione Prada conserva il dna, com’è naturale che sia). Simonetti pensa di sì, e ringrazia.

    • SAVINO MARSEGLIA (Artista sui Generis)

      FLUXUS: Dov’è questo cambiamento del reale?

      Riesumare i segni del movimento Fluxus, attraverso una cena mondana è un modo piuttosto superficiale di completare quella critica dogmatico- realistica all’Artsystem che aveva come fondamento teorico l’idea di arte come un insieme di elementi eterogenei di modificazione del reale.

      Su questo, occorrerebbe riflettere con proficue riflessioni e utili discussioni su ciò che è centrale nel linguaggio Fluxus. Dopo il dadaismo e il surrealismo, sarebbe necessario e utile provocare proficue meditazioni, come la lettura di qualche buona raccolta di critica, di sentenze dadaiste sull’Artsystem…, perché quasi sempre ciò che appare nuovo oggi è già nato vecchio ieri. Ed è bene seguire quello che diceva in proposito Tristan Tzara sulle versatili forme estemporanee di estrinsecazioni dell’esperienza artistica e anti-artistica: dalla gastronomia popolare alle arti figurative…, alla musica di rumori… dall’ installazione provocatoria, alla performance, al teatro del “non sens”, al cinema e alla letteratura dell’assurdo e dell’effimero. Con tutto il rispetto di George Maciunas, di John Cage, di Al Hansen, Charlotte Moorman, di Nam June Paik, Giuseppe Chiari etc., bisogna dire, tra l’altro, che Fluxus è un movimento, dichiaratamente neodadaista, nato dal fuoco scintillante DADA e ripreso (con armi spuntate) a partire dagli anni Sessanta negli Stati Uniti e in Europa. Oggi ciò che rimane di questo movimento è solo merce effimera, custodita nei cimiteri omologati, globalizzati dell’odierno Artsystem. Dov’è questa avanguardia e questo cambiamento del reale?

    • Cristiana Curti

      “Non credo che il compito di curatori e critici sia di “dire” alle fondazioni cosa fare, poiché le fondazioni nascono con linee di politica culturale definite.”
      Dipende dalle Fondazioni e, soprattutto, dipende dai critici.
      Se guardiamo a Fondazioni straniere di livello, capiamo bene invece come più il legame sia stretto (e SCELTO) fra i due protagonisti, più il “prodotto” è di qualità. Se pensiamo alle nostre Fondazioni (tolte quelle che davvero partirono con un progetto culturale ampio e molto articolato e non solo di conservazione della memoria e delle opere di un artista, penso alla Fondazione Pomodoro e a quella Mazzotta di Milano quale esempi del primo tipo e alla Fondazione Fontana o Burri del secondo), invece, è proprio la mancanza di una vera politica culturale che contraddistingue le “nuove nate”. Spero davvero di sbagliarmi, ma è vero che dopo l’uscita di Gioni (non parlo di curatori, parlo di critici!), la politica culturale della Fondazione Trussardi si è impoverita. Non parliamo poi della Pinault veneziana (oso identificarla con una Fondazione italiana) dopo le “dimissioni” da Palazzo Grassi di Monique Veaute…
      Con ciò non intendo dare troppa importanza a un unica testa, ma è vero che nel caso della Fondazione Prada qualche latitanza in tal senso si sente. Con tutto il rispetto per chi opera comunque in modo proficuo e produce buone manifestazioni.

  • Lorenzo Marras

    Angerame ho il dovere di ringraziarLa per la cortese quanto pronta risposta.
    La ringrazio inoltre per la chiarezza del suo contenuto : Sappiamo come la pensa Simonetti e tanto basta per avere le prove di quale sia il destino di tutte le avanguardie.

    Di Nuovo.

  • giancarlo pagliasso

    Caro Nicola, mi sembra interessante l’affermazione di Simonetti riguardo al ruolo dell’arte come ermeneutica del presente, senza pretese di ombreggiare il futuro. E all’interno della ‘poetica’ fluxiana il ruolo di aggregatore significante-significativo della ‘vita’ ( con la sua ‘meraviglia’, ma questo lo dicevan già i surrealisti). Le pratiche culinarie di cui hai potuto fare esperienza sembrerebbero essere leggermente diverse dall’arte relazionale, ma rimandare, rispetto alla centralità ‘ontica’ della vita, ad una rilettura dell’estetica ( complice Baumgarten) non più ancorata alla tradizione post-kantiana di semplice riflessione filosofica sul bello. Forse Fluxus, come movimento, è il primo a mettere in questione la pertinenza ‘estetica’ dell’arte, che se, riletta all’interno della problematica della scienza del sensibile, perde colpi in abbondanza e rispetto alla cucina e al sesso.
    Alla luce di questo mutato interesse, su ciò che sia ‘originariamente’ estetico, e stante la capacità della nostra società post-globalizzata di produrre immaginario a tutti i livelli, ad essere messa in crisi è la stessa necessità sociale dell’arte che nessuna istituzione, per quanto legittimante, potrebbe tamponare.
    Ciao, un abbraccio cellulare.

  • Caro Nicola, io non ho detto “dire alle Fondazioni che cosa fare”. E’ chiaro che il giornalista scrive notizie, il critico esprime valutazioni e giudizi, il curatore idea progetti e nessuno di loro ha la “funzione” di “dire che cosa fare a chicchessia”. Ma siccome non siamo proprio “nati ieri” sappiamo bene che tutti loro, nello svolgere le loro funzioni “comunicano”, volontariamente o meno (ma più spesso volontariamente) concetti e idee, esprimono apprezzamenti o riprovazioni, e, tanto più sono autorevoli e tanto più la loro comunicazione ha probabilità di trovare attenta accoglienza. Solo questo intendevo nel dire “far passare il messaggio”.

  • nicola davide angerame

    A Luciano: certo, sono d’accordo con quello che dici, avevo male interpretato.

    Proverei alcune conclusioni:

    premesso che Fluxus è neodada: bisogna notare che i “ricorsi storici” non accadono mai uguali e identici ai corsi che li hanno ispirati o generati. Fluxus esiste perchè la sua estetica è un riadattamento del Dada ai tempi delle neoavanguardie, quindi in condizioni storiche mutate.

    Il fluxdinner non è stata una cena di gala, lo si legge chiaramente nell’articolo, anzi la cosa interessante è stato il sapore da convitto, da pranzo “povero”. Il che ha innescato dinamiche sociali di carattere più aperto e rilassato che ci avvicina all’arte relazionale.

    La Fondazione Prada a Venezia è una presenza significativa che torna a issare la bandiera italiana su canal grande dopo la “presa” di Palazzo Grassi e Punta della Dogana da parte del magnate francese Pinault. Personalmente la leggo come un secondo modo di salvare il nostro patrimonio culturale da parte della moda: un secondo capitolo (con sue differenze specifiche) della storia aperta da Diego Della Valle al Colosseo di Roma.

    La “presa” di Pinault, diciamolo chiaramente, era stata vissuta un po’ come una ferita all’orgoglio nazionale e un po’ come una sorta di nuova colonizzazione culturale della laguna, dopo quella morbida di Peggy Guggenheim. Credo che la Fondazione Prada potrebbe innescare, o essere un epifenomeno, di un trend che fa ben sperare chi non vede questi fenomeni come la colonizzazione della serenissima ma come il recupero di luoghi inutilizzati e sottoutilizzati.
    In realtà, la Biennale porta centinaia di migliaia di turisti in laguna, ma da sola non credo che avrebbe lo stesso appeal.
    Sono sempre i sistemi che funzionano e Venezia sta diventando un sistema importantissimo per l’arte contemporanea, incluso ciò che accade alla Giudecca con gli studi di artisti e con spazi privati in città che usano l’arte contemporanea anche come biglietto da visita (e senza contare le attività di IUAV, le Fondazioni storiche e i premi d’arte).
    In questo senso la direzione di Gabriella Belli ai Musei Civici rappresenta la coscienza raggiunta che l’arte a Venezia è motore di sviluppo e volano economico. E venendo a mancare Marghera, presto sarà l’unico motore con cui andare avanti. Anche per questo la torre Cardin verrà fatta (10mila posti di lavoro subito e 5000 a regime, dichiarano).
    Il primato culturale è uno degli obiettivi delle nuove battaglie internazionali che si giocano tra megalopoli e capitali nazionali. Venezia può vincere la sua battaglia anche perchè è una città in grado di attrarre investimenti non soltanto italiani. E’ una città tesoro, probabilmente più amata dagli stranieri che dai veneziani.
    La Fondazione Prada, facendo il proprio “business” come è giusto che sia, sta dando una mano alla città rilanciando dopo Pinault il trend di una “occupazione” felice ed auspicabile. Quella che apre palazzi storici, dopo averli restaurati secondo le indicazioni della soprintendenza, al pubblico. Per ora “solo” al pubblico dell’arte, ma in futuro credo che queste istituzioni abbiano il desiderio e la necessità di attrarre il pubblico generalista o almeno un pubblico colto che è ancora distante dall’arte. E penso che il biglietto d’ingresso gratuito possa essere in futuro una opzione per loro necessaria o almeno una sperimentazione, tra le altre, alla quale potrebbero pensare. Vedremo.

    • Angelov

      Caro Nicola, hai provato “alcune conclusioni”, ma l’ultima parola è di FLUXUSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSS

      • Angelov

        Anzi FLUXU$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$

  • Grazie Nicola per l’approfondimento interessante. Il mio punto era, però, un altro : Peggy Guggenheim non promuoveva gli impressionisti … È decisamente confortante che grazie a Prada si siano potuti “riprogrammare” un paio di concerti Fluxus e dar vita al fluxdinner che, ne sono certo, avrà portato a palazzo un’inconsueta (per quelle sale) atmosfera, certo meno modaiola e paludata di quella cui sono abituate, ma… sarebbe ancor più confortante apprendere che nel futuro della Fondazione Prada (e di tante altre grandi e piccole) ci sarà, che so, tanta video arte o digital art o… sperimentazione e ricerca artitica che non abbia la mia età anagrafica ;-) … ci riusciranno i nostri eroi ?

  • @Angelov… benissimo per la battuta! ma non mi pare che si possa rimproverare alcunché a Simonetti (e certo assolutamente nulla a Fluxus né come movimento storico né per quanto di esso sopravvive). Mettiamola così: viene da te il “classico” sceicco che ha fatto montagne di denaro speculando sul prezzo del greggio e ti dice “caro Angelo V… , mi sono comperato un bel palazzo a Venezia con imbarcadero sul Canal Grande : me la realizza una bella scultura da piazzare sul pontile d’attracco che la vedano tutti? Mi raccomando faccia ciò che più ritiene opportuno e non badi a spese! ” tu che fai? Gli gridi in faccia “Vade retro Satan! A me i dollari non mi comprano” o ti affretti a fargli vedere i bozzetti dei tuoi ultimi lavori, o magari quello di quel progetto che hai in testa da una vita ma che sai che non realizzerai tanto facilmente perchè “ci vogliono un monte di quattrini” ?

  • Angelov

    Caro Luciano, si tratta di un malinteso:
    Non ho nulla contro Simonetti, che considero molto intelligente, e penso che Fluxus sia un movimento al cui interno hanno gravitato artisti importanti.
    E’ stato sopratutto, come Dada ed altri movimenti d’avanguardia, l’espressione di giovani menti, in un momento quasi deflagrante della loro crescita artistica.
    Un gruppo di artisti, non geni isolati che elaboravano capolavori in solitudine.
    Ogni grande creazione è solo individuale, anche nell’ambito della scienza, ed anche se lavoro di gruppo, è pur sempre sotto la guida di un regista.
    Ed il tentativo utopistico di negare questa verità, e quasi di liberarsi dal proprio stesso talento, qualcuno direbbe “e il naufragar m’è dolce in questo fluxus”.

    Ciao
    Lunga Vita a Fluxus.

  • Lorenzo Marras

    Si va bene , tutte belle cose , ma dove diavolo si è dileguata la poetica del Fluxus ? non penso che il suo mondo immaginato fosse il museo e i libri di storia perche’ li, in quella bara è finito.
    Si volevano cancellare i confini tra Arte e vita e si è finiti al museo gia’ prima di cominciare, tra una tartina ed un prosecco.
    Accidenti che chulo. Tanti auguri .

    • Caro Lorenzo tutti i movimenti e le avanguardie (cosi’ come tutte le rivoluzioni) “li’ finiscono” : nelle pagine dei libri di storia e nei musei, commemorate e celebrate da “quelli che c’erano” a tartine e prosecco o a tarallucci e vino : cosi’ va il mondo! Pero’ non e’ corretto dire che “si e’ finiti al museo prima di cominciare” fluxus (ma si potrebbe dire altrettanto di altre “avanguardie”, “movimenti” e “rivoluzioni”) e’ nato , si e’ sviluppato, ha inciso nella cultura del suo tempo e continua, in qualche modo ad incidere… certo non ha realizzato gli obbiettivi ambiziosi che si proponeva (… ma mi sai dire un’avanguardia, movimento o rivoluzione che li abbia pienamente raggiunti?) e poi e’ stato assorbito, ha cessato di essere “scandalo” e novità. Il guaio e’ che anziché essere soppiantato da altri movimenti e da altre avanguardie, almeno per il momento, e’ rimasto “l’ultimo in ordine di tempo”. Certo ci sono stati tanti “movimenti” e “scuole” (Arte povera, PopArt, ecc. ecc.) ma, almeno a me pare, nesssuno/a di essi/e si proponeva obbiettivi cosi’ radicali ed un “campo d’azione” altrettanto vasto. Ma magari la prossima “avanguardia”, la prossima “rivoluzione” e’ già tra noi e non ce ne siamo ancora accorti ;-)

      • Lorenzo Marras

        E’ correttissimo invece, caro Luciano, dal momento che non riuscire ad andare al di la di un discorso significa esattamente non cominciare un bel niente.
        Poi tu dici : ma tutte le avanguardie finiscono nei libri di storia ; ma grazie tante Luciano , tocchiamo proprio il rimosso di OGNI specie di Avanguardia (io mi riferivo a tutte le Avanguardie non solo Fluxus) ovvero quello di rappresentare se stessa in modo esclusivamente “positivo” affinche’ sia ben distinto dal fuori che naturalmente deve guardare e basta.
        E’ la storia di un discorso. Guarda a volte è commovente ma a volte le forme si presentano anche come discorso di un discorso perche’ naturalmente nei meccanismi di storia gli epigoni sono sempre abbondanti e bisogna pure inventare qualcosa anche per loro.
        Non ci sono Rivoluzioni amenoche’ all’infuori di quelle amministrate (ovvero sempre rappresentate) perche’ per esserci veramente una rivoluzione occorrerebbe la nascita di un “dio”, di una presenza, come disse la buonanima di Heiddeger : solo un dio ci puo’ salvare.
        Avverto gli eventuali idioti che non mi riferisco certo ad un dio Rivelato o testuale che dir si voglia. Lo so è meglio essere chiari perche’ non si sa mai.
        ti saluto Luciano.

        • Rispetto la tua opinione, anche se non la condivido. O forse sei troppo profondo per uno semplice come me: ecco vedi, io credo che:
          – fluxus e tutti i movimenti e le avanguardie che si sono succeduti (find alla notte dei tempi) hanno contributio a modificare il mondo (poco o tanto, in tempo reale o a distanza di tempo) e poi sono finite nei musei e nei libri di storia (quelle che ci son finite) e, nella semplicità del mio modesto pensare, ritengo quindi non vero affermare “sono finite in un museo prima di incominciare” riterrei vero affermare che ci sono finite prima di essere in grado di realizzare alcuni/molti/tutti gli obbiettivi che si proponevano, ma il solo fatto che (poco o molto) abbiano “inciso” significa anche che “hanno incominciato”.
          Quanto alle rivoluzioni, sempre nella mia immensa semplicità, sono convinto che le fanno gli uomini. Essendo io credente ce ne è solo una che credo sia stata posta in essere da Dio… ma giustamente tu facevi notare che non ti riferivi ad un Dio rivelato. Le altre, per me, le hanno, almeno sin qui “fatte” uomini, a volte “grandi” a volte “piccoli” ma forse queste per te non sono “rivoluzioni” e quindi, come vedi, significa che nella mia pochezza non capisco il significato che tu attribuisci al termine “rivoluzione”… ma non ti preoccupare so di essereimitato e non me ne vergogno

          • …scusa “so di esser limitato”…

          • Lorenzo Marras

            ma no Luciano tu hai fin troppi mezzi per comprendere e forse gli stessi (perche’ sono tanti) ti impediscono e, faccio solo un esempio, di interpretare le mie solo come un gesto di avversione verso tutto cio’ che rappresenta “istituzione e/o meccanismi dominanti” (ma non è cosi’, ti giuro) dico forse.
            Eppoi guarda, se proprio parli di semplicita’ (nel migliore significato che si vuole attribuire a questo termine eh) allora ti faccio compagnia, credimi.
            Di nuovo Luciano.

  • nicola davide angerame

    La rivoluzione siamo noi, direbbe Beppe Grillo (dopo le conclusioni fatemi rilassare). Sempre e soltanto noi. Beuys ha inciso come prova la sua allieva Abramovic che è stata riconosciuta anche dal mondo del cinema al punto da finire in giuria alla Mostra di Venezia. Le rivoluzioni seguono percorsi tortuosi però sono d’accordo con Luciano, tutto viene riassorbito. Ciò significa che la rivoluzione è stata un fallimento o un successo? Del resto sarebbe poco facile vivere una rivoluzione permanente…

    • Angelov

      …dipende.

    • Lorenzo Marras

      Questa poi è proprio bella : “”beuys ha inciso come prova la sua allieva….ecc ecc ecc che è stata riconosciuta e cosi via”””.
      Angerame ha proprio bisogno di rilassarsi e di riposare anche.
      La via che passa attraverso la comprensione di Beuys è costituita da un riconoscimento. Una mediazione insomma, giusto per non farla lunga, e non invece un accoglimento assolutamente volontario e personale dei contenuti del suo lavoro; e cosi’ si fa torto non solo a Beuys ma in primis a se stessi.
      Mah saranno state le ore piccole alla cerimonia del remake fluxus.

    • SAVINO MARSEGLIA

      Nel sistema capitalistico-finanziario, la parola “rivoluzione” per realizzarsi concretamente, non ha che da attendere che il popolo sia ridotto alla fame o alla miseria totale.., allora si potrà compiere la rivoluzione economica, politica e culturale.
      Nele forme dell’arte, scomparsa la parola “avanguardia”, sparisce anche la questione che questa parola evoca…; e l’arte d’avanguardia appare come l’approdo ultimo di un’utopia o sogno d’artista e quindi dei limiti di tutte le avanguardie artistiche che si propongono di cambiare radicalmente la società..

  • nicola davide angerame

    A Lorenzo: sì, le ore piccole o il troppo lavoro… la mia su Beuys e Abramovic era evidentemente una battuta semiseria, ironica e senza pretese di verità assoluta o volontà di completezza (ci vorrebbe un libro sull’influenza di Beuys), comunque la seconda parte è invece una domanda molto seria: quando si può dire che una rivoluzione è davvero riuscita? quando rovescia un sistema o quando ne costruisce uno nuovo migliore? oppure quando distrugge un poco un sistema esistente e lo riforma? di “rivoluzioni” ce n’è ovunque in ogni momento di ogni tipo (arancioni, primaverili, ecc…) e le più importanti avvengono senza sparare un colpo (globalizzazione e informatizzazione)

    • Lorenzo Marras

      ed allora se è cosi caro Angerame voglia accettare le mie scuse perche’ sono stato cosi frettolosomanete ironico. Non avevo compreso, faccio ammenda.
      Per quanto riguarda le “rivoluzioni” Angerame, se posso dire la mia è che se di Rivoluzione , nei suoi veri termini di peso, si puo’ discorrere , beh io penso che l’unica vera compiuta sia stata quella operata in perfetto silenzio dai variegati Bio poteri che si è inesorabilmente dilatata in tutte le singole esistenze .
      Una vera Rivoluzione , ecco, molto molto impercettibile a occhi ed orecchie distratte.
      Saluti.

      • Si Lorenzo, e quella continua ancora ed è l’unica (almeno sin qui) davvero “permanente” … peró era la stessa cui io accennavo come eccezione, nel mio post precedente. ;-)

        • Cristiana Curti

          Per me il termine “rivoluzione” ha valenza esclusivamente storica e convenzionale. La Rivouzione Francese, quella Americana, la RIvoluzione industriale, la Rivoluzione russa, quella culturale in Cina (o quella cinese), oggi senz’altro quella operata dal web. Sono poco portata a vedere come “rivoluzioni” i fenomeni artistici o intellettuali tout-court (Dada, marxismo ecc.) perché penso siano “aperture” verso le novità raccolte da segnali pre-esistenti e poi organizzati sistematicamente da acuti osservatori. A me sembra che il termine, in questi casi, sia abusato.
          In questo senso, nulla ha fine in arte (se non lo si vuole a tutti i costi far finire). Piuttosto tutto rimane sospeso e in attesa di un giudizio che può riprendersi e modificarsi in qualsiasi periodo. Tant’è che i giudizi e i loro criteri nei libri di Storia dell’Arte variano al mutare dei gusti, del pensiero critico, delle stagioni.
          Se si pensa alla vicenda di Caravaggio (giustamente definito innovatore e amato e denigrato nei secoli, oggi oggetto di un recupero tale che ispira chiunque si avvicini all’arte o di questa si occupi) si ha un buon esempio di quanto dico.
          L’Astrazione, a ben vedere, è infinitamente più “rivoluzionaria” di qualsiasi altro movimento regolarmente costituitosi in arte in Occidente, se si considera che sino al suo ingresso, e per millenni (non qualche decina di anni) la figurazione era l’unica possibilità lasciata all’artista. Il salto qualitativo e intellettuale è talmente di vasta portata che lascia a terra qualsiasi altra piattaforma d’intenti.
          E’ per questo che – se si vuole seguire il pensiero sommesso di Angelov – in effetti si potrebbe tentare di vivere in una rivoluzione permanente. Questione faticosa, ma possibile.

          • Cara Cristiana quel che dici è molto saggio, in particolare per quanti attiene all’astrattismo. Quanto alla rivoluzione permanente (e qui rispondo anche alla domanda posta da Nicola) io credo che, almeno in un certo senso, in realtá l’umanità sia sempre vissuta in una condizione di “rivoluzione permanente”. Certo se per rivoluzione indentiamo un cambiamento possibilmente repentino e programmato (o teorizzato) a priori dobbiamo dire che le “rivoluzioni” sono querele che tu nominavi (e qualche altra nei secoli precedenti) e dobbiamo anche concludere che nessuna di esse ha mai “pienamente” raggiunto tutti gli obbiettivi che si proponeva (neppure rivoluzioni etico-filosofiche quali il Buddhismo, il Cristianesimo, l’Islam) o almeno non li ha ancora raggiunti (come giustamente ricordavi tu a proposito delle “rivoluzioncine” artistiche… tutto è sempre ancora in divenire). Ma il fatto che queste e le altre (non teorizzate a priori) abbiano portato ed ancora portino cambiamenti fa di tutte dei “piccoli ma importanti successi”… almeno questo è ció che penso

          • Cristiana Curti

            Ma certo, Luciano, la mia non era una considerazione sul merito, ma sul termine (che è però importante). Chiamare un movimento (artistico, politico, intellettuale) “rivoluzionario”, quando in realtà non lo è o lo è solo per alcuni aspetti rispetto ad altri (omologhi) precedenti, mi fa sempre pensare che in particolare l’Occidente ha un naturale senso drammatico della semantica. Il nostro lessico è di rado davvero aderente al soggetto di cui si parla e molto spesso tende a esaltare i contenuti attraverso gli aggettivi e le apposizioni più immaginifiche. Per non parlare del nostro continuo uso delle perifrasi o delle metafore, il che si può constatare anche nell’intervista di Angerame a Simonetti (così come nei commenti, del resto).
            Poiché non mi risulta che altre civiltà (neppure i Greci peraltro erano così estremi come siamo noi nel linguaggio), tantomeno quelle orientali, ma non vorrei dire una sciocchezza, siano così orgogliose del proprio “barocchismo innato”, ci sarebbe da chiedersi quanto della nostra realtà (intellettuale, politica, artistica) sia reale.
            La tendenza a “mitizzare” quasi qualsiasi fenomeno sociale ci porta a un distacco dalla realtà sempre più profondo. Stiamo diventando tutt’altro che pragmatici come si potrebbe invece pensare degli Occidentali (si pensi alla finanza, creazione tutta nostra e tutta virtuale, i cui prodromi concettuali si possono rintracciare sin dagli scambi dell’antichità). Sarà per questo che stentiamo oggi a dare il giusto peso e il giusto valore ai fenomeni politici che ci circondano e tendiamo a minimizzare (a svalutare, sminuire) quelli che non comprendiamo (ad esempio i fanatismi più estremi)?
            E’ più reale uno degli ultimi commenti della Fallaci contro l’Islam o la ragazza che si è fatta saltare in aria solo pohi giorni fa a Kabul? Come considerare le nostre “armi” di fronte a queste?
            Siamo certi che, oggi, le cene di Fluxus siano utili? (prego di comprendere il senso del discorso, che non intende denigrare nessuno)

  • siamo certi che oggi noi occidentali siamo inutili?