Un campo di grano per l’arte. Gian Maria Tosatti a Napoli

È il vincitore ex aequo con Baptiste Furic, portavoce del collettivo napoletano Be.Bo.Lac e del collettivo di architetti francesi Bellastock. Il premio è “Un’opera per il Castello”, curato da Angela Tecce, e il luogo è Castel Sant’Elmo a Napoli. L’artista? Il lanciatissimo Gian Maria Tosatti, con “My dreams, they’ll never surrender”.

Coinvolgente e intimamente avvolgente, My dreams, they’ll never surrender, il lavoro di Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) proposto a Castel Sant’Elmo negli spazi dell’antica cisterna in disuso, si presenta come una fertile distesa di grano illuminata da un grande scudo di bronzo che, come un caldo sole primaverile, emana i suoi raggi per rivitalizzare un luogo segreto, per lasciare una traccia, per disegnare un programma in divenire che fa i conti con le cose della vita.
Muovendo dalla decontestualizzazione di un campo pronto per la mietitura, Tosatti concepisce un’installazione che, se da una parte (in linea con la sua poetica) si prende cura dei luoghi, dall’altra elabora un discorso teso ad arginare la desertificazione della mente e della cultura, a legare il discorso al filo fragile della storia e a capovolgere la funzione di uno spazio angusto per creare un controspazio allegorico che prende spunto dalla figura di Maria Luisa Fortunata de Molina (La Sanfelice), simbolo della Rivoluzione Napoletana del 1799, per sottolineare l’importanza della libertà, per partecipare ad una urgenza, per resistere alle confusioni e alle oppressioni del presente.
L’opera che realizzo”, suggerisce Tosatti, “non è solo una immagine plastica. È piuttosto un esercizio spirituale, una chiamata. Lo è stata nel suo farsi largo dentro la mia coscienza, nel volersi così com’è, obbligandomi ad allinearmi ad essa e alla sua verità. Lo è per i miei compagni, che sono stati immersi con me fino al petto in un campo di grano nelle campagne romane a staccare una ad una le 100.000 spighe che sono servite alla costruzione”.
Una fertile distesa di grano, dunque, che sorge dal buio della mente per richiamare alla memoria alcuni pensieri (quello di Nelson Mandela, quello di Rubin Hurricane Carter, quello di Sandro Pertini e quello di Antonio Gramsci) e per far brillare l’immaginazione con una serie di eredità, di nozioni, di idee indimenticabili. “E così, in questo castello, che somiglia al mio paese, pieno di infiltrazioni, luogo di bellezza terribile e di estrema fragilità, ho cercato a lungo di costruire un’opera che resistesse, contro ogni legge della verità. Poi ho capito che l’unica eredità che avrei potuto lasciare a Sant’Elmo era un’opera che marcisse, ma che potesse, per questo, trasformarsi in un rito, un miracolo da mantenere in vita”.

Antonello Tolve

Un’opera per il Castello 2014
a cura di Angela Tecce
CASTEL SANT’ELMO
Via Tito Angelini 20
081 2294401
[email protected]
www.polonapoli-projects.beniculturali.it

 

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi 1977) è teorico e critico d’arte. Dottore di ricerca presso l’Università di Salerno, insegna Pedagogia e Didattica dell'Arte e Antropologia dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Studioso delle esperienze artistiche e delle teorie critiche del Secondo Novecento, con particolare attenzione al rapporto che intercorre tra arte, critica d’arte e nuove tecnologie. Pubblicista, collabora regolarmente con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all'estero e vari cataloghi di artisti. Collabora, a Salerno, con la Fondazione Filiberto Menna e dirige con Stefania Zuliani, per l’editore Plectica, la collana Il presente dell’arte. Tra i suoi libri Giardini d’utopia. Aspetti della teatralizzazione nell’arte del Novecento (2008), Gillo Dorfles. Arte e critica d'arte nel secondo Novecento (2011), Giuseppe Stampone. Estetica Neodimensionale / Neodimensional Aesthetics (2011), Bianco-Valente. Geografia delle Emozioni / Geography of Emotions (2011).
  • Giulio

    Troppo facile. Poi non lo aveva già fatto Jaar al Macro?
    Ah no, quelli erano i fiori di Mao. Eh.