Un caveau per collezionisti. Parola ad Antonio Grulli

Un contenitore virtuale pensato da ArtVerona per raccontare il mondo del collezionismo. Abbiamo intervistato uno dei curatori del progetto.

Antonio Grulli
Antonio Grulli

Tema centrale dell’ultima edizione di ArtVerona è stato il mondo del collezionismo, la figura del collezionista e la sua evoluzione negli ultimi anni. All’interno di un piano articolato di iniziative – tra cui la mostra Il flauto magico. 16 collezionisti per un’istituzione, a cura di Andrea Bruciati, al Museo di Castelvecchio, gli incontri sul tema moderati da Adriana Polveroni con interventi di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Diego Bergamaschi, Giorgio Fasol e altre personalità di primo piano – è nato Wunderkammern, un contenitore virtuale concepito non solo per ospitare i progetti attivati, ma come luogo dove proseguire il confronto iniziato in fiera, consentendo agli stessi collezionisti di raccontarsi.
Fra i contributi pubblicati, un sondaggio in collaborazione con Collezione da Tiffany, blog dedicato al collezionismo di arte contemporanea diretto da Nicola Maggi, offre un interessante spaccato su numeri e varietà del collezionismo italiano, con un campione di 200 intervistati, non esaustivo ma significativo. Ne emerge un fenomeno in crescita, con una maggioranza di collezionisti di prima generazione che hanno cominciato ad acquistare tra la metà degli Anni Novanta e il 2010. Riportiamo alcune cifre: il 61% degli intervistati dichiara di acquistare per passione, solo il 6% per puro investimento; il 77% risiede al Nord (nelle regioni più ricche, ma anche dove hanno sede le maggiori fiere di settore), l’87% è di sesso maschile, il 63% laureato. Il 71% acquista 5 opere l’anno, il 25% tra le 6 e le 10 opere, prevalentemente di pittura (32%). In consistente diminuzione l’approccio esterofilo all’acquisto, sempre più orientato da web e social network.
Abbiamo chiesto ad Antonio Grulli curatore dei progetti Collectors Studio e Critical Collecting, presenti all’interno di Wunderkammern, di raccontarci la sua esperienza sul campo.

Antonio Grulli
Antonio Grulli

Com’è cambiata la figura del collezionista negli ultimi anni?
Intanto c’è da dire che tutto il sistema dell’arte a livello internazionale, ma anche italiano, è aumentato in modo esponenziale, come nessuno sarebbe riuscito a immaginare. Questo ha portato a una differenziazione e maggiore professionalizzazione delle figure che operano in esso e a un aumento della base dei collezionisti che comprano e seguono l’arte. È accaduto non solo all’estero ma anche in Italia, dove oggi abbiamo tantissimi collezionisti. Sono molto preparati e da un ruolo diciamo passivo, di semplice acquisto, in molti casi si sono spostati su un’attitudine maggiormente attiva quasi confrontabile con quella di artisti, critici, curatori e galleristi.

Il tuo progetto Collectors Studio nasce proprio per dare riscontro a questo ruolo attivo del collezionista. Ce lo descrivi?
Lo vediamo come un grande serbatoio di studio e analisi del collezionismo e del modo in cui il collezionismo si è evoluto. Vogliamo cercare di andare a guardare quei collezionisti che sono stati in grado, attraverso associazioni, gruppi di lavoro, creazioni di premi, di avere davvero un ruolo attivo, critico, problematizzante all’interno del sistema. In particolare quest’anno Collectors Studio ha preso la forma di una pagina Instagram da noi gestita, ma affidata ogni settimana a una figura diversa – soprattutto collezionisti, ma anche artisti o critici – cui chiediamo di curare la pagina, di postare fotografie, inserire commenti, lanciare provocazioni, riflessioni o suggerimenti, mostrare opere. Ogni settimana cerchiamo di affrontare un aspetto diverso. Quest’anno ha preso questa forma, ma nei prossimi anni potrebbe anche averne una differente: vogliamo cercare, con questo strumento, di essere veloci nel rispondere a una figura che cambia in maniera altrettanto veloce quanto il sistema dell’arte.

Antonio Grulli e Cristiano Seganfreddo ad ArtVerona 2016
Antonio Grulli e Cristiano Seganfreddo ad ArtVerona 2016

Se le raccolte non rimangono nelle case private, se il collezionista, anche per supplire a delle carenze di fondi e progetti pubblici, riveste una funzione sempre più sociale, un intervento di analisi critica sulle collezioni si rende quanto mai necessario. Tu intravedi anche un nuovo ruolo del critico in relazione a questo aspetto. In Critical Collecting hai affiancato a 10 collezionisti, 10 giovani critici d’arte…
Come hai detto tu, la figura del collezionista, soprattutto in Italia, è andata a colmare delle carenze di sistema veramente enormi, in alcuni casi in modo eccellente. Questo ha portato i collezionisti a diventare dei veri e propri compagni di strada degli artisti, che li vedono come interlocutori affidabili con cui confrontarsi, a cui far vedere i propri progetti in anteprima e a cui chiedere supporto, non necessariamente solo economico, spesso anche intellettuale. C’è una cosa che mi ha sempre colpito all’interno delle fiere, cioè che spesso esse vivono un po’ con un senso di colpa il fatto di essere il centro del mercato e anche il momento dell’acquisto.  Quindi c’è un grande florilegio di curatori, critici d’arte, come se si volesse un po’ far credere che anche la fiera, come una Biennale, può essere un grande momento espositivo e culturale. A mio parere la fiera deve essere il momento in cui i protagonisti sono i collezionisti e i galleristi e bisogna che siano messi al centro della scena.

Quindi come hanno lavorato questi giovani critici sulle collezioni che hanno esaminato?
Abbiamo selezionato 10 collezionisti e li abbiamo accostati ad altrettanti giovani critici, cui abbiamo chiesto di scrivere un testo sulla collezione come se stessero scrivendo di una mostra curata da un collega o di un’opera d’arte più complessa fatta di tante opere d’arte. Perché in molti casi, quando una collezione è ben fatta, acquisisce un senso che va aldilà della semplice somma delle opere che sono presenti all’interno della collezione stessa: si crea una narrazione che è in grado di dare un ulteriore significato e permette di vedere queste opere attraverso una luce differente. Non solo sono giovani i critici, ma anche la maggior parte dei collezionisti.  Sono quelli che saranno i grandi collezionisti del futuro e che già oggi, seppur giovani, hanno un’influenza, a livello di opinione, più alta di altri, perché sono riusciti a crearsi un’autorevolezza nel tempo e sul campo insieme agli artisti.

Roberta Morgante

www.artverona.it/wunderkammern/

CONDIVIDI
Roberta Morgante
Roberta Morgante è curatrice e operatrice culturale indipendente. Si è laureata in filosofia all'Università di Verona, dove vive. Ha collaborato con enti e associazioni culturali, per i quali ha realizzato esposizioni, festival, spettacoli, cicli di incontri e conferenze, dedicandosi prevalentemente a progetti su suolo e in spazi pubblici, nonché all'ideazione di percorsi di avvicinamento e partecipazione attiva di pubblici trasversali alle forme espressive artistiche contemporanee.