Apologia dell’educazione. Intervista con Giovanna Cassese

Il disimpegno della politica rispetto alla cultura. Simboleggiato dall’impegno – quello sì – nei confronti di gioco d’azzardo e calcio. La valutazione è quella di Cesare Brandi e data al 1949. E ora come siamo messi? Sulla situazione delle accademie, di questa parte importantissima del nostro patrimonio, abbiamo intervistato Giovanna Cassese.

Accademia di Belle Arti di Venezia, Corridoio delle anatomie

Ci sono due emergenze particolarmente gravi nel nostro Paese, sotto gli occhi di tutti, di cui si continua a parlare, ma per le quali non si intravede una concreta soluzione a breve termine una prospettiva politica di una qualche consistenza: da una parte la disoccupazione e la precarietà giovanile, dall’altra il degrado di un patrimonio culturale unico al mondo per quantità e qualità”. Se a questi due fattori segnalati da Nicoletta Maraschio (Presidente dell’Accademia della Crusca) e Valdo Spini (Presidente dell’Associazione delle Istituzioni di Cultura Italiana) si aggiunge la tendenza, da parte delle politiche odierne, di imprimere il marchio del disimpegno attraverso i due canali preferenziali del lotto e del tifo sportivo (come sottolinea brillantemente Cesare Brandi nel 1949), ci rendiamo conto che lo stato delle cose attuali si pone davvero radicalmente complesso, ambiguo, infelice.
A questo e a una serie di altri temi scottanti, il convegno Patrimoni da svelare per le arti del futuro – curato da Giovanna Cassese (Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Napoli) – e il volume Accademie / Patrimoni di Belle Arti (Gangemi Editore, pagg. 416, € 35) si pongono come prima importante risposta alla querelle sulla debolezza delle accademie, sull’insegnamento dell’arte in Italia. Una risposta che pone ulteriori domande e lascia intravedere un lavoro, un’analisi che, se da una parte sottolinea l’importanza di proiettare le scuole d’arte “verso il mondo commerciale e professionale” per creare “le cosiddette professioni para-artistiche” (Yves Michaud), dall’altra mira ad aprire l’accademia al pubblico, a mostrare non solo il lato più strettamente educativo, ma anche quello patrimoniale. Patrimoni da svelare per le arti del futuro e Accademie / Patrimoni di Belle Arti sono, dunque, due importanti scenari che esprimono un risveglio dell’educazione, un primo segnale (positivo!) che non solo vuole parlare, discutere e far conoscere ad ampio raggio lo stato delle cose attuali, ma anche proporre alcuni tragitti utili a riformare il mondo della pedagogia e della didattica legato all’arte e alle varie forme della creatività umana.

Antonio Canova, Stele funeraria di Giovanni Volpato, circa 1806, definitivo modello in gesso
Antonio Canova, Stele funeraria di Giovanni Volpato, circa 1806, definitivo modello in gesso

In questo momento delicato”, avvisa Giovanna Cassese, che abbiamo intervistato per voi, “tutti noi che lavoriamo in un’Accademia di Belle Arti siamo chiamati a ripensare il nostro specifico disciplinare, a ri-tarare obiettivi e contenuti, a riformularemodellieducativi perché siano più rispondenti alle esigenze della contemporaneità e del mercato del lavoro. Insieme, docenti e studenti, abbiamo aperto una riflessione serrata sull’attuale stato dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca: la posta in gioco è il futuro e il futuro delle arti”.

Patrimoni da svelare per le arti del futuro. È il titolo del convegno organizzato negli spazi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli (dal 13 al 15 giugno) per porre luce sull’urgenza di rivalutare, “tutelare, salvaguardare e valorizzare” non solo i luoghi dell’arte (le istituzioni) che hanno costruito – e continuano a costruire – la storia intellettuale del nostro Paese, ma anche un ambiente didattico in cui manuale e mentale (teoria e pratica, suggerirebbe Marcuse) si intrecciano per “liberare il lavoro intellettuale” dall’impasse della settorializzazione e dell’alienazione. Come si configura, oggi, alla luce di questo primo incontro, lo stato delle cose in Italia?
In quanto patrimonio, le accademie vanno salvaguardate così come previsto dalla Costituzione italiana, e vanno poste nuovamente al centro dell’attenzione nazionale e internazionale. Questo primo incontro mira a cambiare le cose, a far uscire dall’ombra le accademie di belle arti italiane, luoghi che sono un vero e proprio patrimonio nazionale. Del resto, oltre a essere luoghi privilegiati del contemporaneo deputati alla didattica alla ricerca e alla produzione in campo artistico, le accademie sono spesso, esse stesse, beni culturali complessi e costituiscono un grande patrimonio della nazione, ossia della collettività, cariche di storia, di know-how, di patrimoni materiali e immateriali, atte a formare le giovani generazioni a livello universitario e più in generale a  produrre cultura e cittadinanza, nel senso di appartenenza a un’identità che è culturale.
Sono un’eccellenza del Paese, un modello formativo peculiare e di particolare fascino e richiamo per artisti in formazione da tutto il mondo. Le accademie conservano, infatti, nei loro spazi quadrerie, gipsoteche, biblioteche, archivi storici, gabinetti di stampe e disegni, raccolte di sculture, di lastre incise, di antiche foto o di raccolte di arte contemporanea. Istituzioni universitarie antiche e moderne a un tempo, fondate su una didattica laboratoriale, che reputo di grande importanza, nella quale conoscenza, competenza e capacità esaltano l’eccellenza dei saperi della mano, fra tradizione e innovazione, sentono la necessità di aprire nuovi orizzonti di ricerca e di intervento nelle politiche di salvaguardia dei beni culturali del nostro Paese, nonché di incidere di fatto nel sistema delle arti contemporanee. Così, al di là della crisi sempre più profonda e di una riforma delle accademie mai portata a compimento, si crede sia giusto accendere una luce su questa complessa questione, convinti che si potrà continuare ad assicurare il primato in campo artistico dell’Italia se si investirà a cominciare dalla formazione.

Il Piccio, Nudo maschile, 1820, disegno a matita su carta, cm. 52x37,5
Il Piccio, Nudo maschile, 1820, disegno a matita su carta, cm. 52×37,5

Per concludere il meeting, assieme a Giorgio Bruno Civello (Direttore Generale MIUR – AFAM), ha scelto di porre l’accento sulle Prospettive per una rete sul patrimonio per disegnare un piano di lavoro che lascia intravedere l’importanza della condivisione, della cooperazione, della compartecipazione. Questa la via da adottare per il prossimo futuro?
Sì, è l’unica strada per uscire dall’autoreferenzialismo e creare una necessaria e indispensabile breccia con l’esterno. Oggi è importante, e direi anche vitale, costruire realmente una rete di conoscenza tra le varie istituzioni. È importante che le varie accademie si conoscano e che lavorino insieme per costruire il futuro del nostro Paese. Tutte le competenze devono essere messe in gioco perché le nostre istituzioni devono aprirsi, estendersi, ritornare al centro del sistema creativo.

Accanto al convegno, il volume Accademie / Patrimoni di Belle Arti sottopone il lettore a un primo importante resoconto su spazi che rappresentano identità, patrimonio e futuro dell’Italia. Le andrebbe di descrivere, in linea di massima, l’organigramma di questo importante lavoro?
Per la realizzazione del volume è stata adottata una premessa metodologica di chiaro stampo storico. Grazie a 88 collaboratori nazionali (quasi tutti docenti delle accademie!) che hanno scritto testi e fotografato i vari luoghi, siamo riusciti a costruire un percorso di 416 pagine con più di 550 foto; le istituzioni, impaginate cronologicamente, accompagnano il lettore in un viaggio alla riscoperta del patrimonio nazionale. Da un punto di vista strettamente strutturale, infatti, il volume espone la storia delle accademie, dalle più antiche (Firenze, Perugia, poi l’Accademia di San Luca, quella di Bologna e di Napoli) alle più moderne e contemporanee.
Il volume nasce, inoltre, dal desiderio di lasciare un primo segno indelebile, una prima traccia profonda e visibile, frutto del lavoro di un tavolo permanente costituito ad hoc dalla Direzione Generale, e del lavoro che le accademie hanno fatto e continuano a fare con l’insistenza e il desiderio di rifondare l’offerta formativa per del prossimo futuro.

Paolo Portoghesi, Accademia di Belle Arti, L'Aquila; particolare della scalinata interna; 1978-1982
Paolo Portoghesi, Accademia di Belle Arti, L’Aquila; particolare della scalinata interna; 1978-1982

In un momento in cui la cultura sembra essere l’unica via di uscita dalla crisi – si vedano gli appelli accorati del Capo dello Stato, il ‘Manifesto della Cultura’ lanciato dal ‘Sole 24 ore’, che ha chiamato agli Stati Generali della Cultura, gli appelli di tanti, e fra tutti di Salvatore Settis, nonché il recente incontro del 5 maggio a L’Aquila – è importante che in Italia sia la società, sia la politica prendano finalmente coscienza del ruolo insostituibile dei luoghi di formazione e precipuamente delle accademie di belle arti, valorizzandole finalmente e dando loro strumenti legislativi ed economici adeguati: solo una seria formazione in campo artistico potrà assicurare all’Italia quel primato nelle arti che il mondo le riconosce e su cui la Nazione stenta a scommettere per il suo futuro”. Trovo queste sue considerazioni particolarmente significative e illuminanti. Come difendere il patrimonio italiano dal vortice del disimpegno e dalle temperature politiche che non avvertono nella cultura e nella formazione artistica il propulsore principale per sanare il Paese?
La cultura, lo sappiamo, è necessaria. È l’unica via per ricostruire il Paese. Ritengo che sia fondamentale porre al centro dell’attenzione l’articolo 9 della nostra Costituzione (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”). È essenziale sganciare la cultura da una politica che non riesce o non vuole capire quanto sia importante la cultura e che spesso tenta solo di appropriarsene per fini autocelebrativi e di potere. Bisogna adottare politiche diverse, utilizzare le competenze specifiche. Ritornare a dare un senso reale e concreto alla cultura, all’educazione, alla formazione del cittadino.

Qual è l’offerta formativa da adottare oggi, nell’epoca della complessità (Robert Venturi) e della deculturazione, per forgiare nuovi intellettuali, professionisti, uomini di mestiere, uomini abili a muoversi tra le maglie di un mondo senza lavoro? E quali pratiche artistiche insegnare, quali pratiche scegliere secondo lei, nel variegato panorama contemporaneo?
Credo che, per un’accademia, sia assolutamente necessario sfruttare e ripensare i percorsi didattici che, con la Legge 508 del 21 dicembre 1999 (inerente la Riforma delle Accademie di belle arti, dell’Accademia nazionale di danza, dell’Accademia nazionale di arte drammatica, degli Istituti superiori per le industrie artistiche, dei Conservatori di musica e degli Istituti musicali pareggiati), si estendono a uno spettro ampissimo di possibilità. Possibilità da accogliere pienamente perché l’accademia più formare non solo artisti, ma anche operatori in campo artistico: designer, fotografi, grafici, restauratori, operatori in campo cinematografico ecc. Una nuova grande opportunità è costituita, ad esempio, dalla scuola di restauro. Oggi bisogna puntare a formare tutte le professioni collegate al mondo dell’arte, offrire uno spettro ampio di tragitti, di competenze e di abilità. E i giovani hanno compreso prima di tutti la valenza dell’accademia come scelta valida per un futuro lavorativo, come dimostra il trend delle iscrizioni costantemente in crescita.

Antonello Tolve

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi 1977) è teorico e critico d’arte. Dottore di ricerca presso l’Università di Salerno, insegna Pedagogia e Didattica dell'Arte e Antropologia dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Studioso delle esperienze artistiche e delle teorie critiche del Secondo Novecento, con particolare attenzione al rapporto che intercorre tra arte, critica d’arte e nuove tecnologie. Pubblicista, collabora regolarmente con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all'estero e vari cataloghi di artisti. Collabora, a Salerno, con la Fondazione Filiberto Menna e dirige con Stefania Zuliani, per l’editore Plectica, la collana Il presente dell’arte. Tra i suoi libri Giardini d’utopia. Aspetti della teatralizzazione nell’arte del Novecento (2008), Gillo Dorfles. Arte e critica d'arte nel secondo Novecento (2011), Giuseppe Stampone. Estetica Neodimensionale / Neodimensional Aesthetics (2011), Bianco-Valente. Geografia delle Emozioni / Geography of Emotions (2011).
  • Roberto

    L’Accademia di Napoli è un coacervo inestricabile di raccomandati mediocri (basta guardare l’altissimo tasso di parenti, fidanzati, commari, generi e nuore, compari e comparielli che occupano indegnamente le cattedre). VERGONGA!

    • Comunque , l’accademia di napoli ha dato alla citta e al paese in passato, Grandi artisti, questo è innegabile…….

  • Maurizio

    E’ effettivamente innegabile che sotto la direzione di Giovanna Cassese l’Accademia abbia finito per essere sconsolatamente abbandonata. Come già detto da altri sopra, stiamo parlando di un oceano di raccomandati (spesso frustrati) che occupano le cattedre. Basta scorrere l’elenco dei contrattisti per leggere nomi che si ripetono per più corsi, parenti che saltano da una materia all’altra. In quest’ottica, perché bisognerebbe tutelare la struttura?