Michelangelo 450: tante copie, poca originalità

Gli anniversari di nascite, morti e prime comunioni hanno, come è noto, un peso determinante nel plasmare il calendario delle iniziative culturali, ben maggiore di quello rivestito dal progresso degli studi, dall’affacciarsi di nuove interpretazioni, dall’attualità dei temi. Con la conseguenza che spesso le iniziative celebrative sembrano ispirate dal solo principio del “si doveva fare, e lo abbiamo fatto”, e non apportano novità sostanziali o momenti particolarmente suggestivi. Alla dura legge dell’anniversario non poteva sottrarsi la ricorrenza dei 450 anni dalla morte di Michelangelo Buonarroti…

La sala con i crocifissi nella mostra dei Musei Capitolini

Dalla Vetta d’Italia a Capo Passero si è assistito e si assiste a un fiorire di omaggi, grandi e piccoli, a Michelangelo Buonarroti (Caprese, 1475 – Roma, 1564) per i 450 anni dalla morte, tra cui spiccano numerose mostre. Se n’è vista qualcuna, nei luoghi maggiormente legati alla biografia dell’artista; e purtroppo, in generale, sembra riconfermarsi la conseguenza cui si faceva cenno: la celebrazione non va oltre se stessa, e le idee forti scarseggiano.
Partiamo dalla patria dell’artista. Firenze ha puntato su una serie di mostre che ricostruiscono la fortuna di Buonarroti nell’arte e nella cultura del Novecento. Dopo che a maggio si è chiusa la bella rassegna della Galleria dell’Accademia Ri-conoscere Michelangelo, relativa in particolare alle interpretazioni fotografiche della scultura michelangiolesca, si è aperta a Casa Buonarroti la sezione fiorentina della mostra Michelangelo e il Novecento, allestita in quattro sale al pianterreno della storica dimora (l’altra sezione è a Modena, alla Galleria Civica): mostra per intenditori, nei contenuti e nel linguaggio, in cui si ripercorre la presenza di Michelangelo nel dibattito critico, nella produzione artistica, nella progettazione architettonica del XX secolo. Molti i materiali interessanti proposti e diversi gli spunti di riflessione offerti, ancor più che in mostra, forse, nel ricco catalogo. Probabilmente non c’è molto che dispensi forti emozioni: per questo è meglio salire le scale e immergersi nella miglior mostra possibile su Michelangelo e la sua fortuna, quella allestita quasi quattro secoli or sono dall’omonimo e geniale nipote dell’artista, con il concorso dei più validi pittori fiorentini dell’epoca.

Vedute della mostra A sculpir qui cose divine, Carrara, Centro Arti Plastiche
Vedute della mostra A sculpir qui cose divine, Carrara, Centro Arti Plastiche

Alla stessa idea di indagare l’influsso di Michelangelo sul Novecento si può ricondurre un’altra mostra attualmente visitabile a Firenze, di ben maggiore risonanza mediatica e assai minore, ahimè, consistenza. Si tratta de La figura della furia, per gli amici Pollock-Michelangelo, allestita a Palazzo Vecchio e nella vicina chiesa di San Firenze. Di certo non una mostra su Pollock, perché non basta una manciata di opere a restituire un’immagine esauriente dell’arte del pittore americano. Ma nemmeno una mostra relativa all’influenza di Buonarroti su Pollock, semplicemente perché non si può parlare di influenza dell’uno sull’altro: riuscite a immaginare due artisti più agli antipodi? Come prova dell’“alunnato” pollockiano si espongono alcuni fogli (provenienti dal Metropolitan) in cui Pollock ha copiato particolari di opere michelangiolesche: sono disegni davvero modesti, nonostante in mostra li si voglia far passare per capolavori. Dopo averli visti, vien da pensare al fatto che Jackson ha fatto proprio bene ad abbandonare la figurazione e a darsi all’Espressionismo astratto. Battute a parte, il punto è un altro: da cinque secoli il rapporto con le creazioni michelangiolesche, di qualunque natura esso sia, è un passaggio obbligato per ogni artista, e anche nel Novecento (la mostra di Casa Buonarroti docet) la riflessione su Michelangelo è stata ampia e articolata, in molti casi assai più di quanto non lo sia stata per Pollock.
Un accenno, infine, alla sezione multimediale della mostra, allestita in San Firenze: qui scompare ogni riferimento a Michelangelo, fatta eccezione per un pannello iniziale con la riproduzione del noto componimento in cui l’artista espone le sofferenze patite durante l’esecuzione degli affreschi della volta sistina. Non si capisce cosa c’entri, a meno che – Dio non voglia! – non lo si sia messo qui per quei due versi in cui Michelangelo prefigura il dripping (e pure un po’ la Body Art): “e ’l pennel sopra ’l viso tuttavia / mel fa gocciando un ricco pavimento”.

Vedute della mostra A sculpir qui cose divine, Carrara, Centro Arti Plastiche
Vedute della mostra A sculpir qui cose divine, Carrara, Centro Arti Plastiche

A Roma, ai Musei Capitolini, si è allestita la mostra ammiraglia del 450esimo, Michelangelo. Incontrare un artista universale. Molto ci sarebbe da dire su questa rassegna: dalla consueta occupazione militare della Sala degli Orazi e dei Curiazi (ma alla dissennata gestione dei Capitolini sarà meglio dedicare un contributo specifico) alla qualità dei pannelli informativi (memorabile un “Lorenzo nel Magnifico” proprio all’inizio). Si diranno qui solo alcune cose, per brevità. Trovandoci sul Campidoglio, si poteva scegliere di concentrare l’attenzione sulla meravigliosa piazza rivoluzionata da Michelangelo e sui palazzi che la circondano, o tutt’al più sull’ultimo trentennio del maestro, interamente trascorso a Roma. Invece no, si è scelta la strada del polpettone: tutto Michelangelo doveva essere tritato, amalgamato e stipato nelle sale della rassegna. Le stanze di Palazzo Caffarelli, già di per sé piuttosto claustrofobiche, sono letteralmente zeppe di opere, tra capolavori e pezzi di valore più che altro documentario (una sfilza di ritratti di contemporanei dell’artista, di cui si poteva in parte fare a meno); di conseguenza il visitatore esce frastornato da una così ricca parata di opere, nomi e date.
A tal punto tutto Michelangelo che in una sala ci si imbatte persino nel redivivo Crocifissino acquistato per tre milioni di euro dallo Stato all’epoca di Bondi, e finito al Bargello: perlomeno è prudentemente presentato come “attribuito a”, così come lo è il Crocifisso che lo affianca, di recente entrato nelle raccolte del Louvre. Il loro accostamento conferma quanto ormai tutti sostengono: che le due sculture nulla hanno a che vedere con Buonarroti, ed escono dalla stessa bottega di buon livello cui si possono ricondurre altri venti, trenta Cristi sparsi per il mondo. Il problema è che si rischia di uscire dalla sala con un dubbio: non sarà mica che anche il Crocifisso di Santo Spirito, che si eleva alle spalle dei due piccoli Cristi, in realtà non è del sommo artista?

Vedute della mostra A sculpir qui cose divine, Carrara, Centro Arti Plastiche
Vedute della mostra A sculpir qui cose divine, Carrara, Centro Arti Plastiche

A tal punto tutto Michelangelo che in mostra si è portato anche ciò che proprio non ci si poteva portare: nel cortile del Palazzo dei Conservatori troneggia una copia in scala 1:1 del David, che funge da introduzione alla rassegna. Questa scelta merita due righe di riflessione. Non solo perché lo straordinario cortile ne risulta (temporaneamente) sfigurato. Si asseconda quella trasformazione dell’opera d’arte in feticcio, di cui proprio il David è uno degli esempi classici: non importa avere di fronte l’opera d’arte, ma la sua immagine, e questa immagine non importa guardarla, ma riconoscerla, perché la si conosce bene, avendola già vista prima, riprodotta in mille altre guise. Se poi ci si avvicina, si capisce al volo che la distanza tra l’originale e questa copia in resina e polvere di marmo è abissale. Copia realizzata, peraltro, a partire da una scansione 3d dell’originale, e quindi “scolpita” dal computer e da macchinari: frutto dunque di quel processo che sta uccidendo la scultura come la intendeva Michelangelo, “per via di levare” a colpi di scalpello. Insomma, più che un omaggio, un oltraggio.
A Carrara l’anniversario è celebrato in tono decisamente minore. Nella città del marmo si sarebbero potute mettere in piedi, sia pur in economia, diverse iniziative interessanti: una mostra (perlopiù documentaria) sui frequenti soggiorni dell’artista in area apuana; o una rassegna sulle tracce lasciate dal passaggio del Divino, in cui fossero esposte opere che gli sono state riferite dalla tradizione popolare o che la critica gli ha assegnato negli ultimi decenni (penso ad esempio al discusso Crocifisso ligneo della chiesa di San Rocco a Massa, attribuito a Michelangelo da Parronchi); oppure, per venire a vicende più recenti, un’esposizione sul progetto di Giovanni Michelucci di costruire nelle montagne carraresi un centro sperimentale del marmo dedicato a Michelangelo (1972), progetto cui rimandano alcuni disegni dell’architetto esposti nella mostra di Casa Buonarroti. Niente di tutto questo.

Particolare del pannello iniziale della mostra ai Capitolini
Particolare del pannello iniziale della mostra ai Capitolini

Sotto il titolo A sculpir qui cose divine (bel titolo, tratto da un’erratica terzina michelangiolesca, ma un po’ fuorviante, perché il “qui” non è in realtà riferito a Carrara, dove l’artista venne a scegliere marmi, più che a “sculpir”) va in scena al Centro Arti Plastiche un tris di mostre: una di sculture contemporanee (un’amaca in vetro, un cespuglio d’acciaio ecc.) che nulla hanno a che fare con Michelangelo e servono solo a far vedere che oggi si fanno sculture del tutto diverse da quelle che faceva lui (ah sì?); un’altra di foto raffiguranti le cave e la città, immagini legate a Michelangelo come potrebbero esserlo a Pietro Tenerani o a Henry Moore. Vi è poi la mostra principale: in una sala sono riuniti due calchi in gesso delle Pietà Rondanini e Bandini e una copia in resina e polvere di marmo della Pietà Vaticana, accompagnati da una ricca scelta di disegni michelangioleschi di soggetto vario, conservati nei maggiori musei del mondo. Peccato che si tratti di fotocopie a colori, e che si sia scelto a caso cosa fotocopiare. Ecco, tutto qua. Il senso e l’utilità dell’operazione sfuggono. “Si doveva fare, e lo abbiamo fatto”: ah, d’accordo. Tanto più che l’omaggio si tiene all’interno di Marble Weeks, manifestazione estiva di arte, cultura e design promossa dagli industriali del marmo, i quali, sempre pronti a invocare il nome di Buonarroti in difesa di un’attività estrattiva sotto accusa per il suo enorme impatto ambientale e per l’utilizzo generalmente poco artistico della candida pietra, non potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di arruolare ancora una volta il sommo scultore. Ma a Michelangelo questo tributo frettoloso non piacerebbe, né tantomeno vorrebbe vedere le sue montagne sbriciolate.

Fabrizio Federici

Firenze // fino al 20 ottobre 2014
Michelangelo e il Novecento
a cura di Marco Pierini, Emanuela Ferretti e Pietro Ruschi
Catalogo Silvana Editoriale
CASA BUONARROTI
Via Ghibellina 70
055 241752
[email protected]
www.casabuonarroti.it

Modena // fino al 19 ottobre 2014
Michelangelo e il Novecento
a cura di Marco Pierini, Emanuela Ferretti e Pietro Ruschi
Catalogo Silvana Editoriale
GALLERIA CIVICA
Corso Canalgrande 103
059 2032911
[email protected]
www.galleriacivicadimodena.it

Firenze // fino al 27 luglio 2014
La figura delle furia
a cura di Sergio Risaliti e Francesca Campana Comparini
Catalogo Giunti
PALAZZO VECCHIO
Piazza della Signoria
055 2768465
www.pollockfirenze.it 

Roma // fino al 14 settembre 2014
Michelangelo. Incontrare un artista universale
a cura di Cristina Acidini
MUSEI CAPITOLINI
Piazza del Campidoglio 1
06 39967800
[email protected]
www.museicapitolini.org

Carrara // fino al 7 settembre 2014
A sculpir qui cose divine
a cura di Giovanna Uzzani
CAP – CENTRO ARTI PLASTICHE
Via Canal del Rio
0585 779681
www.marbleweeks.it

 

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.
  • PIPPI

    Fabrizio Federici ha sempre il dente avvelenato su quanto succede a Carrara. Almeno si fosse letto lo scritto di Giovanna Uzzani avrebbe capito gli intenti della mostra del CAP.

    • Federico Giannini

      Fabrizio Federici è stato anche troppo buono: su Carrara ce ne sarebbero tante da dire (io sono un carrarese). Uno legge “A sculpir qui cose divine” e si aspetta una gran mostra con capolavori di Michelangelo, e invece niente di tutto questo: ancora una volta si usa il nome di uno dei grandi della storia dell’arte per un’esposizione che con il grande in questione ha poco a che vedere. La Marble Weeks espone arte sostanzialmente compiacente: non c’è una sola opera (e dico una sola opera) che faccia riferimento allo scempio delle Apuane. E non parliamo della mostra all’Accademia di Belle Arti, dove la cultura, quella vera, viene mortificata con allestimenti che definire “artigianali” è complimentoso. Anzi… parliamone: http://www.finestresullarte.info/165n_ed-ebbero-il-coraggio-di-chiamarla-mostra.php

      Saluti da Carrara

      • PIPPI

        La sua risposta si commenta da sola, e non mi pare questa la sede per pubblicizzare il suo blog. Saluti da Carrara!

        • Federico Giannini

          Ho messo questo link semplicemente perché il sottoscritto è l’unico che ha parlato di questa mostra (pensi lei quanto interesse ha suscitato… ). E poi, con i numeri che fa il nostro sito, secondo lei abbiamo bisogno di farci pubblicità su un post di Artribune? Sarebbe ridicolo. Saluti

          • PIPPI

            Giannini, stia sereno…anche il blog di Grillo fa numeri importanti. Questi sono i danni della democrazia 2.0.

          • Federico Giannini

            Non le rispondo oltre perché non ha argomentato in alcun modo la sua contrarietà all’articolo di Fabrizio e perché non mi va di insistere in discussioni sterili rispondendo a provocazioni sterili. Stia bene.

          • PIPPI

            Ci sarebbe anche troppo da argomentare, a partire dal fatto che anche per fare una stroncatura occorre onestà intellettuale, oltre che conoscenza della cose di cui si sta scrivendo. Il dottor Fedrici scrive su una rivista d’arte come Artribune e non sa neanche chi sia Loris Cecchini. E con questo credo si possa chiudere.

  • Fabrizio Federici

    Gentile PIPPI, lo scritto l’ho letto (giustamente usa questo termine, come si vede dalla foto non si può proprio definire un pannello introduttivo, è la riproposizione di un saggio, di notevole lunghezza, con l’ultima parte che si trova praticamente al livello del pavimento); si sofferma, nella prima parte, sulla fortuna dei calchi in generale, e nella seconda sulla fortuna otto-novecentesca dei calchi da Michelangelo. Poco o niente sulle ragioni della mostra, non una parola sui disegni e sui motivi che hanno orientato la scelta di quelli da fotocopiare.

    • PIPPI

      Forse lo scritto è un po’ lungo, ma non arriva al pavimento. Come si evince dalla foto che lei ha postato poggia sul muretto e parte dopo la fascia dei loghi: sono circa 70 cm da terra. E questa la dice lunga sulla buona fede di chi recensisce solo per il gusto di fare una stroncatura.

      • Fabrizio Federici

        Ci tornerò metro alla mano e le farò sapere. In ogni caso non mi pare questo il punto essenziale.

        • PIPPI

          Infatti, il punto essenziale è che anche per fare una stroncatura occorre onestà intellettuale, cosa che a lei manca.

          • Fabrizio Federici

            Essere tacciato di mancanza di onestà intellettuale da qualcuno che si nasconde dietro uno pseudonimo è davvero buffo. Comunque abbandono il battibecco, che potrebbe annoiare il lettore; chi visiterà la mostra nelle prossime settimane giudicherà se si tratta di un’iniziativa di notevole o modesta importanza, e magari ce lo dirà commentando qua sotto. Ah, qui si possono trovare il testo della curatrice Giovanna Uzzani posto in apertura dell’esposizione e alcune foto: https://www.facebook.com/notes/carrara-marble-weeks/marble-weeks-2014-centro-arti-plastiche-a-sculpir-cose-divine-giovanna-uzzani-lo/668329029922993

          • PIPPI

            Pippi è un cognome, non è Pippi calzelunghe.

          • And

            A Pippi mentali, la stroncatura mi sembra + che esauriente. Argomenti lei piuttosto cosa non va in questo pezzo o cosa ci sarebbe da dire che non è stato detto.

  • Marco Veneri

    Dalle foto che ho visto, delle parti di infografica, è un disastro, per mille motivi che non sto qui a illustrare. Non oso immaginare i veri contenuti, la mostra stessa.

    C’è chi dice che non si può giudicare un libro dalla copertina, io dico invece che si può eccome, quantomeno che l’autore non sa scegliere la copertina.

  • Fabrizio Federici

    Sembra che al Comune di Carrara il discutibile tris di mostre “A sculpir qui cose divine” sia costato la bellezza di 126000 euro circa (151000 stanziati – 25000 circa di “economie”) (cfr. foto allegate). Per tre calchi e un po’ di fotocopie non mi paion pochi…

  • Fabrizio Federici