Microclimi di una megalopoli: Made in L.A. 2014

Si può dire sia stato l’evento della stagione, il vivace e affollato party che sabato sera ha aperto la seconda edizione della biennale di Los Angeles, “Made in L.A. 2014”. Il mondo dell’arte ha presenziato in massa e si è ritrovato tra le sale e il grande cortile dell’Hammer Museum, animato per l’occasione da un frizzante dj set. Artisti, curatori, critici, galleristi, amanti dell’arte e amici degli amici: proprio nessuno ha voluto perdersi questo momento rituale di auto-rispecchiamento collettivo, testimoniando l’ottimo stato di salute della scena artistica losangelena.

Made in L.A. 2014
Made in L.A. 2014 - photo Enrico Le Pera

Curata da Connie Butler, chief curator all’Hammer, e dal curatore indipendente Michael Ned Holte, l’edizione 2014 di Made in L.A. sembra anzitutto voler restituire un ritratto di questa città, farne scoprire la geografia complessa ed estesa attraverso l’attività dei suoi artisti.
Come spiega Holte, che per più di un anno ne ha esplorato il territorio in lungo e in largo per fare visita agli studi, Los Angeles si compone di differenti microclimi, in senso tanto meteorologico quanto socio-culturale. Il criterio di selezione si è basato, quindi, anche sulla volontà di documentare la varietà dei contesti, da quartiere a quartiere. Nei giorni precedenti l’inaugurazione, infatti, il museo ha prodotto e diffuso una serie di videointerviste che evidenziano quanto il lavoro di questi artisti sia radicato nel tessuto urbano, nei differenti modi di vivere una megalopoli al cui interno si distinguono decine di città, di identità comunitarie definite eppure osmotiche.
Drastica la riduzione del numero degli artisti partecipanti, rispetto alla prima edizione: da 60 a 35. “L’impressione generale è che la mostra ci abbia guadagnato in leggibilità e qualità dell’allestimento. Noi artisti siamo soddisfatti, ognuno ha avuto il giusto spazio e ha potuto esporre anche più di un lavoro”, sostiene Max Maslansky, autore di dipinti nei quali stesure raffinate e cromie delicate contraddicono i soggetti, ispirati a fotogrammi estrapolati da film porno Anni Ottanta.

Made in L.A. 2014
Made in L.A. 2014 – photo Enrico Le Pera

L’altra novità di questa edizione sta nel fatto che siano stati inclusi nella rassegna anche spazi autogestiti dagli artisti: il LAMOA – Los Angeles Museum of Art di Alice Könitz e il Museum of Public Fiction. Due delle tante “microistituzioni” sorte nei quartieri della working-class in risposta all’esigenza degli artisti di esporre autonomamente il proprio lavoro e invitare il proprio pubblico. è questo il fenomeno più interessante degli ultimi anni, nel panorama artistico della Southern California, che mostra un carattere fortemente indipendente e sperimentale, riscontrabile anche in altri aspetti della vita culturale losangelena: come l’attività delle numerose radio indipendenti, che per tutta la durata della rassegna si alterneranno ai microfoni di Kchung radio e tv, allestita nella hall del museo.
Uno sguardo veloce su alcuni dei lavori in mostra. Pubblico coinvolto e divertito dall’installazione di Samara Golden, che ha realizzato sculture-ritratto delle persone incontrate nel suo studio, modificando teste di bambole trovate nei negozi dell’usato, da guardare esclusivamente con occhialini 3D. Il progetto accoglierà man mano i ritratti delle persone che durante la mostra interagiranno con essa. Suggestiva la videoinstallazione Kiss Solo del duo Gerard & Kelly, quattro grandi schermi dove ballerini-performer danzano su uno sfondo bianco. Altrettanto interessanti i lavori video dei giovani Wu Tsang e Danielle Dean come pure della veterana Judy Fiskin. Curiose e originali le ceramiche decorate dei coniugi Magdalena Suarez e Michael Frimkess, da anni attivi nel loro grande laboratorio a Venice.

Made in L.A. 2014
Made in L.A. 2014 – photo Enrico Le Pera

Occupano invece le terrazze interne e parte del cortile i lavori del messicano Juan Capistrán, acute note sulla natura e sul carattere, più o meno autonomo, dei modi del protestare odierno, e The Comedy of Craft, l’opera in-progress dell’unico italiano presente, Piero Golia. Grandi blocchi di polistirolo, simili a marmo, saranno scolpiti dal vivo per riprodurre in scala reale un frammento del Mount Rushmore National Memorial: il naso di George Washington, che una volta pronto lascerà l’Hammer per altre destinazioni. Il progetto si divide in quattro atti, che saranno rivelati nel corso dell’operazione. Sorprendente e monumentale, dunque, come è nello stile di Golia.

Emanuela Termine

Los Angeles // fino al 7 settembre 2014
Made in L.A. 2014
a cura di Connie Butler e Michael Ned Holte

HAMMER MUSEUM
10899 Wilshire Boulevard
+1 (0)310 4437041
http://hammer.ucla.edu

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Emanuela Termine
Emanuela Termine (Roma, 1978) è storica dell’arte e curatrice. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi sulle relazioni fra arte e architettura in Italia tra gli Anni Cinquanta e Settanta. Fino al 2013 è stata responsabile della segreteria organizzativa presso la Fondazione Bruno Zevi. Dal 2006 è curatrice senior presso Sala 1 Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, a Roma. Nel 2012 ha curato il progetto “Lingua Mamma”, vincitore del concorso "Arte, Patrimonio e Diritti Umani", indetto da Connecting Cultures con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
  • interessante il lavoro di Golia… perchè non scolpisce nel polistirolo anche il sedere di GWashington così almeno vediamo qualcosa che non abbiamo mai visto

  • dimenticavo… come si pone questo lavoro rispetto a quello di Dahn Vo che riproduce particolare della statua della libertà… lo so sto parlando di qualcosa che non ho visto, ma le premesse non son buone