Una mostra millimetrica. La Biennale secondo Teresa Macrì

Mi rimane difficile credere che qualcuno ancora frequenti e partecipi (con tutto il masochismo fisico che ciò comporta) al rutilante bailamme della Biennale veneziana (che più fortemente incarna lo spirito auto-celebrativo e competitivo del nostro tempo) per una incontenibile frenesia esplorativa di ciò che cambia e si tramuta nel frenetico mondo dell’arte. E allora l’edizione di quest’anno…

Jim Shaw - Arsenale - Biennale di Venezia 2013

Dato che il format ultra-centenario della Biennale di Venezia detiene (e difende) una valenza che si riscontra nel suo perpetuarsi e tramandarsi (in quella che Foucault lucidamente definisce come archeologia del sapere) sale l’aspettativa di possibili disgiunzioni e rotture, crolli e sganciamenti che possano fratturare la linearità quasi narcolettica con cui le varie edizioni si articolano su se stesse.
Non ho motivo alcuno per non ravvisare in Palazzo Enciclopedico una cura, uno studio e un concept mai esperito precedentemente, che vista la sommarietà intellettiva e la banalità installativa della maggior parte delle edizioni passate non sembrerebbe un grande apprezzamento. Soprattutto non mi appare come un’impresa iperbolica se è congegnata da Massimiliano Gioni, che è il migliore curatore italiano sulla piazza, come modestamente penso. Da cui e per quel che vale, chapeau! Non mi interessa neppure disquisire sulle inclusioni/esclusioni artistiche, che (lo so, è terribile ma curatorialmente spesso è così…) diventano elementi spesso formali, nell’enunciazione di un concept. L’importanza è che vi sia un pensiero che vibri e che componga un lessema, qualsiasi esso sia. Di Palazzo Enciclopedico, ahimé visto e percepito volatilmente data la sua massiva estensione, mi restano i flash del miglior Dieter Roth e (purtroppo) del peggior Tino Sehgal, di Danh Vo e di Jim Shaw e l’ancor assoluto spaesamento prodotto da Duane Hanson. E anche i frammenti fortunatamente non organizzati di una ricognizione insolita di invisibili, che probabilmente assurgono a un territorio magico-surrealista che compone, nella sua dissonanza, l’idea enciclopedica.

Danh Vo - Arsenale - Biennale di Venezia 2013
Danh Vo – Arsenale – Biennale di Venezia 2013

Ma ciò che per me si fa più avvincente è la riflessione sull’assoluta simmetria e sulla perfetta assonanza che la Biennale veneziana riflette della realtà in cui viene reificata. La sua millimetrata “costruzione” di un paradigma politico-culturale che volutamente scavalca ciò che costituisce il reale con i suoi conflitti e contraddizioni e si rinchiude in una sorta di arca estetizzata come l’Arsenale, per circoscriversi e auto-legittimarsi in un limbo astrale di fiction. I cui attori egemonici non sono più gli artisti (che costituiscono oramai solo la diegesi della fiction) ma quel parterre di laboriosi tycon, oligarchi russi, politici presenzialisti, brand affermati del made in Italy, Grandi Gasby, rifiorite principesse e solerti imprenditori che “distraggono” col loro codificato glamour la centralità artistica. Tale è il riflesso del tempo ostentativo e illusorio che regola e controlla il palinsesto spettacolare di qualsivoglia kermesse contemporanea, Documenta o Biennale.

Jeremy Deller - Padiglione Gran Bretagna - Biennale di Venezia 2013
Jeremy Deller – Padiglione Gran Bretagna – Biennale di Venezia 2013

Ed è proprio questa congiuntura che Jeremy Deller (Padiglione britannico), in una operazione di escapismo storico-sociale, contrasta forse solitariamente e antiteticamente nel trend generalista. Lungi dall’essere una critica formal-specialistica, a cui ci si sottrae volentieri rispettando per assunto il fare curatoriale di chicchessia, è piuttosto una vaga riflessione sul tempo dell’arte, compresso inesorabilmente tra l’aspirazione del futuro e l’osservazione quasi sacrale del passato tanto da sospendere il presente in uno stato di anemia.  Allo stesso tempo, il re-enactment di una mostra epocale come When Attitude Become Form, sia pure compressa nelle sale di Ca’ Corner, rianima quel concetto di tempo e spazio contraddittorio che l’opera d’arte può detenere nella sua stessa essenza. Ma ciò non può che coniugarsi con la figura oramai leggendaria di curatore animateur/amateur che l’auratico Harald Szeemann ha incarnato nel suo tempo anarchico e che, ora sulle rive lagunari presidiate da fantasmatici yatch, rischia di divenire perfino anacronistico.

Teresa Macrì

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Teresa Macrì
Fra i protagonisti della critica d’arte affermatisi negli anni Novanta, occupa un posto di rilievo Teresa Macrì, calabrese di nascita, con studi e residenza a Roma. Importanti appaiono i suoi contributi di riflessione teorica su alcuni fenomeni fondamentali dell’arte contemporanea, uniti ad una intensa presenza nel campo della didattica e della divulgazione e ad un impegno per numerose esposizioni. L’indagine critica è condensata in una serie di saggi che hanno affrontato soprattutto i temi del corpo "postorganico" (titolo di un suo libro del 1996) e dei loro attori, gli incroci interdisciplinari fra linguaggi (come in "Cinemacchine del desiderio", 1998) e più di recente i fenomeni delle nuove culture terzomondiste emergenti ("Postculture", 2002). L’attività didattica si esplica con l’insegnamento nelle Accademie di Belle Arti (ora all’Aquila) con un contratto con la Sapienza di Roma (Facoltà di Architettura) e con vari seminari. La militanza critica si esprime attraverso la sua collaborazione con riviste specializzate e con quotidiani (collabora al "Manifesto"). La cura di numerose mostre di arte avanzata l’ha fatta apprezzare oltre i confini nazionali, specie nell’area ispanica. Ed è proprio sulla costa Iberica che sogna di "finire in bellezza" i suoi anni continuando a scrivere, a viaggiare e a tifare ardentemente per la sua squadra del cuore: l’Inter. [fonte: http://www.italica.rai.it/galleria/numero12/critici/macri.htm]
  • pneumatici michelin

    Cara Teresa Macrì,
    mi scusi il testo è un pò stringato e non capisco bene quello che intende dire .

    Voleva dire che la mostra di Gioni pur costituendo un cambio di passo rispetto alle biennali precedenti (dominate da “sommatorietà intellettiva e banalità installativa”)
    rimane comunque confinata in una sorta di mondo autoreferenziale che evita di misurarsi con la complessità e la conflittualità del reale?
    Mi pare di capire che lei intendeva dire che comunque questo varrebbe per le biennali passate e per gran parte delle rassegne attuali . Giusto?
    Forse concorderà sul fatto che comunque grazie a questa mostra di Gioni che molti si siano svegliati. mi pare, e che molti critici e addetti ai lavori notino finalmente i limiti intelettuali delle edizioni precedenti e la banalità di molte installazioni:
    Ma mi scusi : e dirlo prima? Io i commenti negativi, a parte numerosissimi viva voce sul posto, li ho sempre letti in pochi spazi e ad esempio, qui su artribune (e più spesso nello spazio dei commenti).
    Dove eravate quando si diceva che la biennale di Birnbaum aveva un’impostazione filosofica?
    A questo punto vorrei sapere ora che cosa pensate degli scritti sull’arte relazionale di Bourriaud, tanto per prendere uno dei primi attori che mi vengono in mente.
    Lei macrì che ne pensa? crede che le sue frequentazioni di ricchi sponsor dell’area ex- cortina di ferro ne pregiudichino l’acume intelettuale (ammesso che ne abbia mai avuto)e curatoriale?
    le faccio questa domanda perchè anche lei mi cita una lista di tycoon, grandi Gatsby, oligarchi ecc.

    Il lavoro di Deller era fuori dal coro generale ma mi è sembrato nel complesso un pò pasticciato e poco leggibile:comunque anche qui tra i vari commenti qualcuno ha fatto fatto notare che ha tolto un’opera più scomoda delle altre….. ammesso che le altre siano scomode…..

    Se intende dire che Szeeman è un personaggio ormai anacronistico sarei d’accordo: ma lei lo dice con nostalgia o perchè pensa che le sue mostre e alcuni suoi temisiano effettivamente datati? E se fosse il secondo caso mi piacerebbe sapere il perchè.

  • nello bolognini

    Ecco, l’intervento della Macri ,invece da far da mediazione tra l’evento e il pubblico-come penso sarebbe opportuno per chi scrive sui media, altrimenti il parto se lo terrebbe per sé-è puro solipsismo o, per essere più chiari ed usare un eufemismo, una semplice masturbazione lessicale.