Fuoco amico. La Biennale secondo Andrea Bruciati

Un libro non è una mostra e una mostra non è una Biennale, tantomeno a Venezia. La proposta di Massimiliano Gioni è seducente, museograficamente impeccabile e rigorosa nei sussidi didascalici: affascinanti molte delle opere proposte e scelte, degne di un Museé de l’Homme e rispondenti al sogno di Auriti. Però…

Peter Fischli & David Weiss al Palazzo delle Esposizioni - Biennale di Venezia 2013

Le ossessioni che Massimiliano Gioni ama fanno parte anche del mio background culturale e delle mie scelte curatoriali e pertanto non posso che plaudire all’impiego di tanti stimoli visivi del XX secolo e del profluvio di carte e di oggetti feticcio, dall’incontestabile charme. Quasi tributo a un grande studioso come Hans Belting, nello sguardo penetrante della psiche si intravede una veridicità ultima, dove reale e bello si uniscono, finalmente. Eppure assunti determinanti, ribaditi da Gioni, non vengono verificati lungo le due sedi che, soprattutto laddove l’archivio testuale necessita del contesto della pagina bianca (Arsenale), evidenzia palesi ambiguità sintattiche e una non indifferente dose di cinismo.

Imran Qureshi al Palazzo delle Esposizioni - Biennale di Venezia 2013
Imran Qureshi al Palazzo delle Esposizioni – Biennale di Venezia 2013

La prima questione è quella degli outsider, che francamente non rilevo: si parla di antropologia, di ossessioni e questo necessariamente non significa artista a mio avviso. Nulla di underground, off, tossico, virale, radicale, qualcosa di lontanamente “rischioso” in questa rassegna. Certo, il problema vero è se ha ancora un senso parlare di tutto questo, visto che il famoso sistema livella e omologa ogni cosa, ma allora non ci è più nemmeno concessa la libertà di ipotizzarlo? Ecco, nonostante l’operazione inequivocabilmente seduttoria di Gioni, siamo dinanzi a una Biennale reazionaria, che mi ricorda lo Jean Clair del 1995, lo storiografo di tanti linguaggi dei primi Anni Novanta. Per venire poi alla non autenticità delle scelte, vorrei ricordare l’operazione Alessandra Ariatti del 2003, una prova quasi embrionale, zonale, di questa biennale-outsider. Il ruolo del demiurgo mi sembra ora rispolverato e ulteriormente raffinato, con autori deceduti o già presenti in contesti museali, quindi molto meno pericolosi per la responsabilità che la scelta di curatore implica. A mio avviso un professionista, al di la della necessaria competenza critica, dovrebbe deontologicamente supportare e coadiuvare un artista, non inventarselo, soprattutto a discapito dell’interessato. Di certo il protagonista indiscusso di questa operazione veneziana è Gioni medesimo, che diventa esso stesso artista e presenza egotica.

Dipinti tantrici al Palazzo delle Esposizioni - Biennale di Venezia 2013
Dipinti tantrici al Palazzo delle Esposizioni – Biennale di Venezia 2013

La seconda, strettamente connessa ma ben più grave della prima, è la mancanza di coraggio verso proposte veramente innovative, e per questo rischiose, che però aprivano ipotesi, tracce, persino ponti per il domani. Si assiste per l’ennesima volta a un ripiegamento sul passato che non è né di tipo enciclopedico (Borges) né catalogatorio (Warburg): un viaggio onirico e di certo arbitrario verso le pulsioni dell’essere umano e la sua irrazionalità o presunta tale. Non sento fascinazione autentica verso l’anima saturnina nei lavori proposti, ma colgo semmai la mera rappresentazione di un flusso carsico, mai impiegato come proiezione o proposta per una diversa accezione dell’opera d’arte. La coazione a ripetere tanto decantata non può essere cioè la scusa di un omologarsi al diluvio di immagini e avrei preferito che venisse attuata una ecologia della visione, per un approccio curatoriale certo più responsabile.
Un’ultima lancia, proprio partendo dal piacere sensoriale, però vorrei spezzarla: non è che proponendo una “edizione bella e leggibile” finalmente Gioni conferisce al dato formale ed estetico una rinnovata centralità? Diventando, quasi a sua insaputa, una Biennale democratica e diversa dalle ultime edizioni, potrebbe riconfigurarsi come rivoluzionaria.

Andrea Bruciati

  • antonio arévalo

    Come non essere daccordo con Brucciati.? Grazie Andrea per la lucidità delle tue opinioni.

    • Savino Marseglia (artista fuori dal coro)

      La Biennale della felicità nel “Palazzo Enciclopedico”

      Questa Biennale si presenta come una rassegna d’arte statica e omologata al culto dell’oggetto-feticcio.. A quanto pare questi feticci sono strettamenti legati alla moda del momento e ai desideri del mercato dell’arte e direi, non hanno niente a che spartire con il linguaggio dell’estetica.

      Come? Volete una dimostrazione. La prima. Artisti narcisi che scimmiottano le avanguardie storiche e il già visto e rivisto negli anni 60 e 70. Artisti o presunti tali che fanno finta di snobbare il sistema dorato dell’arte con finte e monotone performance con l’aggiunta di riti provocatori fine a se stessi.

      La seconda. Il curatore che propugna un “Palazzo Encicloopedico” con la semplicità di una difficile erudizione, di una visione e di un sapere e di un’interpretazione reale del mondo che non c’è…, per poi lasciare questo “sapere”, diciamo soggettivo, liquefarsi nell’odierno stagno dell’arte, dove tutto si presenta immutato nella misura in cui lo stesso “sapere enciclopedico” dice (a parole) di trasformarlo da cima a fondo..

      La terza. Nessun artista ha la capacità e la volontà di uscire fuori da questo pudrito stagno dell’arte…, da questi riti da salotto borghese…, e urlare al mondo reale lo spettacolo di un’arte alienata e il vuoto che emana.

      La quarta, artisti narcisi o presunti tali alla ricerca del successo nel “Palazzo Enciclopedico” e si sacrificano al tema enciclopedico come scolari distratti.
      Allora, signori aristi, illustri curatori e seguaci del “Palazzo Enciclopedico”, affidatevi ai padiglioni per trovare il contenuto di un’arte condivisa di un’istanza di trasformazione della realtà…ma non dimenticate: sempre sotto il segno del controllo del potere enciclopedico dominante.

  • pietro c

    condivisibili solo alcune delle considerazioni esposte nell’articolo. questa biennale è una biennale che ha segnato il passo e ne vedremo presto gli effetti. ritengo che la velocità con cui sono stati affrontati alcuni temi, sia in realtà necessaria per evitare punti di vista troppo stringenti, rispetto ai temi trattati.
    infatti quando nell’articolo si dice: “La seconda, strettamente connessa ma ben più grave della prima, è la mancanza di coraggio verso proposte veramente innovative, e per questo rischiose, che però aprivano ipotesi, tracce, persino ponti per il domani.” si evidenzia in realtà un dato positivo di questa biennale.
    gioni infatti propone temi irrazionali in modo razionale, anzi disincantato. evitando interpretazioni curatoriali troppo ardite che avrebbero limitato il “caos” interpretativo della mostra.

  • Condivido questo punto di vista. Qualche hanno fà ebbi una corrispondenza privata con Gioni, relativa al ruolo di curatore, sempre più vicino a quello di artista e regista. Lui non era d’accordo ovviamente, e credo che alla Fondazione Trussardi spesso abbia esaltato e ottimizzato l’artista. In questa biennale lo vedo invece come un MEGA Dan Vo.

    Ma forse è inevitabile quando abbiamo una predominanza del ruolo di curatore rispetto all’artista e una platea che vede solo gli addetti ai lavori. Quindi la mancanza di un pubblico vero che possa vedere e giudicare, e stimolare.

    Purtroppo l’opera oggi è un buono standard sovraprodotto (livellato e omologato come dice Bruciati) e sottoposto alla dittatura delle pubbliche relazioni (PR+ luoghi). Solo un contesto critico leale e aperto può fare RI-comparire opere, che non siano fatte di una materia fatta di pubbliche relazioni e luogo. Poi servirebbe un pubblico vero che non fosse formato solo da addetti ai lavori…come se in platea al cinema ci fossero solo attori, registi, cameramen, ecc.

    Ma trovate questo nodo su Whitehouse dal 2009, e dalla stessa data anche in diversi articoli pubblicati su Flash Art Italia.

    Anche il discorso INSIDER-OUTSIDER mi sembra inutile, oggi non ci sono più scuse, tutti possono “partecipare” con la propria opera e con il proprio progetto; il punto è trovare opere e progetti che permettano di argomentare opere e progetti, per ritrovare le ragioni dell’opera. Non servono opere nuove e innovative, quanto opere consapevoli. Invito al primo dialogo che trovate su Whitehouse: “uno spettatore che precipita 3”.

  • pneumatici michelin

    Bruciati fa un collage di cose già sentite: Belting, Ariatti,biennale reazionaria, Clair l’irrazionalità ecc) e non mi pare molto incisivo neanche quando parla di flusso carsico (e anche qui collage) e fà un pò ridere quando preferirebbe approcci culturali responsabili………..
    Non dice niente di particolare e ripetendo l’orecchiato ovviamente non riesce a sfoggiare particolare intelligenza.
    Più interessanti le ultime 5 righe dove si accenna ad una ritrovata centralità formale ed estetica, anche se il riferimento alla democrazia non è suffragato da connettivi logici .
    Per la rivoluzione speriamo bene ma forse si tratta forse solo dell’esaurimento delle abitudini che si erano ormai sedimentate da troppe brutte biennali.

  • Stefan S

    A bruciati! Magari le facessi te mostre cosi: sacre.

  • Eva

    Condivido totalmente questa lettura. Noia e mancanza di coraggio, aneddotica e bricolage misti con pochi sprazzi di vita pulsante e di emozione…

  • Gianni Chiaro

    prima riga: “Le ossessioni che Massimiliano Gioni ama fanno parte anche del mio background culturale e delle mie scelte curatoriali”. Non dico la storia dell’arte ma, cari (ex) giovani curatori, imparate almeno a scrivere in un italiano decente.

  • WB

    Scusate, ma a scrivere è lo stesso che ha curato il premio Moroso a Venezia?
    Ah ah ah ah…

  • Maria

    mi dispiace leggere spesso tra i commenti delle critiche distruttive che non portano a nessuna cosa e non danno soluzioni. Le argomentazioni potrebbero essere molteplici e anche i punti di riflessione, e molti di voi non fanno che attaccare la persona o il fatterello….questa tipico modo di fare, secondo me molto basso, è uno dei problemi di un sistema italiano che non collabora ma si sputa solo merda reciproca!

  • Cristina

    Sono appena tornata da questa Biennale, ancora frastornata non ho chiaro se mi è piaciuta veramente. Il termine reazionaria mi sembra proprio appropriato. Trovarsi di fronte a migliaia di disegni, pastelli, oli ossessivi o pseudo surrelisti è stato pesante seppur condito dal supporto critico e dalle condizioni espositive impeccabili. Non che l’argomento outsider non mi interessi, ho trovato molto più stimolante in questo senso il museo dell’Art Brut di Losanna, ma da una Biennale veneziana ci si aspetta novità e stimoli ben diversi da tutto ciò! La mia pazienza è stata messa a dura prova e quasi comincio a pensare che le voci più cattive abbiano ragione: che sia stata tutta una architettura per porre in risalto e spingere quegli artisti straconosciuti ed inseriti nel mercato che pur ci sono nella massa? (Charles Ray non si può neanche fotografare, il leone d’oro a Tino Sehgal è del tutto ingiustificato, dov’è finito il senso critico e la sua sottile ironia?).
    Quello che ricorderò certamente di questa Biennale fuori dalle righe è la volontà di Gioni di mettersi in mostra come artista-curatore e lo sfoggio di una cultura che non era richiesta dal contesto.

    • Cristiana Curti

      Perché il contesto non dovrebbe richiedere uno sfoggio di cultura (soprattutto se la cultura in questo caso non è solo sfoggio ma sostanza)?

    • Condivisibile la tua impressione Cristina. Sehgal in ombra in questa biennale ma Leone meritato; ma hai ragione sull’effetto Gioni artista, una sorta di grande Dan Vo…se vogliamo. Ma in questo non c’è nulla di male, basta essere consapevoli.

      Ma per farmi un po’ di sana pubblicità (e guadagnare tantissimi soldi) e far arrabbiare Cristiana Curti, ti invito a questa lettura di Indiana Gioni e la sua Biennale: http://whlr.blogspot.it/2013/06/la-biennale-dellantiquariato-la-mostra.html

      • Cristiana Curti

        Non mi arrabbio più da quando sono stata ripresa da Vincenzo Merola. E poi fra pochi giorni dovrò far anch’io un po’ di pubblicità a me stessa. Verrò qui, ‘ché tanto si può. In bocca al lupo.

        Comunque, non sono d’accordo in massima parte con Cristina, e per diversi passaggi neppure con Andrea Bruciati, ma si tratta di capire come si concepisce il ruolo di un vero curatore (che io, almeno in questo caso, chiamo critico). Il punto è che non si può pensare che “sfoggiare cultura” indichi una concezione di critica d’arte passatista e reazionaria e il “non sfoggiarla” un’altra a questa opposta. Capisco che a quasi tutti non piaccia sentirselo ripetere, ma il ruolo del critico è quello dare forma a un progetto o a una visione dell’arte (personale) attraverso le opere e gli artisti che contribuiscono a formarlo. Il bravo critico non si sovrappone alle opere, ma ne mostra il valore e, se ci riesce, ne illumina, motivandoli, aspetti che forse neppure l’artista avrebbe creduto essere presenti nel proprio lavoro. Tutto qui.
        Siamo ormai da anni non più abituati a concepire una mostra (questo è la Biennale) come un’interpretazione di un pensiero critico e abbiamo preteso che fossero le opere a parlare a un pubblico il quale, tuttavia, senza il sostegno di un pensiero guida, ha perso il legame con ciò che andava osservando ed era chiamato a celebrare. Da qui il senso di distacco di cui parla anche lr ma con altre spiegazioni.
        L’involuzione continua nel momento in cui l’arte Occidentale diventa un melting pot di correnti e scuole non più distinguibili fra sé, tali per cui è difficile ormai capire se un video è di un artista danese o portoghese. E questo non dovrebbe essere, secondo me, perché l’ambiente e la cultura che respiriamo dall’infanzia deve informare e influenzare la produzione artistica. Se troviamo omologazione nell’arte contemporanea occidentale (buona o pessima che sia, non parlo di qualità) e perché abbiamo abdicato a una conduzione sia per gli artisti che per il pubblico che ci permetta di leggere il mondo con chiarezza e magari contestare il sistema che ci viene proposto opponendone un altro.
        Negli ultimi venti trent’anni abbiamo assistito, in Italia ma anche altrove, perlopiù a molte rassegne di arte contemporanea (che altro abbiamo per conoscere arte? mostre e solo questo) in pubblici istituti e privati spazi che si dissociavano da un’interpretazione volontaria della contemporaneità. Al massimo ne enucleavano un tema, spesso neppure troppo interessante. Non desidero generalizzare, ci mancherebbe, ma la regola era questa e non l’eccezione. Il critico era un organizzatore (spesso coartato).
        Con ciò non voglio dire che Gioni sia il salvatore di tutti noi. C’è molto da dire sulla sua mostra. Ma senza dubbio ha dimostrato che un’idea d’arte, un’idea di società e della vicenda umana sulla terra hanno attraversato la nostra Cultura (occidentale, ripeto, c’è pochissimo fuori dal nostro Continente nel Palazzo Enciclopedico, e volontariamente) e ne hanno condizionato in modo trasversale l’evoluzione. Si parte da un certo movimento (letterario, direi) all’inizio del XX secolo e si conclude con il recupero di alcune posizioni, fino allo sfinimento delle stesse e all’agonia di molti assunti che ci hanno ordinato per decenni.
        A me è parso un lavoro estremamente interessante e non perché c’erano i disegni tantrici o delle comunità Shaker, ma perché è indubitabile che forme d’arte e sistemi tradizionali di veicolare la cultura siano passati anche in comunità e in menti o figure che non si potevano definire artistiche al punto che per molti di questi personaggi “spurii” era imprescindibile negare la paternità delle opere, affinché queste avessero una loro dignità e diritto a esistere. A queste forme di assimilazione si adeguano tutti gli artisti con maggiore o minore consapevolezza, ma sta di fatto che questa è una convincente lettura della questione “cos’è arte”, una faccenda che, mi pare, accende tutti gli animi da sempre.
        Qui c’è una risposta (una delle possibili risposte), non vedo grandi strutture di pensiero da queste parti in grado di confutarla, ma sono sicura che qualcuno opporrà un’alternativa a questa interessante costruzione intellettuale. Finalmente.

        • E’ un piacere leggerti quando non ti arrabbi ;-)
          Cara Cristiana, non mi permetterei mai di riprenderti… Il mio commento di qualche giorno fa voleva solo alleggerire la discussione. Sei sempre così pacata e rispettosa! Chi frequenta questo forum dovrebbe prenderti a modello!

          • Cristiana Curti

            Non sminuire la tua capacità di convertire i lupi in agnelli, Vincenzo. Ci si guadagna a essere pacati e riflessivi. La grinta è meglio tenerla per le grandi occasioni. Un saluto e tanta stima.

  • Angelov

    Vorrei intervenire citando due o tre libri che ritengo congeniali a questo dibattito; si tratta di “Mercanti d’Aura” e di “Fuori Cornice”, ambedue del professor Alessandro dal Lago e Serena Giordano.

    In questi due saggi, gli autori fanno una indagine molto approfondita su quella che potrebbe essere considerata come la terra di nessuno, che fa da confine tra ciò che viene considerato Arte Contemporanea e ciò che invece non lo è.

    A parte le ragioni sociologiche, di mercato, di gusto e quanto altro, che stanno alla base dei parametri per cui un certo manufatto è considerato arte ed un’altro no (nonostante sembrerebbe averne tutti i carismi), i due libri sono molto interessanti perché in qualche modo cercano di elencare quelle che sono anche le fonti di ispirazione di molti artisti contemporanei, cioè, tentano di andare alle fonti e alle radici insospettabili di materiali e stimoli che sono stati alla base della creazione artistica.

    Per chi voglia approfondire, rimando agli originali citati, ma per il resto, mi è sembrato che l’inclusione di tanta arte, quasi di confine, nelle scelte di Massimigliano Gioni, non si discosti molto da questo tentativo, e cioè di quasi allargare l’area di competenza dell’Arte contemporanea, nel senso di un allargamento anche dell’Area della Coscienza, come si diceva un tempo, e di cui artisti come Joseph Beuys ed i movimenti alternativi degli anni ’60 ne furono anticipatori.

    Il terzo libro da citare è doverosamente “L’economia Politica dell’Arte”, di John Ruskin, e questo per chi volesse farsi le ossa su di un classico inossidabile ed imperdibile.

    E bonus track finale, di Adolf Hildebrand, “Il Problema della Forma in Scultura e Pittura”: ma questo solo per quei pochi eletti che volessero approfondire e conoscere i segreti dell’arte della Scultura.