Serie #. 1. Signori, la mostra è finita

Su Artribune non ci si ferma mai. Inauguriamo allora una nuova rubrica, firmata da Matteo Innocenti, una delle voci più autorevoli del nostro giornale dalla Toscana. Una rubrica aperiodica, per fare il punto sullo stato dell’arte e sulla salute del suo sistema.

Joseph Beuys - I like America and America likes me - 1974

Dipende dai punti di vista, se considerarla una fortuna o il suo contrario, vivere quelle situazioni limite in cui le modalità acquisite, espressa al massimo grado e poi esaurita la propria potenza, declinando segnano il termine di un periodo. L’aspetto curioso è che la fine, ancora un attimo prima di propagarsi, pur nella sua già presente evidenza, non fa rumore: perciò i più possono fingere di non avvedersene, sperando che l’artificio della propria cecità serva, se non a eludere, almeno a rimandare il cambiamento in atto. Il motivo di tanta diffidenza? La coscienza che ogni trasformazione, quando avviene in maniera naturale, secondo una successione di eventi non subordinata a un controllo specifico, afferma un carattere sovversivo e sconcertante.
Ecco, nella catatonia generale accade che la mostra d’arte come la conosciamo e pratichiamo da molto, esaurito il proprio senso d’essere, si destini all’estinzione. A tale idea non si arriva per vezzo fatalista, ma tramite una realistica analisi degli eventi, dei rapporti di forza, delle prospettive che hanno improntato e improntano le prassi espressive ed espositive, ossia, insieme alla componente commerciale, il fulcro del meccanismo ‘arte’. Negli ultimi decenni l’impulso “cerebrale” da una parte, e dall’altra il progressivo allargamento a comportamenti e oggetti prima considerati estranei, fondando un discorso soprattutto metalinguistico – che cos’è l’opera d’arte? -, hanno permesso di raggiungere risultati insperati, in ogni significato possibile del termine. Infatti, la stessa sperimentazione continua e comprensiva a seguito di una fase prolifica, è chiaro che ogni spinta per via inevitabile diminuisce l’effetto, inceppandosi sul nome di un altro Dio – la novità a tutti i costi, anche a costo di consumarsi – è divenuta paradossale, convenzionale, stancante ripetizione di codici verificati e persino metabolizzati. Insomma, il desiderio di originalità, rispondente in seconda battuta ai capricci di un’economia speculativa e di una cultura sensazionalistica, nel bruciare ha prosciugato le fonti, lasciandoci la constatazione che oggi il numero maggiore delle ricerche artistiche, in quanto conformista per derivazione, arriva in ritardo sul proprio tempo.

Tomás Saraceno – On Space Time Foam – 2012 – Hangar Bicocca
Tomás Saraceno – On Space Time Foam – 2012 – Hangar Bicocca

In tale scenario di per sé asfittico, la formula espositiva tipizzata – si legga quattro pareti, qualche opera/intervento site specific o no, il viatico degli addetti ai lavori – sta a ulteriore inquadramento di quanto già sarebbe troppo inquadrato. Né purtroppo rappresentano reali varianti i cosiddetti contesti alternativi – spazi ibridi, recuperi industriali, situazioni non profit ecc. – se a mutare è soltanto il contesto scenografico e non il modo di realizzare. Attenzione: ciò non significa che non si possano raggiungere risultati interessanti. Significa che, se si raggiungono, è grazie al talento e all’originalità dell’artista nonostante il contenitore-mostra.
Dunque, che cosa faremo quando il caro estinto apparirà come tale e sarà riconosciuto agli occhi di tutti? Nell’emergenza della scomparsa, si avrà l’opportunità di avanzare ipotesi finalmente più attinenti all’attuale sensibilità estetica, sia nel verso della creazione che in quello della ricezione. Intanto, così da non perdere altro tempo e non aggiungere elucubrazioni al già ipertrofico intellettualismo, proponiamo: per una necessaria rigenerazione, gli artisti prendano per un po’ in mano, da soli e sicuri, le redini del gioco. Siano loro, in questa fase incerta, ad autogestirsi, senza indulgere al logoro processo delle raccomandazioni, degli accreditamenti, delle concessioni, e soprattutto senza subordinarsi alla curatela e alla critica. Poiché in generale la prima è troppo influente e la seconda senza spessore: la scomposizione dei ruoli farà bene a tutti, e il favore, anche quello che si traduce in celebrità e denaro, se deve, arriverà comunque.

Live in your head: When Attitudes Become Form - Kunsthalle Bern, 1969
Live in your head: When Attitudes Become Form – Kunsthalle Bern, 1969

Del resto, qui la posta non coincide con la riuscita di qualcuno, semmai con una ritrovata prossimità al pubblico, necessaria non per pietismo o per correttezza istituzionale, ma perché solo in rapporto agli altri l’espressione nasce di continuo. Questa è una strada percorribile per esiti di maggiore spontaneità e individualità: sì signori, quando la mostra finisce, l’arte può tornare a essere sé.

Matteo Innocenti

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Matteo Innocenti
In linea agli studi universitari in Storia dell'Arte inizia un percorso come critico e curatore. Collabora a vari progetti editoriali, in modo particolare prima ad Exibart e poi ad Artribune. E' direttore artistico di TUM, collettivo di artisti e di altre professionalità legate al mondo dell'arte, finalizzato alla ricerca e alla sperimentazione espressiva. Lavora inoltre come autore e regista per una società di video produzione fiorentina.
  • rasoio

    ok, sarebbe solo ora!
    e non abbiamo scelta!

  • Veramente ottimo questo contributo. Nel 2009 su Flash Art avevo cercato di argomentare una situazione che già era chiaramente percepibile. E sono stato considerato trasgressivo e screanzato tanto da venir sospettato “anonimo”.

    Le mostre convenzionali per “funzionare” tendono al “luna park per adulti” o diventano vere cacce al tesoro dove vedi spettatori bovinizzati con in mano un testo-mappa che gli dice cosa guardare e come (vedi ultima Documenta). Se guardiamo agli spazi no profit, vediamo solo proposte che vorrebbero essere quello a cui dovrebbero essere alternative. Da questa critica e da una progettualità diversa e non convenzionale nasce Kremlino in occasione della prossima Biennale di Venezia. Chiunque può partecipare previo confronto: http://whlr.blogspot.it/

  • Cristiana Curti

    …”ciò non significa che non si possano raggiungere risultati interessanti. Significa che, se si raggiungono, è grazie al talento e all’originalità dell’artista nonostante il contenitore-mostra.”…
    Appunto. E’ tutto qui. Ed è inutile chiamare la realtà con giri di parole che si rifanno al lessico che si vuole (sempre a parole) cancellare. Troppa produzione = svilimento di produzione. Troppo prodotto = nessun prodotto.
    Le vere mostre servono a riportare chiarezza, non a confondere. Tant’è che in Italia, e non solo in relazione al settore del contemporaneo (che perlopiù è piuttosto un maldestro fai-da-te tendente alla spettacolarizzazione di un fenomeno che capiscono in pochi ma a cui abboccano in molti) ma soprattutto a quello dell’arte cosiddetta storicizzata, in un anno se ne contano sì e no una decina di veramente buone e ben fatte. E quando sono ben fatte e di buon livello sono terribilmente utili. Persino insostituibili, e si ricordano per anni.
    Ma così era anche per il passato, quando la furia mostrifera era infinitamente più contenuta, e bastava a tutti poter godere – ad esempio – delle ricchezze già presenti nei nostri siti d’arte e nei nostri musei. Ci vuole tempo e studio e consonanza con gli artisti (soprattutto se viventi) per fare una buona mostra. Se il 99% dell’offerta è scarso, non vuol dire che l’1% eccellente debba essere gettato con l’acqua sporca. Basterebbe (come in politica) diminuire i numeri di questo ferale gigantismo e, invece, attendere a lavori collettivi di grande importanza.
    Troppi “artisti” = linguaggi consunti (in ogni genere delle arti visive). Troppa offerta senza cernita, troppa autogestione acritica, infine. Il sistema che si denigra (curatele/critici/mercato/artista che cerca di affermarsi svilendo la sua stessa natura) è ormai un mito per bocche buone, utile per non confessare a più chiare lettere che la maggior parte della cosiddetta arte che oggi osserviamo in mostre e contenitori diversi sparsi nello Stivale (e anche altrove) in realtà non è arte.
    Non che il mercato non abbia le sue (ben note) colpe, ma non c’entra effettivamente con l’individuazione del talento, né può in realtà costruire un talento dove questo non esista. Le presunte o reali supervalutazioni dell’artista x o y possono resistere per un lustro al più e poi da sole si ridimensionano. Ma un lustro non è nulla rispetto al tempo necessario per comprendere quando un artista è davvero importante per la nostra civiltà.
    Quindi, mi dispiace, non riesco a essere d’accordo con l’estensore dell’articolo: il contenitore di per sé non ha colpe, non ha carattere, non ha impressione, non è causa efficiente, non rappresenta neppure un simbolo, infine; hanno colpa gli artisti o almeno coloro che pretendono essere tali. Nessuna critica = nessun filtro = nessuna arte.
    Le convenzioni c’entrano ben poco, così come l’originalità. E’ proprio il talento che stenta a emergere senza un corridoio anche intellettuale che lo individui.

  • Angelov

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  • andrea bruciati

    articolo interessante ma sono d’accordo con le considerazioni di Cristiana

    • bruciati è d’accordo ma poi è il primo a lavorare da anni con artisti mediocri, vedi anche l’ultimo premio moroso. bella contraddizione, non c’è che dire
      paola

  • Bha sono d’accordo con Crisitiana. Spesso però il contenitore costringe e a rituali e linguaggi che partono affaticati in partenza. Il punto è la consapevolezza. Sono stato a vedere la mostra su Modigliani a Milano, e pochi minuti prima di entrare ho visto un cieco senza occhi in metropolitana e poi durante il video sull’artista una donna fra il pubblico identica ad una modella di Modigliani…questo per dire che oggi la mostra, come l’opera, è già legata ad una natura diversa (più livelli, più fluida) e molti curatori fanno finta di niente e sono incapaci a leggere questa dinamica…tutto quà.

    Quindi si finisce per subire la natura dell’opera contemporanea, perchè non si ha consapevolezza. Kremlino vorrebbe lavorare su questo, e in modo aperto senza barriere che non siano il confronto sul progetto specifico. La partecipazione è potenzialmente aperta a tutti.

    enjoy! http://whlr.blogspot.it/2013/03/kremlino.html

  • Angelov

    Lo scrittore Bukowski diceva che gli intellettuali riuscivano a rendere complicate le cose semplici, al contrario degli artisti che sanno rendere semplici le cose complicate; ed anche il grande Dostoyevsky non era da meno, quando pregava Dio di tenerlo sempre lontano e fuori tiro dai Letterati.
    Fino a quando si mischieranno i generi di arte, design, moda, pubblicità e quant’altro, in un unico calderone per poterci sguazzare meglio, per evitare il pericolo di far la cosa giusta, gli scenari che si presenteranno, sarà forse meglio tenerli a debita distanza, astrarsi da essi e prendersi una salutare vacanza.

  • Sulle mostre: se si crede che siano morte, basta non andare a visitarle. Si potrebbe organizzare una specie di sciopero. Iniziando dalla biennale che è un ossimoro visto che vuole esteriorizzare (esponendo) le immagini interiori quando queste nel momento che vengono esteriorizzate già sono altro da sé. State a casa vostra, guardatevi, se volete, quello che c’è su internet della biennale e provate a sviluppare le vostre immagini interiori in libertà. Questa è la vera biennale, non di Venezia ma di casa vostra.
    Sugli artisti: concentratevi sul vostro lavoro, non proponete i vs lavori in galleria. Rimanete degli hobbisti che amano quello che fanno; liberi. L’arte esiste solo dentro di voi non fuori.

  • Ancora un interessante, ma quanto mai ripetitivo, contributo sulla FINE di qualcosa. Un nuovo tassello da aggiungere alle pluriannunciate fini della pittura, dell’arte, dell’istituzione museo e ora addirittura della pratica espositiva. La “mostra” non è altro che la condivisione di un prodotto artistico con il pubblico: possono cambiare le modalità di fruizione, gli spazi, i canali e i codici, ma senza un rapporto tra il creativo e il pubblico verrebbe meno la base della comunicazione artistica. L’arte che rimane a casa propria e non si apre all’esterno, l’arte che si prende una “vacanza”, come suggeriscono Angelov e CoDa, è un’arte spuntata e senza prospettive.
    L’idea stessa di “fine” è sempre basata su una prospettiva soggettiva e spesso non è altro che una semplice proiezione sull’universale del destino mortale del singolo. L’individuo estende la propria finitezza a ciò che lo circonda, perché non accetta che qualcosa possa sopravvivergli. Invece di sentirsi parte della ciclicità della storia, isola la propria esperienza e, quando la percepisce come negativa, non sfugge alla tentazione di trascinare l’intero mondo conosciuto nella voragine del nefasto destino che gli è toccato in sorte. Non concepisce la possibilità di un cambiamento di rotta né l’idea di rinascita (l’umanità ne ha sperimentate tante) perché chiuso in un orizzonte di solipsismo e autodistruzione. Le uniche soluzioni che si prospettano all’individuo ripiegato in se stesso sono il superomismo o la follia. Il tentativo di superare i propri limiti non può che risolversi nella lotta disperata di chi afferma la sua superiorità contro le masse che disprezza: nel peggiore dei casi ha portato al suicidio in un bunker. D’altro canto, la constatazione dell’insensatezza dell’esistenza ha condotto non pochi alla pazzia. Invece basterebbe sollevare lo sguardo e scoprire ciò che è altro da sé, nel più banale esercizio di modestia, per percepire come relativi i concetti di fine e di inizio.
    Per fortuna, almeno, l’articolo di Innocenti è costruttivo e cerca di individuare delle alternative a un modello in crisi. Trovo invece preoccupanti alcuni commenti, sintomo di un’arrendevolezza scoraggiante, mentre sono completamente d’accordo con l’intervento di Cristiana.

    • Angelov

      Quando il fare arte o l’esporla diventa un processo compulsivo, è forse il momento di fare un passo laterale, ed uscire dalla fiumana.
      Il mettere in atto le condizioni per creare una possibilità di scelta, è già di per se un’impresa che richiede uno sforzo notevole, in una società composta ormai nella sua stragrande maggioranza da “anticonformisti”.
      Ho personalmente apprezzato molto l’articolo, e sopratutto la scelta di pubblicare la foto di Beuys con il coyote: una scelta coraggiosa in un contesto dove la figura di questo grande artista è stata completamente rimossa: troppo profondo, colto e difficile da gestire.

      • RicGav

        Sono pienamente d’accordo con Angelov e CoDa, il processo artistico, inteso come proprio dell’artista, ormai è sopravvalutato.Tutti possono essere degl’artisti, tutti possono mettere insieme oscenità e trarne beneficio in un modo o nell’altro.
        Forse il processo di purificazione di quell’1% come dice Cristina arriverà ad un 2% iniziando, da parte degl’artisti, a capirsi e a capire che non sei un fotografo se ti compri una digitale, e non sei un artista solo perchè hai modificato minimamente il lavoro di un “grande” e lo hai gettato in pasto al pubblico con l’appoggio di un curatore a caso……forse c’è bisogno di avere un pò più di umiltà in questo lavoro, e non solo presunzione ed arroganza.

        • Personalmente ritengo che dichiarare la FINE o la MORTE della pratica espositiva (dell’idea di mostra, dell’arte, della pittura, etc…) non sia affatto un atto di umiltà, anzi, il suo esatto opposto! Il trend escatologico nel quale si colloca questo articolo (e alcuni di questi commenti) è una presa di posizione radicale che in teoria invoca grandi cambiamenti, in pratica si riduce nella completa passività. Mi ricorda le prese di posizione di Grillo e del M5S che, per rincorrere un rinnovamento totale e utopico della politica, stanno di fatto tenendo in ostaggio questo paese condannandolo all’immobilismo e vanificando ogni tentativo di creare un governo che potrebbe fare qualcosa di positivo nella difficile situazione che stiamo vivendo.

          • Fausto

            Veramente, chi tiene in ostaggio il Paese non è ceramente il M5S, ma la stessa casta di “Partitosaurus” che a tutt’oggi domina in ogni settore della pubblica amministrazione. Una casta di burocrati superpagati, incompetenti e faziosi, specializzati in poltrone e nel difendere e conservarere i loro immeritati privilegi…

  • Fabio

    Mi sembra un articolo retorico e scritto con un lessico ridondante, se dopo tutto questo sfoggio di intellettualismo il senso del messaggio e’ che gli artisti devono riprendersi ‘il sistema’ …. viene da rispondere che da una parte l’hanno sempre fatto, dall’altra e’ pure giusto che ognuno faccia il suo mestiere. Quindi l’artista non puo’ diventare organizzatore, venditore, gallerista, curatore etc., piuttosto chiedetevi quanta responsabilita’ ha avuto la stampa complice, sempre avvezza a pubblicare veline e non recensioni.

  • Joe

    Concordo con Luca Rossi, il punto è la consapevolezza, sale o sale di Wanna Marchi? Perchè “mi piace”? Ecc ecc

  • @fausto
    provando ad andare oltre gli slogan, puoi spiegarmi in termini pratici e non ideologici perché l’ipotesi di collaborare con il centrosinistra su alcuni punti che il M5S ha inserito anche nel suo programma è per voi da rigettare completamente?
    Il M5S dichiara a gran voce la FINE di un determinato sistema politico, ma nei fatti non riesce a realizzare nulla di concreto per giungere in qualche modo al cambiamento. Probabilmente perché aspira a restare fenomeno minoritario per sguazzare liberamente proprio in quel sistema che tanto critica, senza assumersi alcuna responsabilità.
    Nel mondo dell’arte si comportano in maniera simile tutti gli artisti e gli operatori che in nome di una non meglio identificata “purezza” continuano a non sporcarsi le mani e a criticare dall’esterno il mercato e i clan elitari che dettano legge in merito alla programmazione culturale. Invocare una FINE (del concetto di mostra, della pittura, dell’arte, del sistema museale e chi più ne ha più ne metta) che non arriva mai, in realtà significa accettare lo status quo, sentendosi con la coscienza a posto. Chi spera nell’autodistruzione di quelle strutture che non condivide, si dimostra troppo pigro o poco motivato per cambiare davvero qualcosa.
    In una recentissima conversazione, che ho pubblicato da poco sul mio blog, Gian Paolo Guerini ha risposto a una mia domanda sul senso dell’operare artistico con queste bellissime parole:
    “C’è sempre una zona che si dilata e si contrae, tra l’inizio e la fine: a volte questa zona sembra un oceano affrontato con una barchetta, altre volte sembra assottigliarsi da sembrare impercettibile. Forse, fare è semplicemente la sua smentita. Proviamo a pensare all’orizzonte, che unisce mentre divide”.

    • Fausto

      Forse chi si esprime con la demagogia è proprio il PD sena L… che non fa altro che rifiutare le proposte del M5S. Il PD rifiuta l’abbassamento del 70% dello stipendio dei parlamentari; rifuta l’azzeramento totale del finanziamento pubblico ai partiti; rifiuta il finanziamento pubblico all’editoria e la stampa di regime; rifiuta l’abolizione delle province; rifuta l’abolizione dei senatori a vita etc. Allora come la mettiamo con questo PD e Centrosinistra?

      • Caro Fausto, con questa risposta non fai che confermare quanto scrivevo sopra. La logica del “tutto o niente” è una scusa per lasciare le cose come stanno. Per fortuna anche molte persone che hanno votato per il M5S iniziano ad abbandonare gli sterili atteggiamenti massimalisti, basta andare a leggere i commenti sul blog di Grillo!

        • Fausto

          Caro Vincenzo, da quello che scrivi, si intuisce subito che non hai compreso a fondo il programma del M5S. Ho l’impressione che tu leggi una certa stampa specializzata nell’a manipolazione dei fatti. Il Blog del M5S è un semplice strumento di democrazia diretta, partecipativa, dove tutti possono esprimere le proprie opinioni, anche il dissenso! Sarà la maggioranza a decidere poi le scelte e le future alleanze politiche. In questo non c’è nessun massimalismo, anzi, quando il M5S ha proposto al Pd di condividere insieme alcuni punti salienti del suo programma, il PD ha subito rifiutato ogni forma di collaborazione, tranne l’occupazione delle poltrone…

          • Vedremo cosa accadrà in queste ore, sperando che si riescano a trovare soluzioni utili al paese. Intanto siamo forse scivolati off-topic, mi scuso se il mio esempio ha generato una discussione parallela. L’importante è essere consapevoli, nel mondo dell’arte come in quello della politica, della differenza tra FARE, sbagliando magari qualcosa, e NON FAR NULLA senza sbagliare.

          • Fausto

            Caro Vincenzo, il mondo degli artisti vive e vegeta nelle acque torbide del mercato del potere politico e finanziario e non riesce ad uscirne. Gli artisti, gli intellettuali, dovrebbero uscire da questa palude e far sentire la propria voce. Ma non l’ho fanno! Se gli artisti avessero il coraggio di intervenire per diffondere un nuovo rapporto nella gestione delle istutuzioni culturali pubbliche, con proposte di formazione delle coscienze e del pensiero critico.. ,allora si potrebbe parlare di rinnovamento. Ma questi artisti sono tutti schierati con il potere dominante e non hanno il coraggio di fare una scelta di campo a favore del popolo.

  • Angelov

    Persino gli Americani, che fino ad ora hanno retto i fili della caduta dell’euro, e delle sue conseguenze oggi, per non perdere il treno in corsa, hanno finito per ammettere che il M5S, è la forza politica più attendibile oggi in Italia.

    • @Angelov (ancora OT ma l’argomento mi tenta troppo…)
      Quanto al commento di David Thorne, trovo quanto meno curioso che Grillo diffonda tweet con le parole dell’ambasciatore americano abbinate a una sua foto in atteggiamento benedicente, mentre definisce la Boldrini una foglia di fico. Sarei curioso di sapere se i valligiani di Susa, gli oppositori del Muos di Niscemi e tutti gli attivisti pacifisti che vorrebbero ridurre le spese militari (in particolare rinunciando all’acquisto dei famigerati F35) si sentono più vicini a Thorne o alla Boldrini.
      A parte questo, mi auguro come te che il M5S si riveli forza politica attendibile, facendo una vera scelta di responsabilità e appoggiando un governo che può davvero cambiare alcune cose importanti per il bene del nostro paese. Purtroppo le ultime dichiarazioni di Grillo, Crimi e Lombardi, che mentono spudoratamente definendosi “il primo partito per numero di voti (dato facilmente confutabile con i numeri e con i fatti) e chiedono a Napolitano un mandato pieno di governo, non lasciano ben sperare. Ancora la logica del “tutto o niente”: la vera foglia di fico dietro cui si nascondono ipocrisia e irresponsabilità.

      • Angelov

        @Vincenzo: L’ambasciatore americano a Roma, ha parlato tempo fa in un liceo della capitale, ed ha affermato che il M5S è l’unica forza politica seria e attendibile oggi in Italia. E’ una notizia che è stata diffusa anche dai giornali, quasi tutti, che avversano Grillo.
        Del resto, dopo così tanto tempo che l’Italia è stata nelle mani di un uomo di televisione e spettacolo come Berlusconi, c’era da aspettarsi che fosse appunto un’uomo di spettacolo come Grillo che si facesse vivo a togliergli lo scettro.

        PS. Leggo sempre con attenzione i tuoi commenti ed il tuo blog, che trovo molto utili ed interessanti.