La piccola utopia. Germano Celant racconta la mostra veneziana

Una grande mostra nella sede di Ca’ Corner della Regina. In attesa dell’apertura del colossale spazio a Milano. La Fondazione Prada continua a macinare riflessione sull’arte, passando da progetti monografici ad approfondimenti storici. A Venezia è quest’ultimo approccio a fare da padrone. Come e perché ce lo spiega Germano Celant in una intervista esclusiva.

The Small Utopia. Ars Multiplicata - veduta della mostra presso Ca' Corner della Regina, Venezia 2012 - photo Attilio Maranzano

Una mostra sul superamento dell’unicità dell’opera d’arte. Una mostra anti-benjaminiana?
È interessante notare che nel 1934 Marcel Duchamp mette in produzione, con una tiratura di 300 copie più 20 in formato deluxe, La mariée mise à nu par ses célibataires même o La Boîte verte, pubblicata da éditions Rrose Sélavy, a Parigi, quindi auto-realizzata, e due anni dopo Walter Benjamin pubblica Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit (L’opera d’arte nell’epoca delle sua riproducibilità tecnica), su “Zeitschrift fùr Sozialforschung”, sempre nella capitale francese.
Il testo di Benjamin sembra quasi una risposta “preoccupata” all’iniziativa di Duchamp, che nel 1941 riprodurrà in miniatura i suoi lavori, includendoli in un’altra scatola De ou par Marcel Duchamp ou Rrose Sélavy oppure La Boîte-en-valise.
Lo scorrere in parallelo di queste “interpretazioni” dell’arte, che secondo la visione tradizionale era destinata a perdere la sua aura, ma che, per un procedere innovativo tipico dell’artista, era invece proiettata verso una sua molteplicità, informa l’approccio teorico da cui è partito il progetto The Small Utopia. Di fatto per decenni si è sempre considerata, seguendo Benjamin, la riproducibilità come un fattore negativo, mentre gli artisti si sono sempre battuti per la sua affermazione e Duchamp ne è stato il paladino, sia concreto che critico.

Germano Celant, Patrizio Bertelli, Miuccia Prada e GiorgioOrsoni

Come si dispiega in mostra questa premessa storica?
Il salone introduttivo della mostra, al piano nobile, si apre proprio con le tirature, in diversi periodi, delle Boîtes. Tuttavia, per evitare una interpretazione “individualista” di questa attitudine a produrre per un pubblico allargato, si è pensato di mettere in contrapposizione a sinistra il procedere visionario e produttivo delle avanguardie, che dal suprematismo e dal produttivismo russi sono arrivate a de Stijl e alla Bauhaus.
Qui l’opera si è tradotta in “utensili” al servizio della comunità, da cui la presenza di ceramiche, giocattoli, vestiti, vasi, mobili, stoffe, tappeti, vetri, sciarpe… e gli esempi sono straordinari, perché comprendono artisti come Malevich, Mondrian, Feininger, Kandinsky, Suetin, Balla, Delaunay, Albers, Tatlin, Depero, Rietveld, a cui dall’altra parte, nell’ala opposta sempre sul piano nobile di Ca’ Corner della Regina, corrispondono i risultati meno utilitaristici, e quindi più emblematici, di una ricerca puramente visiva e plastica, quasi oltranzista, verso una “originalità” immaginaria, che concerne sia il dadaismo che il surrealismo, da Duchamp a Man Ray, da Oppenheim a Dalí.

The Small Utopia. Ars Multiplicata – veduta della mostra presso Ca’ Corner della Regina, Venezia 2012 – photo Attilio Maranzano

Il periodo preso in considerazione va dal 1901 al 1975. È piuttosto semplice immaginare una terza fase cronologica, diciamo dalla nascita di Internet in poi. Ma in mezzo cosa è successo, sempre pensando alla diffusione come anelito alla democratizzazione?
Si è tentato di tracciare una storia del “molteplice” nell’arte che partisse dalle prime esperienze di “diffusione” controllata a prodotta dagli artisti stessi e un primo documento , datato 1901, di questa avventura è la rivista “edita” da Pablo Picasso, che allora aveva 18 anni. Da questo medium, che si affiancava al produrre artistico tradizionale, la scultura e la pittura, per allargarne la conoscenza siamo passati a verificare le varie sfumature dell’idea di diffusione attraverso la tiratura di una “cosa” che si poteva identificare con un libro, un manifesto, un giornale, un oggetto, un vestito, un film, un suono, un’azione, una rivista… Certamente lo sviluppo di questo inglobamento di media, artigianali o tecnologici, si protrae oltre il 1975, data con cui abbiamo concluso la ricerca.
Ma la scelta di fermarci a quella data non è dovuta solo all’arrivo di nuove tecnologie, dal video al computer, e alla rete, che certamente hanno aperto un nuovo territorio tutto da analizzare, ma piuttosto al fatto che a metà degli Anni Settanta-inizi Ottanta si scatena un “iperconsumo” dell’arte. Con il ritorno alla tradizione del dipingere e delle scolpire, dove l’unicità e l’originalità sono entità metastoriche, care ai collezionisti e ai musei, il sogno di una diffusione intellettuale e conoscitiva allargata, quella che si reggeva sul pensiero duchampiano ed era arrivata a includere Joseph Beuys quanto Claes Oldenburg, si trasforma in una dimensione mercantile e di un consumo delle immagini, più che delle idee.
Il multiplo si fa pregevole come l’originale e di fatto diventa raro, al punto tale che, per sottolinearne il destino ultimo, The Small Utopia è strutturata come un museo archeologico, dove i reperti sono esposti in vetrine chiuse, quasi fossero tracce di una civiltà oramai giunta a termine.

The Small Utopia. Ars Multiplicata – veduta della mostra presso Ca’ Corner della Regina, Venezia 2012 – photo Attilio Maranzano

Ragionare sul multiplo, inteso in senso lato, è anche una presa di posizione sul mercato dell’arte e della cultura in genere. O è “solo” la registrazione di un fatto?
Costruire, attraverso un’esposizione, una lettura della storia non ha mai un intento moralistico, serve solo ad attraversare le vicende dell’arte con una prospettiva forte e intensa, che permetta un ulteriore interpretazione. La Fondazione Prada, dopo decenni di progetti speciali condotti in collaborazione con gli artisti contemporanei, sente sempre più la necessità di ripercorrere i filoni della storia dell’arte sia moderna che antica, sia per rileggerli secondo una visione inedita, sia per dare spessore a quanto la Fondazione ha fatto, partendo dal nucleo della sua collezione che ruota su protagonisti come Fontana, Burri, Castellani, Manzoni, Klein, Artschwager, Baldessari, Scarpitta, Kienholz, Richter, Kiefer, Foulkes, Anderson , de Maria, Gnoli, Ruscha e Heizer, per arrivare a Kapoor, Mori, Vezzoli, McQueen, Rehberger, Slominsky, Mc Gee, Sachs, Hirst, Friedman, Taylor-Wood, Koons, avventurandosi su Simon Fujiwara, Nathalie Djurberg e Ryan Trecartin.
Avvicinandosi a vent’anni di attività la Fondazione sente la necessità di dotarsi di uno spazio permanente, quello progettato da Rem Koolhaas in Largo Isarco, che dovrebbe aprirsi tra il 2013 e 2014, quanto di funzionare come un’istituzione museale, capace di produrre mostre storiche e contemporanee in collaborazione con i maggiori musei del mondo, dallo State Hermitage Museum al Museum of Modern Art di NY, al Museo Weserburg di Brema alla Tate Modern di Londra.

The Small Utopia. Ars Multiplicata – veduta della mostra presso Ca’ Corner della Regina, Venezia 2012 – photo Attilio Maranzano

La mostra non prende in considerazione solo l’arte visiva, ma anche gli ambiti “tangenti”. Con quali peculiarità e collaborazioni?
Oggi è quasi impossibile “territorializzare” l’arte perché la sua concezione è aperta a tutte le espressioni creative, si è quindi ampliato il suo ambito di “applicazione”.
La ricerca visuale da tempo ha rotto i limiti di una “teologia artistica“, per usare un riferimento a Walter Benjamin, e si è democratizzata fuori da un territorio che era “metafisico”. Tutto è accaduto proprio per l’industrializzazione, o ancor meglio, per l’avvento dei media che hanno cancellato ogni nostalgia per il passato e la tradizione, facendo entrare l’arte in un globalismo linguistico, senza pretese di superiorità tra le lingue.
Le condizioni per capire l’arte includono oggi tutti i patrimoni comunicazionali, che si nutrono di artifici e di virtualità. Quindi non si può parlare più di ambiti “tangenti”, ma fondanti, in cui l’identità dell’arte si è dissolta, non da oggi, ma dal XX secolo, come mostrano le vicende intrecciate tra arte e cinema, musica, editoria, radio, moda, design, teatro, televisione…

The Small Utopia. Ars Multiplicata – veduta della mostra presso Ca’ Corner della Regina, Venezia 2012 – photo Attilio Maranzano

Domanda d’obbligo: con che progetto le piacerebbe inaugurare la nuova sede milanese della Fondazione Prada?
Disponendo di oltre 17mila mq espositivi, il sogno della Fondazione Prada potrebbe essere quello di mostrare la sua molteplicità operativa e la sua attitudine multilinguistica, applicandole alla storia passata e presente, ma con una pizzico di visione del futuro.

Marco Enrico Giacomelli

Venezia // fino al 25 novembre 2012
The Small Utopia. Ars Multiplicata
a cura di Germano Celant
Catalogo Progetto Prada Arte
FONDAZIONE PRADA – CA’ CORNER DELLA REGINA
Calle de Ca’ Corner – Santa Croce 2215
041 8109161
[email protected]
www.fondazioneprada.org

 

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • Guido Cabib

    Mostra interessantissima e …Formativa!
    bravissimi!

  • Luca

    L’unicità per Benjamin era un fattore negativo? Ne siam davvero sicuri?

    • …mi pare che, nel testo, si dica l’esatto contrario : “Di fatto per decenni si è sempre considerata, seguendo Benjamin, la riproducibilità come un fattore negativo”

    • Si, lo penso anch’io che per Walter Benjam la multiplicità non fosse un fatto negativo, ma prendeva atto che con la l’uso della fotografia si entrava in un’altro sistema di lavoro; accettava il fatto che l’aura non fosse più unica, ma si potesse appunto moltiplicare.

  • maria

    un classico come l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica dovrebbe essere letto prima di fare riferimenti impropri.

    • mah

      dov’è il riferimento improprio? maria accecata dal laura

  • Angelov

    Ma Germano lo porta sempre quell’anello sull’indice della mano?
    Pare che gli servisse per impugnare meglio la stecca.

  • andrea bruciati

    intervista intelligente e mostra dall’indubbio fascino

  • Lorenzo Marras

    Giacomelli è una persona indubbiamente intelligente e anche devo dire colta ma non me ne voglia se gli faccio notare che le domande intorno ai temi trattati da Walter Benjamin non sono state altrettanto “intelligenti”.
    Questo non vuole dire che siano stato stupide, beninteso, ma colgo (nel richiamare Benjamin) un certo invito a trasformare la questione in facile conversazione.
    “ARTE” in Benjamin significa contesto in un ambito in cui una determinata Umanita’ Vi si raccoglie intorno. E’ ovvio che poi , il medesimo, è anche attento a coglierne gli sviluppi quando la stessa “ARTE” fuori esce da detti ambiti e diviene altro.
    ci sarebbe da dire altro, ma mi fermo qui.

  • Cristiana Curti

    Nella mostra veneziana – non tutta curata da Celant, soprattutto per le sezioni del primo Novecento e in quelle specifiche di video, suono ed editoria d’arte – c’è un equivoco di fondo non trascurabile, che deprime il contenuto teorico della mostra, la quale, invece, è notevole per la qualità e la quantità dei prestiti.
    Non tutta l’arte presentata a Ca’ Corner incarna l’utopia “democratica” (ammesso che un libro d’artista di Roth o un sonoro di Muehl o una sinfonia di Cage per 12 radio e direttore d’orchestra siano “accessibili” anche concettualmente al grande pubblico) della moltiplicazione in formato semplificato di un’opera “maggiore”.
    C’è un po’ di confusione fra la riproduzione seriale tout court e l’applicazione dell’arte (che come tale, rimane comunque progetto unico) a materiali diversi dal canone. Parlo degli arazzi, dei tessili, dei giocattoli, dei vestiti, delle ceramiche, di tutte le declinazioni della cosiddetta arte applicata affrontata dagli artisti di Bauhaus e Futurismo in particolare. Altrettanto improprio è presentare l’editoria d’arte (che si tratti di libri d’artista o riviste specializzate) come esempi di diffusione a vasto raggio di un tema o di una poetica artistici unici indi subordinati a una riduzione ideale perché raggiungano un pubblico non aduso all’arte (o impossibilitato ad avvicinarvisi per incapacità economica).
    L’editoria d’arte e di critica d’arte (che tratta di oggetti seriali per antonomasia, i volumi stampati) è un ramo della divulgazione che certamente amplia i suoi orizzonti (e il suo pubblico) dall’inizio del XX secolo, ma non si può dire che rientri di diritto nella teoria che si vuol fare portante (giustificativa) della mostra Ars Multiplicata.
    A parte questa impropria semplificazione e una certa discontinuità curatoriale che si nota nel percorso espositivo, la mostra rimane un appuntamento di grande rilievo e da non perdere.

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