Musei come chiese?

Contatto “ravvicinato” tra lo scrittore-filosofo Alain de Botton e Carolyn Christov-Bakargiev direttrice della dOCUMENTA (13). Intese sentimentali? Amore a prima vista? Per carità, neanche a parlarne.

Alain de Botton – © TED.com

Alain de Botton è un personaggio poliedrico e agile nel mondo della cultura d’oggi. Svizzero, quarantatreenne, vive a Londra e scrive in inglese, venendo poi tradotto in molte lingue, anche in italiano, naturalmente. Filosofo della vita quotidiana, scrittore colto, autore e conduttore televisivo, è abile nel maneggiare ironia e astuzia. Nel 2006 ha pubblicato il saggio Architecture of Happiness – edito in Italia con il titolo Architettura e felicità – da cui l’emittente televisiva britannica Channel 4 ha tratto un programma intitolato The perfect Home. In precedenza altri suoi scritti hanno avuto trasposizioni televisive di successo, come il saggio The Consolations of Philosophy, divenuto per la tv Philosophy: A Guide to Happiness. Si noti l’uso ricorrente della parola Happiness, “felicità”: stato di grazia di spirito e corpo. È questa la parola chiave che principalmente muove i suoi interessi intellettuali.
L’edonismo nel pensiero di Alain de Botton vuol sempre significare un prender cura di se stessi, ribaltando situazioni di tedio, d’insoddisfazione, di sofferenza. Le sue indagini filosofiche, che siano a sfondo sociologico, letterario o etico, hanno un che di pedagogico, tendono ad educare l’individuo a conciliare circostanze e stati di fatto con la propria vita interiore.

Carolyn Christov-Bakargiev – photo Eduardo Knapp

Consapevole del malessere che colpisce il singolo e la società in epoca moderna, ultimamente de Botton si è spinto ad occuparsi anche di religione, o meglio, di una religiosità al contrario, avendo scritto una guida alla felicità per i non credenti intitolata Religion for Atheists. In questo libro sostiene che è possibile rimanere atei convinti, pur adattando alla vita alcune consuetudini religiose. La prassi liturgica cristiana, per esempio, sollecita interazioni tra individui sconosciuti, quindi aiuta a coltivare spirito di solidarietà e di gruppo. Non sorprende se più recentemente le sue riflessioni hanno preso in esame anche la funzione dell’arte nel nostro tempo, ponendo una questione di fondo: i musei d’arte sono le nuove chiese? Il che, detto da un opinion maker come lui, può lasciare sgomenti ma non indifferenti.
Tant’è che la rivista tedesca Philosophie Magazin, edita a Berlino, accoglie un suo articolo e a stretto giro di posta recapita le sue tesi alla critica d’arte e curatrice italo-americana Carolyn Christov-Bakargiev. Una chiamata in causa non infondata, vista la centralità del suo attuale ruolo di direttrice dell’imminente tredicesima edizione della documenta nel Museum Fridericianum di Kassel, in Germania, indubbiamente tra le più prestigiose manifestazioni artistiche mondiali.

Philosophie Magazine, nr. 3/2012

Con un botta e risposta editoriale, il numero corrente (marzo/aprile) della rivista berlinese entra così in gioco ponendo la questione. Pubblica – come si è detto – un articolo di Alain de Botton in cui il filosofo argomenta intorno alla domanda per lui fondamentale, ovvero: i musei d’arte sono le nuove chiese? Prendendo per valida tale ipotesi, de Botton dice apertamente che i musei, questi nostri nuovi luoghi di culto in un mondo ormai laicizzato, dovrebbero sfruttare il loro potenziale in forma edificante dedicandosi ai nostri bisogni interiori con l’intento di aiutarci a vivere. Uscendo da un museo oggi ci chiediamo: quello che ho visto cosa significa? Al contrario, il Cristianesimo non ci lascia mai dei dubbi sul senso dell’arte, in quanto essa si fa strumento per insegnarci a vivere, cosa amare, etc. Pertanto, i musei dovrebbero spiegarci con chiarezza quale sia il senso dell’arte, smettendo così di “celebrare” la sua ambiguità, quindi divenire essi stessi luoghi di consolazione e di redenzione.

Museum Fridericianum, Kassel – photo Nils Klinger

Scabroso? Eretico? Utopico? Sollecitata da un’intervistata di Wolfram Eilenberger, caporedattore in persona della rivista berlinese, ecco Carolyn Christov-Bakargiev ribattere colpo su colpo. Accenna a teorie e nomi storici dell’arte, dell’estetica e della filosofia dell’arte, per sancire che tutto questo è semplicemente anacronistico. E non solo. L’idea di un’arte istituzionalizzata in analogia con un’istituzione come la chiesa è un concetto usurato, sostenuto per tutto il secolo scorso. Forse ora c’è nostalgia per certe argomentazioni? Rispetto all’arte in quanto tale, nessuno e tantomeno uno spazio istituzionale è in possesso del “perché”. Presupposto inquietante e pericoloso pensare che l’arte debba aderire a qualcosa. E dire che l’arte debba tornare a essere utile non è un’idea nuova, era tipica dell’avanguardia del primo Novecento che si opponeva all’autonomia dell’opera, avendo di mira la fusione tra arte e vita. Insomma, non ha dubbi Christov-Bakargiev: “Fondamentalmente sono per l’ambiguità”, perché un’opera d’arte in realtà contiene più significati, più livelli interpretativi, talvolta in reciproca opposizione. Peggio ancora se l’arte dovesse assumere su di sé l’iniziativa del soccorso personale: in questo caso, ribatte lei seccamente, “degenererebbe in psicoterapia!”

Franco Veremondi

Kassel // dal 9 giugno al 16 settembre 2012
dOCUMENTA (13)
a cura di Carolyn Christov-Bakargiev
MUSEUM FRIDERICIANUM
+49 (0)561 7072770
[email protected]
d13.documenta.de

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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.
  • ignazio mortellaro

    è sufficiente leggere Architecture of Happiness per capire di quanto reazionario sia quest’intellettuale. non solo, è incredibilmente banale nelle sue deduzioni. come fare polemica sul niente…

  • Se e’ anacronistico parlare di musei come chiese, e’ molto attuale, Cara Carolin, parlare di addetti ai lavori come setta religiosa chiusa..e al curatore come nuovo sacerdote del tempio….a discapito del centro dell’opera che c’è ma e’ fuori dal museo…

    Con Giacinto Di Pietrantonio abbiamo affrontato in autunno il rapporto tra chiesa e museo, ma ovviamente artribune pubblica solo ciò che viene dall’estero e dai luoghi gggiusti : http://www.whlr.blogspot.com/2011/12/oltre-il-giardino.html?m=1

  • Angelov

    Ma il contributo dell’Arte e della Cultura dato alla Religione, è sempre stato fondamentale: dalle qualità letterarie del Vangelo di San Giovanni all’apporto di quegli architetti, senza i quali le chiese non sarebbero neanche state costruite.
    L’arte di qualità dovrebbe mettere lo spettatore in uno stato di grazia: in qualche modo essere anche terapeutica, metterlo a proprio agio; succede a volte di uscire da un cinema in uno stato d’animo più elevato, rispetto a prima.
    Cercare di capire i meccanismi per mezzo dei quali questo miracolo è avvenuto, allora le cose si complicano.
    Il problema è che oggi c’è troppa produzione artistica, e troppo poca di vera qualità.

    • Il Gatto e la Volpe

      Intanto è bene chiarire che è accaduto l’esatto contrario la fede è stata uno stimolo per l’arte e non viceversa. Le qualità letterario del vangelo di Giovanni appartengono alla mentalità semitica (anche se è stato scritto in greco) e rispecchiano una tradizione all’interno di una comunità che comunque è legata alla testimonianza oculare di Giovanni. Senza la fede e senza la domanda di senso che questa è l’arte che non avrebbe potuto essere. L’arte che si fa testimone e interprete della Verità. Indubbiamente non la religione, ma la chiesa che è debitrice alle arti, ma in un certo senso lo sono anche le arti. Avessero oggi i collezionisti la cultura e la lungimiranza di certi mecenati tra papi e cardinali. Tengo a ricordare che se fosse stato per Michelangelo gli affreschi della cappella Sistina non ci sarebbero mai stati. Fu infatti Giulio II a insistere. Se fosse stato per lui avrebbe dovuto pensare solo alla tomba di Giulio II, ma grazie a questo papa, che poco valeva come Papa, ma che tanto valeva come mecenate è possibile oggi ammirare gli affreschi della cappella sistina. E’ solo un esempio. Oggi il collezionista per essere veramente tale dovrebbe non solo saper scoprire i talenti (cosa che neanche quella sanno fare), ma addirittura stimolare e incitare gli artisti verso mete che talora sfuggono anche a loro, evitando che gli artisti si crogiolino in inutili feticci destinati all’imbalsamazione museale.

  • Più che chiese io vedrei meglio il paragone: cimiteri per i musei di arte antica e per quelli di arte contemporanea vetri di shop-center…

  • Massimiliano

    Anzi tutto mi sembra un’ottima riflessione quella di Botton, in quanto é altrettanto vero che l’arte oggi, in questi Templi fra virgolette Musei d’arte Contemporanea, sono elementi politici, fughe di scappatorie culturali, dove come sempre architetti,geometri, ingenieri stanno come sempre e stato nei secoli e nei secoli. Amen. Nella nostra storia al servizio del Potere, siceramente a me non mi sorprende affatto, anzi, dovremmo approffittare questa spaccatura di destra e colpire nel bersaglio e formulare hipotesis. SErve d’avvero l’arte oggi? É ancora viva, quest’arte contemporanea che gira e gira attorno alle intellettualitá bizzarre del sigñor Duchamp, o meglio di succedanei come Beyus, oppure nel automutilamento di Pane, Bruss o di regina Galindo? Oppure esiste una morte apparente, dove come sempre l’uomo delega al mercato, o a questa bellissima invenzione che si chiama “Crisi”, come un burattinaio invisibile che ci goberna con le sue regole prestabilite? Insomma l’arte oggi che cosa è? Io credo che stiamo vivendo un brutto periodo: come arte mi sembra di essere nel Medioevo, anche se ho tutta la teconologia davanti a me, solo la utilizzo per svolgere delle attivitá che mipermettono la velocitá necessaria per comunicarmi. Pero no per crescere como individuo. É per questo che oggi abbiamo perdita dei valori humanizzanti molto importanti.E tutto va navigando verso la imbecillitá piú spaventosa di quella che incontrava San Tommaso D’Aquino o Dante. Forse la colpa é nostra che votiamo cosí come defecare, si ci vuotiamo tutti igiorni la testa come vuotiamo i nostri intestini, senza accorgerci che un bel giorno saremo come quel -replicante- che si domanda a che servo io? Ma la distruzione culturale assassinata dai mediocri. Questo esercito dilante e contaminatore che sta contagiando a tutto il Mondo, ed é peggio del alzheimer e della peste, ci trascinerá verso la “No” culturizzazione dell’uomo. Questra é la lotta che dovrebbe fare l’uomo salvare la sua intelligenza, salvare la poesía, la ´musica, la pittura, il cinema, il comic, l’arte-video, salvare ció che solo Lui puo fare, perché é l’unico animale che sa creare, oltre a fare quello che gli altri animali fanno soppravvire. Bisogna ritornare all’essenza della prassi come giustamente ci dice Wittengstein, e bisogna creare qualcosa che ci riesca a scuotere l’anima e la nostra uggiosa fannunllagine di vita come ci parlava Kierkegaard. E per fare questo, dobbiamo rispolverare il nostro passato rileggere Trotsky, Tolstoy, Dostoyevskj, Pirandello e recitare Strimberg o Shakespeare incluso Euripides. Perché é prtopio nbella poesía che ancora vive la creazione eterna….

  • Caro Massimiliano,
    questi paragoni col sistema religioso non funzionano più, sicuramente può funzionare quello con la moda, soprattutto presa nella sua struttura di promozione/distribuzione.

    Le giustificazioni filosofiche in questi ambiti suonano vaghe e indefinite, in quanto il settore dell’arte è molto più vasto di quanto trattato nel testo di Botton, che analizza solo una sezione, quella più commerciale, dimenticando forse quella più culturale.

    L’arte potrebbe servire se fosse arte, ma come ben sai oggi non è più così.

    Giusto o sbagliato non saprei nemmeno, so che il nostro “consumo” quotidiano è diventato vorace e narcisistico, per cui ne consegue una certa “crudeltà ” di consumo.

    Il ritorno al passato oggi non è fatto con uno sguardo di approfondimento e di “emozioni” ma fatto troppo spesso per una necessità contemporanea di giustificare il “consumo”, vedi ad esempio il caso Pasolini, usato da tantissimi artisti (italiani e non solo) senza assolutamente rispettarne il dolore e la complessità, ma per potersi iscrivere ad una notorietà più ampia…