La fotografia come racconto. Intervista a Ferdinando Scianna

Protagonista a Venezia con un progetto inedito dedicato al Ghetto della città, a 500 anni dalla sua nascita, il fotografo siciliano ne ha raccontato origini e sviluppo, allargando poi la visuale su una pratica che, da quasi cinquant’anni, lo colloca tra gli autori italiani più conosciuti al mondo.

Il sapore visivo della tradizione nell’immagine di un uomo che attraversa il Ghetto © Ferdinando Scianna / Magnum Photos
Il sapore visivo della tradizione nell’immagine di un uomo che attraversa il Ghetto © Ferdinando Scianna / Magnum Photos

Un tassello importante di Venezia trova nuova vita all’ultimo piano della Casa dei Tre Oci, sulla riva del Canale della Giudecca. Una sorta di racconto nel racconto, che prende forma in una delle dimore lagunari animate da una vis creativa centenaria. A tenere le fila della narrazione è Ferdinando Scianna (Bagheria, 1943), protagonista della mostra Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo. Oltre cinquanta scatti inediti animano una vera e propria storia visiva, che trae linfa da uno dei luoghi più iconici della città. Architetture, volti, atmosfere – resi ancora più densi da un ineccepibile bianco e nero – intrecciano i fili della Storia e della quotidianità, in un dialogo a maglie strette fra passato e presente, che rimbalza sulle finestre delle sinagoghe, prende fiato tra le preghiere del mattino e incontra il suo riverbero nei canali che circondano, vigili, uno spazio carico di memoria. Un’eco sommessa eppure persistente, che risuona nelle fotografie di Ferdinando Scianna.

Partiamo dalla mostra in corso alla Casa dei Tre Oci di Venezia. Quali sono state le origini e le evoluzioni del suo progetto fotografico intitolato al Ghetto della città lagunare?
Una commissione della Fondazione di Venezia per un reportage in occasione dei 500 anni dell’istituzione del Ghetto di Venezia.

Come ha orientato la scelta dei dettagli architettonici, dei volti e dei gesti da immortalare?
Io faccio il fotografo. Immortalare è un evidente abuso linguistico. L’architettura è quella del Ghetto quale si è andata definendo in cinque secoli di storia e di vicissitudini. Molto particolare. Una sorta di scena teatrale dove ancora è possibile cogliere tracce di quella storia. Così ho orientato il lavoro. Mi sono immerso nella vita e nell’atmosfera del luogo per cercare di raccontare i momenti peculiari e i volti significativi che lo abitano e continuano a farne vivere la storia…

Preghiera del mattino nel Midrash Luzzatto dentro la sinagoga Levantina © Ferdinando Scianna / Magnum Photos
Preghiera del mattino nel Midrash Luzzatto dentro la sinagoga Levantina © Ferdinando Scianna / Magnum Photos

Venezia è un “terreno” delicato su cui lavorare, per via della gamma di temi e questioni che la riguardano – penso, per esempio, alla serie di Berengo Gardin sulle grandi navi. Che tipo di rapporto ha instaurato con il contesto veneziano durante la realizzazione del suo progetto?
Venezia è una trappola visiva ricattatoria, per la sua strepitosa bellezza, per la consunzione che migliaia e migliaia di pittori e fotografi hanno finito col produrre della città mito, della città icona. Io mi sono limitato a muovermi nel Ghetto e a cercare di raccontarne la peculiarità. Il Ghetto è Venezia ed è contemporaneamente altra cosa.

Estendendo il discorso alla sua pratica fotografica e alla sua carriera, da sempre lei unisce l’interesse per la scrittura alla passione per l’obiettivo. Quali strumenti e quali strategie è necessario adottare per ottenere un racconto fotografico efficace?
La mia esperienza professionale ed esistenziale mi ha condotto a considerare che la fotografia abbia più parentele con la letteratura che con la pittura. Certo, ci sono tanti tipi di fotografia. Ma ho sempre considerato la mia un linguaggio del racconto e della memoria. Scrivere e fotografare sono per me due facce della stessa esigenza. Messe insieme in certi modi, le parole e le immagini, nessuna subalterna alle altre, possono dare vita a un linguaggio ibrido particolarmente efficace e per me denso di potenzialità.

Meditazione notturna in Ghetto Nuovo © Ferdinando Scianna / Magnum Photos
Meditazione notturna in Ghetto Nuovo © Ferdinando Scianna / Magnum Photos

Lei ha spaziato dal fotoreportage alle istantanee dedicate al mondo della moda. Crede che la versatilità sia un alleato prezioso per un fotografo?
Non ho mai creduto agli specialismi. La fotografia è un artigianato, è una maniera di guardare il mondo cercando di vederlo e raccontarlo. Un fotografo guarda e racconta paesaggi, gente che soffre ed è felice, persone, bambini, alberi, cose, animali. In tutto si specchia.

È stato il primo italiano a varcare la soglia dell’Agenzia Magnum. Che cosa ricorda di quel momento e del suo rapporto con Henri Cartier-Bresson?
È stato Cartier-Bresson a chiedermi di presentare la mia candidatura a Magnum. Senza questa spinta non l’avrei fatto. Eravamo già molto amici da anni. Magnum è stata importante, mi ha dato riferimenti ambiziosi, molti riconoscimenti e molte arrabbiature.

Il sapore visivo della tradizione nell’immagine di un uomo che attraversa il Ghetto © Ferdinando Scianna / Magnum Photos
Il sapore visivo della tradizione nell’immagine di un uomo che attraversa il Ghetto © Ferdinando Scianna / Magnum Photos

Spostando il discorso sul piano tecnico, a quale strumentazione ama ricorrere e come sono mutate le sue preferenze nel corso degli anni?
Tecnicamente sono sempre stato un minimalista. Il mio primo libro, a ventun anni, l’ho fatto con una sola macchina reflex e un solo obiettivo. Non ho mai avuto nessun feticismo tecnico. Le macchine devono essere buone, veloci, possibilmente leggere, e funzionare. Come le automobili. L’importante è che ti portino dove vuoi andare.

Quale crede sia, oggi, il ruolo del linguaggio fotografico?
Non credo abbia più la centralità culturale che ha avuto per quasi due secoli. Non si sono mai fatte tante fotografie come oggi. Ma forse non si è mai saputo meno perché si fanno.

Arianna Testino

Venezia // fino all’8 gennaio 2017
Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo
a cura di Denis Curti
CASA DEI TRE OCI
Fondamenta delle Zitelle 43
041 2412332
[email protected]
www.treoci.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/55521/ferdinando-scianna-il-ghetto-di-venezia-500-anni-dopo/

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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.