Turi Rapisarda è quello che si definisce un outsider. Uno che per scelta e per vocazione resta fuori dai contesti e le logiche del sistema. Artista marginale, da sempre, scomodo a sé stesso, refrattario ai compromessi, distratto dal desiderio a discapito della carriera, impermeabile alle regole, raccolto nel suo mondo di immagini vive, strutturate, perentorie, contemporanee e non alla moda, figlie di un bianco e nero tradizionale, senza mezzi toni, né ripensamenti.
Coi suoi sessant’anni circa, vissuti calandosi  con gli occhi e le mani nel dolore degli altri, nella purezza degli ultimi, nella follia dei dispersi, egli continua a raccontare un’idea di fotografia che è insieme esperienza corporea ed esistenziale. Le immagini di Rapisarda non lasciano spazio alla fuga, al sorpasso, all’esitazione; non ti svincolano, non si lasciano aggirare. Ti costringono alla visione. Satura di energie psichiche ed emotive, la fotografia è per lui un concentrato esclusivo d’umanità. Un ordigno pronto a saltare, utile ad addentrarsi tra i luoghi del margine, dell’intimo, del nascosto, dell’emerso. Intercettando storie, facce, persone. Presenze a cui inchiodare lo sguardo: il proprio e l’altrui.
E parla a un certo punto di sensi e di senso, Francesca Alfano Miglietti, curatrice della personale di Rapisarda dal titolo Corpi speciali, in corso presso la galleria RizzutoArte di Palermo: nell’efficace video intervista girata in occasione dell’opening, Fam, con  precisione, profondità e chiarezza, apre importanti questioni legate alla natura dell’immagine nell’arte, al suo rapporto con i corpi, gli sguardi e le anime delle persone, alla potenza disvelatrice dell’arte stessa, così lontana da quel valore economico attribuitole nella modernità, e così vicina a quella natura sacra che ne aveva segnato la genesi.

Recuperare il senso della visione, dunque, affilando i sensi. Imparare daccapo a vedere, a sentire. Essere nudi di fronte all’opera: per l’artista, che in essa coglie il mondo e lo riprogetta, e per il fruitore, che del mondo trova testimonianza proprio nello spazio speciale dell’arte, misurando quel sentiero che unisce il visibile e l’invisibile, il pensiero e le cose, il corpo e lo spirito, il divino e l’umano.  “L’arte è quella che ci ha fatto vedere anche Dio“, dice Miglietti. “Per cui l’arte ci ha abituati all’invisibile, ci ha abituati a vedere quello che non c’è, quello che si immagina, si sogna, si pensa, si spera, ma che non c’è“. In breve, si tratta di porgere il non essere attraverso l’esserci dell’opera. Lasciare che si inverino il senso e la forma, laddove l’essenza resta oltre, al di là.
E ancora: “Le facce, i corpi, le espressioni, le patologie, i desideri, le impotenze che rappresnetano le opere di Turi Rapisarda, ci mettono in contatto con un mondo che conosciamo molto bene. Ma questo mondo ce lo fa vedere l’arte. Questo mondo se non c’è l’arte, non c’è. Perchè noi queste persone, queste sensazioni, queste richieste di aiuto, a volte, non le vogliamo vedere. Noi siamo completamente ciechi nel reale. Noi vediamo delle cose solo quando l’arte ce le fa vedere“.
Verità struggente, scandalosa. Le opere d’arte sono gli occhi del mondo: canali per epifanie, illuminazioni, consapevolezza, stupore. Spazio del miracolo e della cura, in cui lasciare che le cose accadano per poterle agguantare, finalmente. Toccare? Vedere? Una coincidenza estetica che subito si fa ontologica.

Francesca Alfano Miglietti racconta Turi Rapisarda mentre racconta un senso possibile per l’arte. E lo fa con parole di radicalità e di delicatezza: difficile binomio che in lei si fa maniera d’essere, di condividersi. Ed è così perfetto lo scambio tra i due. Turi parla, dietro i vetri scuri dei suoi occhiali, con le sue parole rotte, smozzicate, e lo sguardo perduto chissà dove, mentre le mani si intuiscono nervose, inquiete, perennemente a disagio. Parla e si cerca,  nel disordine del suo archivio mentale, tra immagini naufragate e affastellate, tra corpi come piante, negati, sradicati, neutralizzati; corpi solitari, di schiena, a sdoppiarsi in un abbraccio autistico e accorato; oppure appollaiati su un trespolo,  fragili, precari, comunque senza volto e senza nome; corpi qualunque, divenuti immagine per volontà o per combinazione;  spesso invisibili, qualche volta recuperati, nella loro unicità plurale. Corpi e mani di vecchi, di matti, di bambini, di uomini e di donne in transito, in cerca d’quilibrio, tra nudità e pazienza, tra tormento e preghiera, tra resistenza e caduta. E la linea è ancora quella, ben tesa ma tortuosa, che avvicina l’uomo e Dio. Perchè se “l’arte ti dà la garanzia di essere eterno“, conclude Turi, l’opera è in fondo  “la traccia di qualcosa che ha a che fare con un ente supremo“.
Fotografia come salvezza e come celebrazione: nell’eco del sacro scoprire decine di corpi speciali, lasciandoli venire all’occhio, alla visione.

Helga Marsala

Turi Rapisarda, “Corpi speciali”
a cura di Francesca Alfano Miglietti

fino al 21 dicembre 2013
RizzutoArte – Via Monte Cuccio 30, Palermo 
tel. +39 091 526843
www.rizzutoarte.com

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.