Abbiamo parlato con Salima Hashmi, curatrice, e Faiza Butt, artista, entrambe protagoniste, insieme a molti altri nomi, di una mostra che si svolgerà nell’autunno del 2018 al Museo Diocesano di Milano, promossa da Italian Friends of the Citizens Foundation. L’obiettivo? Raccogliere fondi a favore dell’istruzione femminile in Pakistan.

Quando Italian Friends of the Citizens Foundation mi ha proposto di curare la mostra a favore appunto della Fondazione pakistana The Citizens Foundation, non ho avuto dubbi perché TCF è molto rispettata in Pakistan, in quanto il loro metodo e la loro attività hanno dato dei risultati tangibili che sono sotto gli occhi di tutti. TCF non è solo un ente benefico, si tratta di un’organizzazione che si prefigge risultati molto precisi, e tutti in Pakistan ne sono consapevoli e per questo molti artisti pakistani nel corso degli anni hanno supportato The Citizens Foundation. Così Salima Hashmi, curatrice, racconta la nascita di questa esperienza, co-curata con Rosa Maria Falvo, che porterà l’Italia, un Paese non interessato in partenza dalla diaspora pakistana, a ospitare la mostra Art for education: contemporary artists from Pakistan al Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano, nell’autunno 2018. Ognuno degli artisti, inoltre, donerà una propria opera che poi sarà messa all’asta per raccogliere fondi per TCF.

GLI ARTISTI

Tra gli artisti partecipanti, Adeela Suleman, conosciuta già a livello internazionale, ha offerto un’opera che dialoga alla perfezione con lo spazio del museo, “anche perché lavora a Karachi e ha visto ciò che fa The Citizens Foundation in Pakistan e come trasforma le vite delle persone”, precisa Hashmi. “Rashid Rana, artista molto noto al pubblico internazionale, che ha uno sguardo molto profondo e acuto, lavora sui paradossi che si creano guardando un’immagine. Più ci si avvicina alle sue opere e più si scopre che in realtà ritraggono qualcosa di diverso da ciò che inizialmente sembrano. Imran Qureshi che è pieno di empatia per la sua gente, ha la consapevolezza di dove vive e che rappresenta con la sua arte il Pakistan e per questo lo stimo molto, ma le sue opere hanno un appeal e un linguaggio universale”. Faiza Butt, invece, è un’artista che, anche se vive a Londra, quindi molto lontana dal Pakistan dove è nata, sente molto il tema della condizione femminile del suo Paese. Proprio con la Butt e con Salima Hashmi, incontrate nell’ambito di un convegno di anticipazione lo scorso 16 novembre (Dialogo sull’arte pakistana contemporanea al Museo Diocesano di Milano), abbiamo parlato per farci raccontare la mostra e anche un po’ del Pakistan.

Faiza But, Ersion 8, 2015
Faiza But, Ersion 8, 2015

PAROLA A FAIZA BUTT

Viaggi tanto e hai vissuto in molti Paesi di tutto il mondo. Ogni volta, che cosa ti porti dietro dal Pakistan e cosa cerchi invece di “prendere” dai luoghi in cui ti sposti temporaneamente?
Il mio background fa sempre da sfondo quando si parla di viaggi, migrazioni e spostamenti. Per ciò che concerne il tema dell’identità, i miei antenati vengono dall’Armenia all’India del Nord. Mi considero appartenente all’etnia Kashmiri, una regione contesa tra India e Pakistan. I miei antenati sono migrati da Pahalgam, Kashmir, fino a Amsitar (ora parte dell’India, nella regione Punjab) per commercio e lavoro. Sono stati costretti a emigrare ancora nel momento in cui il sub-continente indiano è stato diviso ed è nato il Pakistan. Sono nata a Lahore, dove ho avuto i primi anni di formazione. Nel 1995 mi sono trasferita nel Regno Unito per gli studi superiori e ancora oggi vivo qui.

La migrazione, dunque, è un concetto che ti appartiene…
È nel mio DNA, quindi il mio senso dell’io è molto poroso. Il Pakistan è stato fondato sulle premesse di una nuova ideologia, rompendo con la storia ricca di realtà del sub-continente indiano. Un problema germinale che per anni è emerso, in questa giovane nazione [nata nel 1947, N. d. R.], in forma di dittature, estremismi e violenza settaria. Il Pakistan dove sono nata è un posto diverso ora. Ho visto i cambiamenti, dal momento che non lo visito molto spesso, e ho visto il rinascimento culturale che sta attraversando il Paese. Abbiamo l’ascesa dell’ala della destra islamica, ma parallelamente la sua resistenza. Spesso condotta da donne attive in politica, legge, arti ed altre aree di pubblico interesse.

Quando visiti il Pakistan e gli altri Paesi, quali sono le tue reazioni?
Ho un senso di nostalgia di casa e molto spesso riparto con una certa preoccupazione. La disparità sociale e le agitazioni continuano, ma, come nota positiva, nutrono la causa e gli scopi di molti artisti. Forse ciò che io cerco di più nell’osservare ogni società in cui viaggio, mi sposto, ecc. è come le persone povere sono trattate. Ho avuto l’opportunità di viaggiare molto. Tendo a visitare i musei, i siti storici e le gallerie d’arte per primi, perché cerco anche di leggere la società attraverso le sue espressioni artistiche. Leggo i codici, i simboli e le icone che influenzano una società e marcano la storia identitaria. Ad esempio? La storia decennale della grandezza ottomana a Palazzo Topkapi a Istanbul, l’antico tempio cinese a Singapore, la ballerina infante di Jeff Koons al Rockfeller Center di New York

La mostra a Milano è a sostegno dell’istruzione femminile. Da donna con una propria carriera, come consideri la condizione delle donne nella tua nazione di origine? E che pensi delle donne occidentali?
I miei più recenti lavori sono legati al tema del gender, ma attraverso il prisma della condizione umana. La mia pratica ha supportato appieno il movimento femminista durante i miei anni pakistani. Gran parte della popolazione del mio Paese vive in aree agricole, ancora rette da leggi feudali draconiane. In assenza di un rigoroso sistema sociale, sono cresciuta sentendo storie di intolleranza e crudeltà. Purtroppo negli Anni ’80 il dittatore Gen Zia ha varato una legge contro le donne che continua a rendere la vita difficile alle donne che cercano giustizia. Tutto questo ha inoltre a che vedere con il fatto che molta della popolazione pakistana vive sotto la soglia della povertà ed è quindi debole di fronte alla legge. L’istruzione delle donne diventa dunque una materia pressante in questo clima sociale. Io sostengo la Charity CARE Pakistan, la più grande organizzazione non profit al mondo nell’istruzione ai bambini poveri, sia con donazioni professionali, sia con supporto finanziario. La questione femminista in Paesi come il Pakistan è completamente differente da quella dell’Occidente, dove ha a che vedere più col tema del lavoro. Sono i diversi sistemi economici a fare la differenza. Ad ogni modo, anche la condizione della donna nel lavoro all’interno della società occidentale è una sfida che mi appartiene. È particolarmente difficile, ad esempio, nell’arte, dove gli artisti non hanno salari regolari ed esseri genitori può costituire una battaglia monumentale da negoziare nel proprio cammino verso il diritto al lavoro.

Faiza But, Tales of Whopped fantasies
Faiza But, Tales of Whopped fantasies

PAROLA A SALIMA HASHMI

Hai detto: “It’s odd that the worse things are, the better art becomes”. Puoi spiegare cosa intendi con questa frase?
Voglio dire che quando si vive in un luogo in cui ci sono continui sconvolgimenti sociali, corruzione politica ed economica, conflitti e violenze, povertà, analfabetismo, ingiustizie, è più probabile che gli artisti rispondano in modo più viscerale e autentico a questi problemi che non riescono a ignorare. C’è un detto, “la necessità è la madre dell’invenzione”: in condizioni difficili i migliori riescono a dare il meglio, come nel caso degli artisti in Pakistan.
Alcuni di loro affrontano questi problemi e queste situazioni, altri cercano di evitarle, ma in ogni caso la loro sensibilità è influenzata dalle circostanze e da ciò che succede intorno a loro.

Hai una galleria a Lahore: com’è il sistema dell’arte in Pakistan? Come lavori con la comunità internazionale dell’arte nella promozione dei tuoi artisti?
La mia galleria non è la solita galleria commerciale, nel senso che non ho una scuderia di artisti che lavorano per me, bensì l’ho sempre considerata come un’estensione del mio lavoro di educatore, di critico, di curatore. Nei primi Anni ’80, quando ancora non c’erano gallerie private, ho aperto ad Islamabad la Rothas Gallery, che prende il nome da un vecchio forte. Fin da subito ho cercato di collaborare con artisti emergenti ed esporre dei lavori che normalmente non sarebbero stati mostrati pubblicamente, o di certo non in uno spazio pubblico. Ho deciso di aprire la galleria a Lahore dopo essere andata in pensione nel 2001, i miei amici mi hanno convinto a prendere un vecchio garage e a trasformarlo in uno spazio espositivo. Non è uno spazio commerciale, ma nonostante questo molti artisti con cui ho lavorato sono diventati delle star internazionali, e non credo sia solo una questione di fortuna, ma anche perché ho sempre cercato di insegnare qualcosa a questi artisti. Esponendo nella mia galleria hanno avuto e hanno molta attenzione da parte della critica ma sicuramente all’inizio non è stato facile per loro vendere le opere. Poi con il tempo si è formato un nuovo gruppo di giovani collezionisti e il pubblico sta diventando sempre più consapevole e colto. Educare è sempre stato l’obiettivo principale della galleria, è come una project room in cui gli artisti sono liberi di esprimersi con spettacoli, collettive o anche proponendo installazioni site specific.

Che tipo di supporto offri alle donne artiste del tuo Paese?
Fin dagli Anni ’80 ho intrattenuto rapporti con gli artisti e proprio nel 1983 ho scritto e firmato insieme a 15 artiste donne Il Manifesto delle Donne Artiste Pakistane, che è stato recentemente pubblicato da Penguin Books all’interno del volume Why Are We ‘Artists’? 100 World Art Manifestos. Tutte insieme abbiamo discusso di quello che stava succedendo a Lahore, della situazione generale in Pakistan, delle leggi oppressive non solo contro le donne ma contro le minoranze, dando il nostro supporto attraverso l’arte alla lotta non soltanto delle donne ma anche per l’ottenimento della democrazia.

Faiza But, Is this the man?
Faiza But, Is this the man?

Che cosa è successo dopo?
Da allora ho curato molte mostre di artiste pakistane, come ad esempio l’esposizione An intelligent rebellion. The women artists of Pakistan nel 1994 a Bradford, in UK, che è andata in tour in Inghilterra, a Parigi e anche nella sede dell’UNESCO, e ha documentato come in Pakistan, grazie al potere dell’educazione, si è formato un gruppo di donne artiste, poetesse, scrittrici, intellettuali, cantanti che hanno veramente rappresentato in quel periodo una forma di resistenza e hanno conquistato maggiore consapevolezza di sé iniziando un percorso che si è sviluppato dagli Anni ’80.  Fin dall’indipendenza del Pakistan le donne hanno avuto sempre un ruolo di potere e prestigio nell’ambito della formazione, ricoprendo ruoli ai vertici delle principali istituzioni educative e questo è inconsueto non solo per un Paese musulmano ma anche in generale. Agivano però in maniera silenziosa e quasi invisibile fino appunto al Manifesto del 1983 e oggi molte artiste donne pakistane fanno parte di collezioni pubbliche e private, fanno mostre nelle gallerie e alcune delle più importanti galleriste sono donne. È così non solo nel campo dell’arte, ma anche in molti altri ambiti culturali.

Come consideri la condizione delle artiste in Pakistan? Pensi che le donne siano aiutate nell’intraprendere le loro carriere?
Non penso sia stato facile per la maggior parte di loro. Negli Anni ’80 molte artiste erano madri single, non erano sposate, ma si prendevano cura delle loro famiglie, quindi c’era una forte pressione economica su di loro. Eppure non si sono piegate ai dettami del governo, che essenzialmente voleva si dedicassero all’arte “classica e tradizionale” della calligrafia, ma hanno resistito a differenza di molti colleghi uomini. In generale, in molte culture è così, la donna deve prendersi cura della casa, essere madre, solo per il semplice fatto che sia donna e seguire i propri desideri e inclinazioni non è sempre facile, a volte è un processo lungo. Sicuramente è molto importante avere un partner che ti comprende e ti sostiene e oggi molte donne artiste hanno avuto successo e le loro opere sono apprezzate dai collezionisti. Ad esempio nel 2009 ho curato una mostra a New York, Hanging Fire: Contemporary Art from Pakistan, e ho scelto artisti pakistani equamente divisi tra uomini e donne per dimostrare che sono alla pari sia nella sfera pubblica e internazionale che in quella domestica, perché per la donna non è facile avere il proprio ruolo ed è così non solo in Pakistan ma in tutto il mondo.

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.