Una prima riflessione a caldo sulla mostra curata da Christine Macel a Venezia. Viva Arte Viva non ci è piaciuta granchè, ma segna l’inizio di un nuovo corso per la Biennale

È una Biennale molto educata quella curata da Christine Macel a Venezia. Forse troppo. Di questo ci si accorge immediatamente, che si cominci dal Padiglione Centrale ai Giardini, come previsto dalla sequenza suggerita dalla direttrice stessa, o dall’Arsenale, dove ci sono sette dei nove “trans-padiglioni” pensati da Macel per declinare la sua mostra. Assenti i grandi guizzi curatoriali a cui siamo abituati da anni, spesso e volentieri nostro malgrado. Assenti anche i grandi nomi. Pressoché assenti le grandi opere: ce ne sono poche e sono collocate in maniera scontata, depotenziata.
Macel non ha selezionato grandi artisti. Perché da qualche anno costruire grandi mostre mettendosi a riscoprire nomi dimenticati è di gran voga. Peccato che, salvo poche eccezioni che confermano la regola, se un artista è stato dimenticato solitamente è perché non meritava di essere ricordato. Se un artista non lo sentivamo più da anni o se non era mai emerso, forse un motivo c’era. Peraltro quando questi grandi nomi ci sono (si pensi alle sale dedicate a Kiki Smith o a Philippe Parreno) i risultati sono tutt’altro che esaltanti.

57. Biennale di Venezia, Arsenale, veduta della mostra, ph. Andrea Ferro
57. Biennale di Venezia, Arsenale, veduta della mostra, ph. Andrea Ferro

UNA CURATRICE DA MUSEO

Ma tutto ciò premesso, questo editoriale che poteva apparire come una stroncatura bella e buona alla mostra più importante del mondo (almeno sino alla prossima Biennale), si tramuterà di qui in avanti in tutt’altro. Il ragionamento deve, insomma, salire di livello. La qualità degli artisti è importante, la qualità delle loro opere è importante, ma c’è qualcosa di più importante ancora: il quadro intellettuale entro il quale tutto questo è collocato, il contesto, la cornice storica, antropologica, politica. Il posizionamento che si decide di perseguire.
Christine Macel è stata innanzitutto coerente con se stessa. Nel senso che da lei ci si aspettava sostanzialmente questo. Bastava documentarsi su quel che ha fatto al Pompidou negli ultimi vent’anni. Christine Macel è quintessenzialmente una curatrice “da museo”, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta (gli uni e gli altri li leggerete fra poco nell’intervista che abbiamo realizzato durante i giorni di preview).

57. Biennale di Venezia, Giardini , Kiki Smith, ph. Irene Fanizza
57. Biennale di Venezia, Giardini , Kiki Smith, ph. Irene Fanizza

IL RUOLO DI PAOLO BARATTA

Salire di livello nell’analisi, dicevamo. Cioè passare, anche in maniera meramente gerarchica, dal direttore al presidente della Biennale. Il livello superiore si chiama dunque Paolo Baratta. È lui che ha scelto Christine Macel ed è sempre lui che, consapevolmente e scientemente, ha optato per scendere da una certa giostra, da una certa deriva dell’arte contemporanea. E farlo in maniera clamorosa, specie dopo la Biennale del 2015 curata da Okwui Enwezor (edizione che, a detta dello stesso Baratta, chiudeva una trilogia, insieme a quelle del 2013 curata da Massimiliano Gioni e del 2011 diretta da Bice Curiger).
Con la scelta di Macel, la Biennale di Venezia, l’istituzione culturale più importante del pianeta, sceglie di confermare in maniera risoluta il ruolo che le compete. “Istituzionale”, se vogliamo definirlo così. Sceglie di riaffermare il suo specifico, fissando in maniera netta e lucida dei punti di partenza che non sono più il sociale, il disagio, la temperie dei tempi, l’immigrazione. Tutto questo diventa – non sempre e solo quando è necessario e opportuno – un punto di arrivo semmai, ma il punto di avvio è di nuovo l’arte, sono di nuovo gli artisti, le loro pratiche, la loro capacità di emozionare e emozionarsi, la loro magia, la loro capacità di “fare mondi”, anche se questi mondi non hanno diretta e lineare relazione con questo mondo e i suoi attuali problemi.

Paolo Baratta e Christine Macel - Foto Andrea Avezzi - Courtesy La Biennale di Venezia
Paolo Baratta e Christine Macel – Foto Andrea Avezzi – Courtesy La Biennale di Venezia

UNA STRADA BATTUTA PER IL 2019

Posizionamento, dicevamo prima prendendo in prestito dal marketing. Ma cos’altro è questo, se non posizionamento? Cos’altro è questa scelta se non un’occupazione, finalmente, di uno specifico e di un territorio che è proprio della Biennale e che è clamorosamente lasciato libero da tutte le altre grandi mostre internazionali? Pensiamo in primis a documenta, dove – si pensi alla recente edizione di Atene – l’arte brilla per la sua inadeguatezza quando vuole a tutti i costi produrre una forzata riflessione o addirittura una patetica soluzione ai problemi del pianeta.
E allora viva l’arte viva! L’arte per l’arte. Gli artisti che fanno arte per coinvolgere l’attenzione delle persone (si pensi alle tantissime opere interattive, che chiamano in causa il pubblico e che si completano con esso). La Macel ha interpretato questo input politico di Baratta in una maniera così lucida , chiara, netta e plateale da risultare perfino banale. Ma viva la faccia.
Lo schema, l’architettura, la griglia, la sterzata politica rispetto al recente passato e alle altre mega-mostre “concorrenti”. Questo c’è tutto e funziona alla grandissima. Dopodiché, se all’interno delle caselle di questa griglia – quanto mai condivisibile da chi scrive – si fossero inseriti anche dei contenuti di maggiore qualità, dei nomi di maggior vaglia, degli oggetti artistici di maggiore suggestione, sarebbe stato molto, molto meglio. Ma la strada per il 2019 è stata battuta, e battuta bene. Basta ora un ottimo lastricato per completare l’opera.
Nel frattempo saranno probabilmente gli altri a seguire quello che si è deciso di intraprendere a Venezia.

– Marco Enrico Giacomelli e Massimiliano Tonelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • baccunin

    caro Giacomelli, non mi convinci nella seconda parte, scusa. Parti bene ma fai un paeracchio alla fine.
    Infatti parli di “quadro intelettuale” ma non specifici in che consisterebbe.
    Se ci fosse davvero e fosse solido ne parleresti.
    A me pare una delle Biennali più deboli mai viste da anni.
    Spazio allo specifico dell’arte? ma se gli aristi, come dici anche tu sono deboli, questo specifico non valeva la pena ed è semplicemente una fuga dalla realtà.

  • Dalla data simbolo del 2001 l’arte contemporanea, come la chiamiamo, vive una crisi di linguaggio da una parte e una sovrapproduzione di artisti, progetti e opere dall’altra. Si parla da anni del curatore come “autore” e “regista”, addirittura Baratta pala di TRILOGIA (???) manco fosse Oliver Stone. Gli artisti ci devono essere come “cartonati”, come comparse. Ideatori di gingilli di un luna park “per adulti”, per solleticare e far sentire l’adulto medio sofisticato e colto (per il resto c’è sky, suv, ps2, smartphone e il sesso). Gli artisti ci devono essere per creare gingilli costosi per ricchi (cit. Luca Trevisani), e quindi per il mercato:cosa vendere della trilogia di Baratta, o delle mostre di Gioni o delle mostre della Macel??? Ecco che allora gli artisti ci devono essere, omologati, prevedibili, mediocri, spuntati. E ci deve essere un contesto intorno che li esalta anche se sono mediocri. Io proverei a ripartire da zero, non a caso avevo proposto su Change.org un Padiglione Italia che iniziasse con audizioni pubbliche.

    Mi chiedo dove siano negli ultimi 17 anni questi grandi artisti? Forse basterebbe affittare un capannone fuori città per vederli tutti. E forse nemmeno, proprio perché il linguaggio dell’arte contemporanea è in crisi, e tutto ciò che entra in un museo o in una galleria sembra spuntato in partenza.

    Vezzoli diventa super curatore e seleziona dagli archivi Rai (postproduzione da fine anni 90); Damien Hirst accetta la sfida del contenuto e finisce per creare gadget di un film che non esiste, e quindi perde; Maurizio Cattelan come Hirst lavora sul contenuto di qualità, ma in modo più raffinato e provocatorio, ma si ritrova in una una continua retrospettiva e lo vediamo nelle pubblicità come un vecchio tronista (cit. Luca Beatrice); Tino Sehgal grande picco a Documenta nel 2012 poi anche lui perso in intellettualismi auto-distruttivi; esultiamo quando vediamo Felix Gonzalez Torres e il disimpegno ficcante di Martin Creed; alla fine mi sono ritrovato ad apprezzare la sfrontatezza dei calchi di Sarah Lucas al padiglione UK 2015; sempre ottimino Santiago Sierra ma anche lui va di retrospettiva. E poi? Weiwei mediocre artista ma ottimo per fornire brand di vendita facile; la noia mortale di Bill Viola? E poi??? E stiamo parlando di tutti valori emersi prima del 2001, non a caso….(forse tranne Sehgal). Sempre bravo Francis Alys, ma un poco mellifuo. Qualche cosa bella di Urs Fisher. E poi?

    Ecco che oltre la pittura, questi “valori anni 90” e gli artisti vintage originali (Boetti e Co), esiste una quarta via. Ma per percorrerla bisogna abbandonare prima di tutto un certo professionismo a cui per esempio ti costringono le scuole d’arte. Questo non significa non essere professionali e seri. Ma una quarta via esiste, e farete fatica a trovarla dentro le cornici istituzionali pubbliche e private odierne.

    • LUCA ROSSI

      Sostanzialmente Massimiliano Tonelli crede che fare bene un bar possa essere più bello, più rivoluzionario, è più figo dell’ennesima opera d’arte decorativa (leggi Ikeaevoluta) o politicamente-socialmente impegnata. E ha ragione. Ma si potrebbe fare meglio, vedi appunto la quarta via.

  • Filippo Cecconi

    forse si poteva cogliere la debolezza, di ricerca e linguaggio, già dal naming proposto. viva arte viva. ma dai.

  • Se queste sono le premesse c’è da ben sperare, finalmente una svolta e una presa di posizione decisa in cui protagonista torna l’arte o meglio l’arte per l’arte, fuori da scontati compromessi con il sociale e da altre forme di ibridazione per tornare al ruolo che le compete.

  • Biennale Di Venezia un’altra storia , ma importante esserci, girando vedo chi cerca il nome di un artista chi si ferma a visionare video belli o brutti chi cammina, guarda osserva poi scatta foto una dietro l’altra che dire che bella questa Biennale la numero 57.

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