Dialoghi di Estetica. Parola a Valerio Rocco Orlando

Dopo la formazione in drammaturgia presso l’Università Cattolica di Milano, Valerio Rocco Orlando si è perfezionato in regia cinematografica presso la Queen Mary University di Londra. Il rapporto tra arte ed educazione, il ruolo delle relazioni e lo scambio dei saperi nella pratica artistica sono i temi affrontati in questo dialogo. In cui Orlando presenta in anteprima il suo ultimo progetto commissionato da Amaci: “Osmosis”.

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Valerio Rocco Orlando, Una domanda che cammina (Lucca), 2016 - Courtesy dell'artista e Associazione Culturale Dello Scompiglio

Valerio Rocco Orlando, Una domanda che cammina (Lucca), 2016 – Courtesy dell’artista e Associazione Culturale Dello Scompiglio

Nel tuo lavoro torni costantemente a esplorare il rapporto tra arte ed educazione. Di che rapporto si tratta?
Sono convinto che non vi sia una netta divisione tra arte ed educazione, anche se mi rendo conto che spesso nella pratica le cose vanno diversamente. Questo rapporto è continuamente messo a repentaglio, specie se consideriamo i musei d’arte contemporanea e le accademie. Credo che il problema stia nella distanza tra chi crea, chi cura l’arte e chi si occupa di educazione.

Si tratta di una distanza che può essere in qualche modo ridotta?
Certo. Si raggiunge un punto di incontro nel momento in cui si lavora insieme e direttamente sulle urgenze. Su questioni e necessità da affrontare assieme perché riguardano tanto chi fa arte quanto chi se ne prende cura, chi ne riconosce la sua natura educativa e chi ne può fare in qualche modo esperienza. Personalmente credo nella possibilità di coltivare un terreno comune sul quale mettere in dialogo esigenze condivise che possano fare nascere reazioni e relazioni. Mi attraggono le idee che sorgono direttamente dal quotidiano e che, in fondo, confermano proprio il legame profondo tra arte ed educazione.

E, immagino, altrettanto quello con la dimensione relazionale.
Sono tutti aspetti della stessa pratica. Da una parte la dimensione educativa, dall’altra quella relazionale. Questo vale sia nel caso del mio lavoro da artista sia quando mi dedico all’attività di insegnamento. Penso all’educazione e alla relazionalità come a due fasi del medesimo processo. Un percorso di conoscenza che può essere condiviso da più interlocutori. Si tratta, in fondo, di una costante pratica di confronto. Non parlo mai con un linguaggio astratto, ma provo a entrare piuttosto nella quotidianità concreta di ciascuno, soffermandomi su temi che ci riguardano da vicino. Sono interessato ai punti di vista e alle esperienze che chi viene coinvolto è disposto a condividere a partire da un mio invito.

Fare arte equivale allora a fare educazione?
Non per tutti. Per me, entrambe consistono nello sviluppo di un processo di formazione reciproca. Io non sono un mediatore, non ho mai un programma da insegnare. Semmai, ad attivarsi è un ininterrotto rimbalzo di idee e punti di vista. Fare arte significa innescare relazioni che favoriscano uno scambio di conoscenze alla pari. Una relazione paritaria che nasce dalla consapevolezza di non porsi limiti nella vita di tutti i giorni, e ancora dal desiderio di vedere le cose come sono e chiamarle col proprio nome. Il dovere di dire la verità resta, oggi, agli intellettuali e agli artisti: un compito caratterizzato dalla scelta quotidiana di correre rischi.

In che cosa consiste il rischio?
Nell’individuazione di altre modalità di relazione e, in particolare, nel poter disporre di ulteriori possibilità di scambio. Il rischio nasce non solo se si attiva una relazione comunitaria, ma già quando si riesce a innescare un dialogo con una sola persona. Come in una relazione d’amore, se non è reciproco non funziona.

Valerio Rocco Orlando - photo Angela Improta

Valerio Rocco Orlando – photo Angela Improta

In base al numero di partecipanti e di interlocutori muta anche la percentuale di rischio. Come si traduce questo ulteriore risvolto nel tuo lavoro?
Uno dei miei obiettivi è attivare desideri di relazione e capacità di azione, sperimentando modalità alternative a quelle che già conosciamo. Lo spazio delle relazioni è anche uno spazio di resistenza, nel quale si impongono diverse possibilità, permettendoci di vedere le cose da un punto di vista inedito. Tuttavia, non credo che si possa raggiungere questo risultato se si intendono la partecipazione e la relazionalità come fattori esclusivamente interni alla pratica artistica.
Per me la dimensione della durata per esempio è cruciale per andare nella direzione opposta, fuoriuscire dai confini dell’arte ed entrare nel quotidiano. Il mio lavoro è condotto in termini di appartenenza e non di esclusione. Se la comunità sarà più grande il rischio potrà anche essere proporzionale alle sue dimensioni, ma anche in quel caso privilegio incontri e confronti uno a uno.

Qual è la ragione che ti porta a privilegiare una relazione prima di tutto individuale?
Il confronto, un ascolto attivo e l’individuazione delle urgenze sono possibili dialogando vicendevolmente, uno di fronte all’altro. È una questione di responsabilità. Perché fai arte e perché la cerchi? Assieme all’esigenza di affrontare questa domanda su un piano individuale, sta diventando sempre più importante per me anche il ruolo della fiducia nelle relazioni. Questo vuol dire fare i conti con le diffidenze che inizialmente caratterizzano le dinamiche relazionali e, soprattutto, con la continua possibilità di rinegoziare, secondo diverse strategie, i propri ruoli.

Addentriamoci nel tuo lavoro e proviamo a ragionare sugli aspetti che hai fin qui introdotto. In che direzione stanno andando i tuoi ultimi progetti?
Ho in cantiere tre opere diverse l’una dall’altra, un lungometraggio di cui ancora preferisco non parlare, e due interventi nella sfera pubblica per certi aspetti anche affini. Una domanda che cammina è un’installazione itinerante con cui cerco di concretizzare diversi interrogativi che riguardano l’arte pubblica. Più che occupare in modo permanente un luogo, sono interessato a creare uno spazio di confronto, in movimento, che ogni volta promuove un incontro inedito.
Anche in questo caso privilegio il rapporto uno a uno con lo scopo di attivare una relazione di senso all’interno della comunità. L’incontro è il mio medium. Non è mai un raduno di persone, da valutare in termini quantitativi.

Perché l’hai intitolata così?
Il titolo rimanda al continuo nascere delle domande e ai cambiamenti di direzione che subentrano nel dialogo in stretto rapporto alla casualità degli incontri. Un lavoro che porta in primo piano l’aspetto dell’umanità e delle conversazioni che in qualche modo hanno influenzato il mio percorso di formazione e di ricerca artistica. Eco dei viaggi e delle ricerche di questi anni, Una domanda che cammina è il pellegrino, l’artista, l’arte stessa.

In che cosa consiste questa tua opera?
In una tenda ispirata a un pellegrinaggio fuori dal tempo si tengono incontri individuali tra il pubblico e gli ospiti che ogni volta scelgo di coinvolgere nel progetto, in una sorta di public program aperto a tutti. Il partecipante non sa mai chi è l’ospite che lo attende; lo scopre solo quando si toglie le scarpe e decide di entrare. In questo lavoro, in cui l’attesa è parte integrante del processo, prevale l’aspetto della rinegoziazione dei ruoli. Sia perché i dialoghi sono tra l’ospite e il pubblico e non con me, sia perché si tratta di una relazione paritaria tra individui fino a quel momento sconosciuti. Grazie a un rapporto di fiducia con i partecipanti sto sperimentando una nuova via per cui l’artista è presente in assenza, attraverso un alter ego, una guida.

Valerio Rocco Orlando, OSMOSIS, 2015. Production still. Courtesy dell'artista

Valerio Rocco Orlando, OSMOSIS, 2015. Production still. Courtesy dell’artista

Come sono stai scelti gli ospiti e in che modo riesci a raggiungere l’obiettivo della rinegoziazione dei ruoli?
La scelta è in base alla relazione con il contesto comunitario di riferimento in cui viene, di volta in volta, inserita l’installazione. L’ospite è in qualche modo una figura terza proprio perché io non sono nella tenda. La rinegoziazione dei ruoli sta tra me e l’ospite, perché in fondo lo delego a fare le mie veci, così come tra l’ospite e il partecipante della comunità. Io chiedo a ogni ospite di portare con sé una domanda che possa rivelare un’urgenza e che arriva – o, appunto cammina – con lui fino al luogo in cui sarà installata la tenda e si terrà il dialogo. Un lungo processo di confronto in cui a un certo punto mi faccio da parte, lasciando a ognuno lo spazio per metterci del suo.

Perché dare così importanza alla domanda?
La concepisco come una spinta. La domanda è fondamentale non solo per l’ospite, ma altrettanto per la comunità in cui viene posta, perché viene messa in relazione con il momento storico in cui viviamo. Non prevedo nessuna registrazione audio o fotografica all’interno dell’installazione. Solo a posteriori invito l’ospite a inviarmi una lettera in cui mi racconta la sua domanda assieme ai ricordi degli incontri che ha avuto nella tenda. La lettera è documentazione e traccia delle direzioni che ha preso il dialogo.

Parliamo invece dell’altro tuo progetto. Di che cosa si tratta?
Osmosis è un’opera d’arte partecipativa su scala nazionale, concepita come un rizoma per sondare e ridefinire relazioni, senso e appartenenza tra pubblico e arte contemporanea, in una scena multipla simultanea. Dopo essermi interrogato, negli ultimi anni, sul ruolo dell’artista e sulla funzione pubblica dell’istituzione museale, son riuscito a concretizzare il mio desiderio di confronto diretto con pubblici diversi grazie a una commissione di AMACI – Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani per l’Educational Day 2016.
Osmosis mette al centro della ricerca e della produzione del lavoro i Dipartimenti Educazione dei musei associati. Ho incontrato i loro responsabili personalmente in un lungo viaggio di ricognizione attraverso il territorio: dal Castello di Rivoli al Centro Pecci, dalla Galleria civica di Modena alla GAM di Torino, GAMeC di Bergamo, MACRO, Madre, MAMbo, Mart, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, MAXXI, Museion, Museo del Novecento e PAC, dal Museo Marino Marini fino al MUSMA di Matera – solo per citarne alcuni.
Alla base di questo lavoro c’è una riflessione sui linguaggi delle arti contemporanee e sulla fruizione del pubblico in Italia. Io credo che oggi, più che sconvolgere o risolvere, l’arte possa aprire un varco per il raccoglimento e la ricerca di un senso condiviso, nell’ottica dell’ascolto e del confronto. Intendo l’arte come possibilità per rinnovare le relazioni. E i musei sono per me i luoghi deputati a questa trasformazione, a partire dalla responsabilità del patrimonio come cosa pubblica. Con Osmosis capovolgo i termini di valutazione dell’esperienza di fruizione, dichiarando come la partecipazione non possa essere valutata in termini esclusivamente quantitativi ma innanzitutto qualitativi.

Come stai lavorando per ottenere questo risultato?
Il progetto si compone di diverse fasi. Innanzitutto ho fatto una indagine sul campo andando fisicamente in ciascuna sede museale per dialogare con diversi interlocutori, direttori, curatori, responsabili e mediatori dei Dipartimenti Educazione. Queste visite, da nord a sud, hanno rappresentato per me un vero e proprio percorso di formazione che mi ha permesso di mettere a fuoco le necessità e le urgenze da affrontare. Nessuno l’aveva mai fatto prima e il desiderio di ciascuno di essere ascoltato e incluso mi ha sorpreso a ogni incontro. In una seconda fase abbiamo individuato, assieme a ogni partecipante, una domanda che sintetizzasse le diverse questioni emerse nel territorio. In ciascun museo, dopo aver dialogato e affrontato i diversi aspetti che caratterizzano la realtà di ogni istituzione, ho chiesto di formulare una domanda, da rivolgere al pubblico, il 6 marzo 2016, in occasione dell’Educational Day. La stratificazione di queste domande, scritte a mano con diverse grafie su una tavola che portavo in viaggio con me, come traccia dell’incontro e medium del lavoro stesso, ha reso visibile la prima attivazione del processo di scambio nella rete dei musei. In ogni modo, sarà la possibilità che avrà il pubblico di entrare in dialogo con questi quesiti a completare il lavoro, rispondendo, ognuno con la propria grafia, su cartoline che rievocano la tavola.

Qual è l’obiettivo che vuoi raggiungere con questo progetto?
Per me Osmosis è già vivo, mi auguro dia vita ad altre e nuove idee. Assieme a ogni museo abbiamo elaborato una domanda, l’abbiamo condivisa in un incontro aperto a tutta la rete, e ogni istituzione, oltre alla propria, ha adottato quella di un’altra. Domenica 6 marzo, i musei AMACI, attraverso un programma di attività gratuite, inviteranno il pubblico a partecipare alla definizione dell’opera, attivando il dispositivo con la propria presenza, scegliendo di rispondere a una delle due domande emerse durante la progettazione del lavoro, in un dialogo simultaneo e plurale.
Il mio auspicio è un movimento, un discorso vero, a partire dall’associazione tra tutte queste questioni. Non sarà una giornata ludica. Per me questo è un gesto politico. Tanto che le cartoline con le domande verranno imbucate in un’urna che ricorda quella elettorale. Uno scambio reciproco, dunque, che non si ferma a questo primo livello, considerando anche la raccolta che faremo di tutte le risposte. Un dialogo vivo solo grazie alla partecipazione attiva del pubblico di ognuno dei musei coinvolti. A voi la possibilità di entrare, condividere il senso e dire la vostra.

Davide Dal Sasso

www.valerioroccoorlando.com

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