Dentro il circolo vizioso. Uno spettacolo di Maguy Marin

Al Teatro Zandonai di Rovereto, nella cornice di Oriente Occidente, c’è BiT della coreografa Maguy Marin, nota per lavori che spaziano dalla danza pura al Tanztheater all’installazione. Qui disegna il girone infernale della società postmoderna. E davanti allo spettatore sfila un’umanità ridotta al circolo vizioso di sesso, divertimento e nullificazione.

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Maguy Marin, BiT - photo Grappe

Maguy Marin, BiT – photo Grappe

UN SET ALLA CARL ANDRE
In BiT gli scambi di scena ci vengono sbattuti davanti agli occhi con crudezza spietata. Scenografia alla Carl Andre per il lavoro di Maguy Marin presentato al Teatro Zandonai di Rovereto nella cornice di Oriente Occidente: monoliti inclinati che misurano la nostra percezione sulla forza di gravità.
Com’è nelle corde del concettuale, le forme cambiano la prospettiva degli spazi e le leggi delle energie che le circondano. Rettangoli, figure della geometria non più piana, forse nemmeno euclidea, diventano pronte a divenire metafora del precipizio, del muro, dell’ostacolo da superare, producendo sudore e sporco. Evidente il gioco tra la carne bestiale dei danzatori francesi che cadenzano il loro folklore tra le piastre semidistese e l’astrazione concettuale e fredda di quinte non ancora rovesciate sotto il peso dell’esistenza.
I rettangoli inclinati ora lasciano cadere i corpi, ora li sostengono ora consentono che le diagonali delle direzioni salgano con fatica all’inutilità del lato più corto. Tenendosi per mano come ne La danza di Matisse, i ballerini sono percorsi da un movimento continuo, vivono nella tensione di tenersi agganciati alla mano dell’altro o pronti a liberare i propri istinti sessuali. Lo spazio è quello precario, tra essere e essere animali, essere con gli altro o contro l’altro. Vortice ora circolare, ora sinuoso in cui sono trascinati la gioia della festa e la necessità di dover essere senza sosta.

Maguy Marin, BiT - photo Grappe

Maguy Marin, BiT – photo Grappe

CITANDO BILL VIOLA
A questo “moto perpetuo” s’aggiunge la lentezza. Il ritmo orchestrato dalla musica di Charlie Aubry non accompagna solo la storpiatura delle danze popolari ma anche la cornice di una citazione di Observance di Bill Viola. Troviamo la stessa flemma manierista di un dolore che si attorciglia attorno a un loop di senso.
Là, nell’opera di Viola, davanti all’orrido di un vuoto che ci ri-guarda, qui dentro le spire che dai versi danteschi recitati all’inizio ci trascinano di girone in girone, di bolgia in bolgia, giù in un abisso carnale. Lentezza è la pista per meditare sull’inesorabilità della condizione umana. Eppure è festa. È il sirtaki, è la danza popolare che tenta di uscire di scena e invece ricade ai piedi delle pareti grigiastre inclinate a imbuto.

DANTE FRA PARADISO E INFERNO
Tutto era partito da quegli endecasillabi danteschi sull’arrivo di Dante in Paradiso, tutto è precipitato nelle bolge infernali in cui violentemente ci si accoppia con meccanicità oscena alla Jeff Koons, o come in Cecità di José Saramago. BiT sarebbe così sartriano nell’asfissia prodotta se non fosse per quel drappo che a metà dell’ora di spettacolo scivola da uno dei sei pendii. I corpi, ad uno ad uno si adagiano, precipitando con il loro peso sul palco.
Prima della dissoluzione il quadro incornicia una deposizione tra la follia del Pontormo e la malinconia di Rosso Fiorentino. Ancora una volta uno scambio di scena, prima che i protagonisti decidano di uscirne con un “folle volo”.

Simone Azzoni

www.orienteoccidente.it

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