Sky Arte Updates: L’arte racconta l’Olocausto. Le forme espressive della memoria in una serata, dal diario di Anna Frank ai fumetti di Art Spiegelman

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Fotografia di Anna Frank depositata ai piedi della lapide commemorativa, intitolata a lei e alla sorella Margot nel Bergen-Belsen Memorial (Photo by NIGEL TREBLIN/AFP/Getty Images)

Una foto di Anna Frank depositata ai piedi della lapide commemorativa intitolata a lei e alla sorella Margot, all’interno del Bergen-Belsen Memorial (Photo by NIGEL TREBLIN/AFP/Getty Images)

ANNA FRANK, EROINA MODERNA
Nel giugno del 1942, una giovane ragazza riceve in regalo un diario, per il suo tredicesimo compleanno. Nell’arco di pochi anni, quelle sue confidenze coraggiosamente scritte giorno dopo giorno, nel corso di un angoscioso auto-esilio per sfuggire ai rastrellamenti condotti dai nazisti, diventeranno le pagine di letteratura sulla Shoah più famose nel mondo. Rendendo Anna Frank un’icona della storia contemporanea, che rientra di diritto negli Eroi Moderni raccontati dall’omonima serie, in prima visione su Sky Arte HD; la puntata di lunedì 14 settembre riprenderà la sorellastra Eva Schloss e il Museo Anna Frank, per comprendere con quale ampiezza – attraverso le trasposizioni cinematografiche e artistiche della sua biografia – la giovane diarista sia divenuta un esempio per le generazioni a venire.

IL FUMETTO E LA SHOAH
Persino i fumetti si sono occupati della drammatica eredità storica lasciata dal nazismo, con l’Olocausto. Anzi, il più celebre graphic novel del Novecento è senza dubbio Maus, con cui Art Spiegelman evoca gli spettri della Shoah. Un’opera fondamentale, che vale al suo autore lo special prize assegnato dalla giuria del Premio Pulitzer. Lo speciale Art Spiegelman – Una vita a fumetti mostra l’uomo che, raccontando l’esperienza del padre, ha saputo reinterpretare la storia in una metafora visiva di grandissimo impatto, divenendo così una figura chiave dell’evoluzione dello stesso fumetto come forma d’arte completa.

HOLLYWOOD E IL NAZISMO: UN RAPPORTO CONFLITTUALE
Hollywood e l’Olocausto è invece il documentario che svela invece il complesso – e contraddittorio – atteggiamento del cinema hollywoodiano nei confronti della persecuzione messa in atto dal regime nazista in Europa. Nel 1930, infatti, l’ascesa al potere di Hitler in Germania non fu affatto osteggiata dai magnati di fede ebraica, pur presenti nel celebre distretto cinematografico di Los Angeles. I più influenti membri della comunità preferirono chiudere un occhio, dando così adito a un negazionismo diffuso che si protrarrà negli ambienti cinematografici per molti anni a seguire.
Finché i sopravvissuti stessi non inizieranno a parlare degli orrori che invano hanno cercato di rimuovere dalla loro mente. Allora, la comunità artistica di Hollywood si leverà in risposta a questo accorato appello, tenendo viva la memoria delle vittime attraverso l’arte.

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  • Angelov

    Vorrei che mi venisse spiegato perché gli Ebrei quando parlano della catastrofe dei campi di concentramento nella II guerra mondiale, la nominano con la parola Shoah, mentre i Gentili usano il termine Olocausto.
    Ma Olocausto non è forse un sacrificio che viene offerto a Dio?
    Cioè i Nazisti avrebbero offerto in sacrificio a Dio il popolo ebraico per averne qualcosa in tornaconto?
    Vendere più Mercedes o tenere ancora il pallino dell’Europa?
    Capisco che in una rivista di arte contenmporanea, ed un po’ suoperficialotta al riguardo di queste tematiche, questa mia questione possa apparire come ” di lana caprina” e fuori luogo, ma non è il cervello la cosa che gli intellettuali saprebbero usare meglio degli altri?
    E se non qui, dove altro?

    • Angelov

      refusi: contemporanea, superficialotta:

    • giorgio

      se non sbaglio in teoria il sacrificio è quello richiesto da dio al popolo ebraico, il “tornaconto” sarebbe la possibilità di avere una terra promessa – è una delle teorie.
      per quanto mi riguarda vengono usati come sinonimi da quasi tutte le testate in cui non scriva un conoscitore dei termini esatti.

      • Caterina Porcellini

        Sì, in questo – come nella maggior parte dei casi, quando si fa divulgazione – si usano Olocausto (con la maiuscola, per distinguerlo appunto dal rito sacrificale antico) e Shoah come sinonimi, essendo entrati entrambi a far parte dei termini in uso nella storiografia contemporanea. A essere precisi, si dovrebbe parlare di genocidio. Tanto più che Olocausto e Shoah si riferiscono principalmente al genocidio ebraico condotto dai nazisti, ma non dimentichiamo che le persecuzioni razziali hanno mietuto vittime tra diverse etnie (oltre che tra individui giudicati inferiori per caratteristiche fisiche, psichiche e orientamenti sessuali). Per fare un esempio, Rom e Sinti hanno termini propri per ricordare lo sterminio del loro popolo sotto il regime nazista: Porrajmos e Samudaripen.

        • Angelov

          Usare il termine Olocausto è una semplice imbecillità che vuole dire: privare gli Ebrei anche del diritto di poter definire cosa sia stato quel terribile evento, almeno in termini soggettivi; cosa poi si possa intendere per divulgazione, quando si usano parole approssimative e improprie, questo vorrei che mi fosse spiegato.
          La superficialità del giornalismo ancora una volta si riconferma vincente, al di là dei vari distinguo che la cultura può sollevare…

          • Caterina Porcellini

            Angelo, stai esagerando: ho già scritto che è un termine introdotto dalla storiografia ufficiale e poi entrato nell’uso corrente a indicare il genocidio ebraico a opera del regime nazista. Non è un utilizzo nè improprio, nè imbecille, nè superficiale del termine. Tant’è che il termine Shoah è stato introdotto in seguito – e nessuno lo sta ripudiando, ci mancherebbe.
            Per chiudere una polemica che sì, a questo punto sta diventando di lana caprina: lo Yad Vashem di Gerusalemme parla di Holocaust (http://www.yadvashem.org/yv/en/holocaust/index.asp) e lo stesso fa lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington (http://www.ushmm.org/wlc/it/article.php?ModuleId=10005143). Se vuoi andare a far notare l’imbecillità della scelta terminologica anche a loro, ai link trovi tutti i contatti.

          • Angelov

            non mi interessano omologazioni

          • giorgio

            non capisco il perché dovrebbe essere una privazione per gli ebrei. la tua fede ebraica (immagino, dai toni) può forse per eccesso d’amore offuscare una visione oggettiva, per cui ormai sono dei sinonimi validi per un giornale online come artribune, non specializzato in questioni religiose ma artistiche. e, inoltre, per altre testate come ben dimostrato sotto.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Apri una nuova scheda del tuo browser | Digita http://www.haaretz.com/ | inserisci la parola “holocaust” nel search interno | poi scrivi alla redazione lamentandoti per il fatto che il giornale è invaso da gentili che scrivono alcune migliaia di volte quel termine. E mi raccomando: dicci com’è andata.

      • Angelov

        non mi interessano omologazioni neanche da parte di Israele, perché la Shoah è avvenuta in Europa e non altrove

        • Marco Enrico Giacomelli

          Fermi tutti, non giriamo la proverbiale frittata: tu hai detto che gli ebrei non usano la parola olocausto, ma solo i gentili. Io ti ho dimostrato che gli ebrei la usano eccome. Quindi hai detto una cagata. Fine della storia.

          • Angelov

            Ma tua è la “voce del padrone?”

            Forse il termine Olocausto è usato anche da quegli ebrei che inconsciamente pensano che per poter realizzare il loro sogno di ritornare nella terra di Israele ci sia stato bisogno di un olocausto?

            Sono per un mondo senza tabù, dove si possano espriimere le proprie opinioni anche riguardo a temi scottanti, quando siano portatrici di una nuova sensibilità…