Classe creativa: fra ascesa, implosione e futuro

Classe creativa: una roba da ricchi e sfaccendati? Eh no, qui si parla di migliaia di posti di lavoro, di decine di migliaia di persone. Irene Sanesi ne racconta la parabola attraverso due testi che ne descrivono l’ascesa e l’implosione. E ora che si fa?

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Richard Florida, The Rise of the Creative Class - edizione del decennale

Richard Florida, The Rise of the Creative Class – edizione del decennale

CLASSE CREATIVA: DALL’ASCESA ALL’IMPLOSIONE
Era il 2003 quando Richard Florida usciva con The Rise of the Creative Class, una pubblicazione passata quasi inosservata in Italia, pensando forse i più che la creatività fosse roba da stilisti e dunque un lusso (o una moda) che solo gli addetti ai lavori potevano permettersi. Eppure ancora non c’era la crisi…
A distanza di oltre un decennio esce, non ancora tradotto in italiano, Culture Crash. The killing of the Creative Class di Scott Timberg, un testo che del “rise” affronta non tanto il “declino” o l’“eclissi” della classe creativa, quanto la sua stessa “implosion”: “The question is not simply that creativity survives […] If we’re not careful, in fact, culture work will become a luxury”. E spiega anche perché la creatività non è il mero frutto di ispirazione genio e sregolatezza: “It depends on an infrastructure that moves creations into the larger culture and somehow provides material support for those who make, distribuite and assess them”.

Scott Timberg, Culture Crash. The killing of the Creative Class

Scott Timberg, Culture Crash. The killing of the Creative Class

NIENTE ORDINI PROFESSIONALI: AUTORGANIZZAZIONE
Non c’è dubbio che occuparsi di creatività in Italia non è solo esterofilia, viste le origini degli autori. Possiamo dire che esiste una questione italiana a proposito di creatività, classe creativa e infrastrutture per supportarle entrambe, soprattutto se si accoglie la lata definizione data da Timberg: “Anyone who helps to create and disseminate culture”.
Non sembra paradossale che in Italia, il Paese con il più alto numero di professioni ordinistiche “protette”, non sia sorta una disciplina che regolamenti e legiferi le professioni creative? In compenso ci hanno pensato gli enti previdenziali a rimediare al vuoto normativo fra gestione separata Inps, Enpals ecc.
D’altronde avrebbe senso oggi, nella flexibility era, auspicare una regulation dall’alto? Non è forse desiderabile un movimento dal basso nel cui solco quei professionisti (da professo fidei, pensate!) carichi di talento, competenze, merito e reputazione possano trovare la loro rispettabile configurazione?
Così, mentre (in Italia) continueremo ad aver bisogno di medici, avvocati, commercialisti, notai – e la lista potrebbe continuare –, dovremo accrescere la consapevolezza che “we need a robust creative class” e che la creatività non è solo ispirazione ma in larga parte traspirazione. Senza la quale a poco ci servirà star seduti sopra un tesoro.

Irene Sanesi

Articolo pubblicato in versione ridotta su Artribune Magazine #25

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