Burriana / 5. Viaggio in Italia sulle tracce di Alberto Burri. Arrivo al Grande Cretto, sorto in Sicilia sulle rovine di Gibellina

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Il Grande Cretto di Gibellina

Il Grande Cretto di Gibellina

Siamo in agosto, tempo di vacanze e di viaggi. E allora anche Artribune ha deciso di raccontarvi un viaggio: ma non uno qualsiasi, bensì – onorando la propria “ragione sociale” – uno ad alta caratura artistica. Con la nostra Antonella Crippa seguiamo dunque un tour d’Italia sulle tracce del grande Alberto Burri, nel centenario della nascita. Da Milano a Perugia, fino a Gibellina, una serie di news per raccontare luoghi, opere, musei, persone, sensazioni legate all’artista umbro, sempre con parole e immagini…

22 agosto, Palermo e Gibellina. Tanto Napoli è nera così Palermo è bianca, o anche rosa, come la mattina all’alba, arrivando in porto. Le strade lastricate attraversano mondi diversi; quello arabo-normanno i cui monumenti sono stati riconosciuti un mese fa patrimonio dell’Umanità Unesco; gli oratori delle Compagnie dei diversi mandamenti, da cui tra il 17 e il 18 ottobre 1969 fu trafugata e mai più ritrovata la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio; i mercati della Vucciria e di Ballaro’, i luoghi delle stragi mafiose. A Palermo spesso ci si sente in un film. La conclusione del mio viaggio è a meno di 90 km da qui, a Gibellina, ma io tergiverso qualche giorno in città; se non ci fossero zanzare così voraci non mi sposterei mai dai suoi enormi ficus. La visita al Museo Riso dove è allestita la mostra Burri. I Cretti, funge da introduzione al “pellegrinaggio” al Grande Cretto. Per andarci l’unico modo è affittare una macchina a costi senza senso, dal capoluogo regionale sembra che in questi giorni non ci sia altro modo. Non sono preparata alla visita – dopotutto sono in vacanza – e pertanto, arrivata nella cittadina di poco più di 4mila abitanti, cerco informazioni al Comune. Il sindaco, la vicesindaca, l’assessore alla cultura, la sua stager, impiegati comunali, artisti, architetti, presidenti di centri di ricerca e di fondazioni mi accompagnano per tutto il giorno. Persone accoglienti, preparate e vitali popolano quello che a me, a mezzogiorno, appare come un tessuto urbano inospitale e fuori scala. Negli anni Cinquanta la valle del Belice era uno dei luoghi più poveri d’Italia e, al contempo, il terreno di sperimentazioni di mobilitazioni per l’occupazione. Scioperi della fame e “alla rovescia” culminarono nella Marcia per la Sicilia occidentale organizzata dal sociologo e attivista Danilo Dolci l’11 marzo del 1967; solo 10 mesi dopo, il terremoto provocò 1.150 morti; 200mila persone rimasero senza casa e furono trasferite in baracche che abitarono anche per venti anni; l’avvocato e politico Ludovico Corrao, sindaco tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, intercettò il meglio dell’architettura, dell’arte e del teatro italiani per ricostruire e conservare la memoria della catastrofe.

Il Grande Cretto di Gibellina

Il Grande Cretto di Gibellina

Francesco Venezia, Ludovico Quaroni, Franco Purini, Alessandro Mendini, Pietro Consagra, Fausto Melotti, Carla Accardi, Alighiero Boetti, Mario Schifano, Richard Long e tanti altri risposero a un accorato appello alla solidarietà firmato in primis da Leonardo Sciascia, e disegnarono una nuova città ideale composta da edifici e opere. Il contesto storico, sociale e politico nel corso degli anni mutò, Corrao finì ammazzato nel 2011 da un giovane domestico del Bangladesh. Tra le ampie piazze oggi ho una sensazione strana, forse la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni? In un libricino (in questo viaggio ne ho ricevuti tanti che ho dovuto spedirli con la posta, in valigia non ci stavano) leggo che alle rovine di Gibellina c’era stato anche Joseph Beuys nel Natale 1981; Burri rifiutò di lavorare a Gibellina nuova ma scelse quella vecchia, che era una ripida discesa di macerie in cui si riconoscevano le abitazioni. L’idea fu quella di inglobare le rovine in un enorme cretto bianco, percorribile a piedi, non del tutto realizzato tra il 1985 e il 1989 e ora completato. La contabilità riporta “280 ml x 310 ml, mq 86.800 complessivi progettati, inizio lavori 28.8.1985 interrotti 3.12.1989, 4.134 milioni di spesa, ne mancano 1.500 per finire; realizzati ca 65mila mq da 5 ditte diverse”. L’anno scorso è stato finanziato il restauro e il completamento, leggo in un bando; il completamento lo vedo, il restauro no, ma sarà fatto, mi dicono. Il sole sta tramontando e mi perdo nella sezione grigia (quella invecchiata) da cui spuntano piante, alberelli e fiori di cappero; nella malta ci sono rigonfiamenti, come se la forza vitale degli arbusti, della vita, da sotto stesse spingendo per rivedere vento e sole. A fianco, tessere del cretto nuove, lunari, perfette.
La memoria si tiene viva in tanti modi, anche lasciando toccare il fallimento di un non finito, una ferita che avrei preferito vedere, non immaginare. La memoria si tiene viva commissionando ad artisti giovani il Prisenti da portare in corteo alla festa di San Rocco, come quello realizzato quest’anno da Gandolfo Gabriele David; la memoria si tiene viva restaurando e prendendosi cura di quello che si ha ma interrogandosi senza riserve su cosa possa servire ora, come valorizzarlo, come fare rete con altri; la memoria di tiene viva per il presente e per il futuro, anche con un viaggio da Milano a Gibellina, un pretesto per riabbracciare amici e amiche… perché forse non è vero che ci si incontra per caso, forse ci si sceglie e si sceglie cosa ricordare.

Antonella Crippa

 

 

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