Catania vuole diventare Capitale Italiana della Cultura 2028. Il racconto in prima persona di una candidatura

Paolo Dalla Sega, docente di Valorizzazione urbana e grandi eventi dell’Università Cattolica di Milano e Senior advisor di Pts Group, ripercorre i passi che hanno portato alla candidatura di Catania, ora finalista con il dossier “Catania Continua”

Tutto inizia con la prima call tripolare, Milano Roma e ovviamente Catania, ufficio del sindaco e finestre spalancate (era maggio), probabilmente un venerdì e sicuramente mezzogiorno: le campane trionfanti di sant’Agata, sull’altro lato della piazza, e la telefonata si ammutolisce. A volte, rare volte, è bello tacere e ascoltare suoni realmente diversi che prepotenti riempiono canali e attenzioni, sensibilità e ambienti. Così iniziò la candidatura di Catania a Capitale Italiana della Cultura 2028 e il lavoro di due società di strategy tra cultura, politica e società, Pts e Melting Pro, insieme e a fianco del Comune in questa sfida che rimarrà viva fino a marzo, dopo le recenti audizioni romane di fine febbraio come città finalista, con la spinta di Parmitano e Fiorello.

L’audizione di Catania per il titolo di Capitale Italiana della Cultura

Poi sant’Agata se ne sparì, altrove affaccendata, per tornare ancora più forte lo scorso febbraio, dal 3 al 5: le 72 ore di festa continua e mobile per tutta la città, interna ed esterna, che mettono in cammino, notte e giorno, un milione di persone. La terza festa al mondo, seconda in Europa, prima italiana. Per noi, l’ultimo respiro di una conoscenza fisica della città, prima dell’audizione in Collegio Romano (MiC) vissuta come autentico racconto. Gli occhi di Agata, occhi come stelle. Ora, non si tratta di enfatizzare vecchie ritualità, anche inevitabilmente corrotte (i riti li fanno gli uomini, pieni di difetti), che in sé stesse potrebbero anche inficiare la validità e la credibilità di un dossier di candidatura – incorniciato dalle parole vivide di Goliarda e di Beppe Fava – necessariamente rivolto al futuro. Non la città che fu ed è, ma la città che sarà: la città come vorremmo che fosse. E se la vogliamo la pensiamo, la scriviamo, la datiamo (un anno e poi però anche altre cifre importanti sulle persone, gli stakeholder, le risorse, i partner…). Una data vicino a un titolo è la differenza tra sogno e progetto.

Immaginare la città. Il dossier di “Catania Continua” 

Si vuole, piuttosto, sottolineare una peculiarità di questi percorsi di affiancamento in vista di grandi eventi, dove la componente di sfida e competizione tra le “cento città / cento italie” funziona da formidabile aggregatore e acceleratore di risorse normalmente disperse (entro una data, e una tantum) e la vera sfida, però, è immaginare la città dal 1° gennaio dell’anno successivo, e iniziare già a costruirla – con titolo o senza, con orgoglio stavolta legittimo (e utile). La peculiarità del vivere la città e con la città, trasferendo tutto il proprio vissuto e le proprie competenze, sensibilità e curiosità, mettendosi in relazione per così dire “totale” con una amministrazione, con una rete di soggetti diversi – che spesso va coltivata ed espansa –, con un Comune che deve tornare a onorare la sua qualifica di luogo comune, tempo comune, esperienza collettiva. Partecipazione riflessiva di una comunità.

Catania Continua, titolo che fa risuonare energia tellurica e dinamismo di infinite rinascite e resilienze, è stato ed è tutto questo. È il “laboratorio permanente di futuro” – il sud – fatto di pietra e di carne. La città sotterranea e i chioschi di relazioni aperte, densità e prossimità informali. La pietra lavica e i lapilli che si vedono, sentono e respirano ovunque, in un’estate di incontri, pensieri e scritture, dominata dalla vitalità abnorme e luminosa dell’Etna sopra Catania. “Dovete piacerle, alla montagna” (Etna femminile e generativa, si sa). Le persone, certo, e i luoghi abitati dalle persone, spazi e tempi della società e della cultura, delle imprese, della scuola, dei conflitti e dei sogni, anzi bisogni. Ma una città è un organismo, percorso da arterie e ritmato da battiti umani, animali: naturali. Non è uno “studio”. Una città va sentita e auscultata

La partecipazione nella candidatura di Catania a Capitale Italiana della Cultura 2028

Con queste premesse, è stato naturale, e perciò profondo, attivare dinamiche di partecipazione fatte di incontri, interviste, lunghe discussioni su parole chiave tramite seminari affollatissimi (tra luglio e agosto, in un nuovo Palazzo della Cultura che refrigerava dalla calura di strade e piazze, se non altro) e altrettanto vivaci open call di coprogettazione – bei numeri come 110 partecipazioni attive e oltre il 70% del dossier progettato dalla comunità. Tutta la metodica della progettazione culturale moderna, con finalità concrete, precise e ineludibili: dalla lotta alla povertà educativa alla ricucitura tra centro e periferie, dalla riscoperta anzi scoperta del “mare che non c’è” (il mare dei pescatori) a nuovi sensi di appartenenza di giovani che finalmente possono rimanere, o tornare, o attrarre altri giovani. Una città viva e una città che con la cultura combatte tutte le diseguaglianze. 

Tra progetti concreti di nuovi poli culturali ed espositivi, città di festival contemporanei multidisciplinari, anche popolari, riaccensione di una città della musica e del teatro, aperta a contaminazioni oltre mare e oltre ogni barriera, centro di nuove connessioni tra arte e scienza, musica e fisica (gli occhi telescopici sul neutrino a 3 km sotto il mare, e verso le stelle in cima all’Etna), interventi potenti e partecipati di rigenerazione urbana, ad esempio con sistemi bibliotecari… in questa ampia e consapevole progettualità civica, che culturalmente vuole estendere il diritto alla città, è già realizzata e viva, e operosa, una nuova rete di soggetti diversi, prima così distanti, che è il primo grande risultato della candidatura, e si è già avviato. È il Piano Partecipato della Cultura 2038, che aggiunge un decennio all’anno del titolo (cioè della sfida), per dire con la semplicità del numero che si va oltre, si guarda lontano. Da ora, dal 2026. Il futuro di Catania è già qui, e continua.

Paolo Dalla Sega

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